Le cosiddette aree interne, che coprono la maggior parte del territorio italiano, esprimono un senso diffuso di disuguaglianza rispetto alle zone considerate centrali come le città e le coste. Con l’incedere dello sviluppo capitalistico, basato in primo luogo sulla competizione e sulla crescita economica, nelle aree montane e rurali le disparità territoriali sono diventate inesorabilmente disuguaglianze sociali: nei livelli di reddito, nelle possibilità occupazionali, nelle opportunità di portare avanti progetti di vita e soprattutto nell’accesso ai servizi essenziali, cioè ai diritti che dovrebbero essere garantiti costituzionalmente per tutti.
Ora il Governo, anziché curare queste disuguaglianze intende approfondirle o renderle perenni. Nella primavera scorsa la Cabina di Regia istituita al Dipartimento per le Politiche di Coesione e per il Sud presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha approvato il Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne. Lo ha fatto senza una reale partecipazione né consultazione dei territori. Tale Piano dovrebbe guidare le misure atte ad affrontare i fenomeni dello spopolamento e dell’invecchiamento della popolazione, la rarefazione sociale e produttiva e le disuguaglianze nell’accesso ai servizi, cioè ai diritti fondamentali alla salute, all’istruzione, alla mobilità e così via, già posti al centro dell’attenzione dalla SNAI (Strategia Nazionale per le Aree Interne). Ma nonostante gli obiettivi annunciati, il Governo si è limitato a recepire acriticamente e passivamente il contributo del CNEL che ha suddiviso le Aree sulla base di “obiettivi demografici” e del CENSIS, che ha classificato le aree sulla base della struttura demografica, delle dinamiche economiche, delle infrastrutture e dei servizi essenziali presenti. Ne emerge un quadro disarmante di distinzione tra forti e deboli, buoni e cattivi, meritevoli di essere salvati e condannati alla scomparsa.
In questo Piano i Comuni delle aree interne vengono suddivisi in quattro categorie, che si traducono in quattro tipologie di obiettivi: quelli dove si può auspicare un’inversione di tendenza relativamente alla popolazione; quelli in cui è ipotizzabile una ripresa delle nascite; quelli dove si può solo sperare in un contenimento della riduzione delle nascite, senza rassegnarsi allo scenario peggiore; e, infine, i comuni in cui si può puntare soltanto ad un “accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile”. A parte l’uso violento del termine “irreversibile”, che denota anche una totale mancanza di cultura storica, ci si chiede come sia possibile misurare la condizione delle aree interne utilizzando gli stessi indicatori del modello che le ha marginalizzate: se si usano i parametri della crescita, della competitività e dell’attrattività… che cosa si pensa di trovare, se non il declino e la compromissione della struttura demografica e dell’assetto socio-economico?
Queste aree – dice il Piano – non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma non possono nemmeno – bontà di chi ha redatto e approvato il documento – essere abbandonate a sé stesse: “Hanno bisogno – concludono – di un piano mirato che le possa assistere in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento in modo da renderlo socialmente dignitoso per chi ancora vi abita.” In pratica un accompagnamento alla buona morte, un’eutanasia dei paesi. Le ultime due categorie – quelle della proclamata condanna all’irreversibilità – comprendono comuni collocati quasi totalmente nel Sud della Penisola, dai Monti Sibillini in giù, per tutta la fascia appenninica, fino alla Sicilia e alla Sardegna. In pratica, un mantenimento e un aggravamento delle disparità territoriali e, di conseguenza, delle disuguaglianze sociali.
Di fronte a questa analisi, assunta a strumento politico di governo, i Comuni delle aree interne, le loro comunità e le loro espressioni democratiche e civili non possono restare in silenzio. Indignarsi e ribellarsi è giusto. Una rivolta dal basso e dai territori, che tenga conto di quanto ha scritto di recente l’antropologo civile Vito Teti, cioè che “chi decide e comanda non sa cosa è un paese, come vive e resiste, non sa chi sono i giovani che vanno via e non tornano o sognano di tornare, non vede la fatica, la resistenza, le iniziative, le pratiche attive di giovani, associazioni, famiglie, gruppi. Non si vogliono immaginare altri percorsi, cammini alternativi, nuovi slanci di vitalità. Sembrano aver già deciso che tutto è perduto. Per loro.” Ciò a dispetto dellepolitiche di rigenerazione, della ricerca di nuovi stili di vita, di altre economie, in dispregio della dignità di chi prova a restare, di chi parte o di chi vuole tornare. Sembra che non ci sia spazio per nuove semine e nuove concrete utopie. Insomma, un requiem prima della morte.
È questo il senso di un appello lanciato nei mesi scorsi da trecento intellettuali e studiosi delle aree interne e rivolto alle istituzioni nazionali e regionali per una revisione del piano governativo per le aree interne, per il riconoscimento del patrimonio territoriale presente nei piccoli comuni italiani, depositi di risorse, umanità e virtù civiche preziose anche per affrontare la crisi generale della società contemporanea. Ad esso si sono aggiunte altre voci, fino alla lettera-appello al Governo e al Parlamento di 135 vescovi delle aree interne che giustamente considerano inaccettabile la prospettiva di una resa. Di fronte al moltiplicarsi delle voci avverse, il ministro Foti non ha potuto far altro che annunciare una marcia indietro, ma al momento non ha fatto niente di fronte alla necessità di una vera strategia di sostegno e di rilancio per le aree interne del Paese, rifiutando l’eutanasia dei paesi: i piccoli comuni, presidio di democrazia e contenitori di patrimonio, devono essere aiutati a vivere, non accompagnati a morire. Le politiche hanno l’obbligo di porre al centro i fondamenti di una possibile rinascita delle aree interne, sulla scia di quanto contenuto nel Vocabolario delle aree interne. 100 parole per l’uguaglianza dei territori curato da Nicholas Tomeo e pubblicato dalla casa editrice Radici, un’opera basilare che indica la via per una rivincita dei territori, rimettendo in moto le vaste campagne e la moltitudine dei paesi, contro l’abbandono e lo spaesamento.
