Il 30 marzo 2026 è stato pubblicato il settimo rapporto annuale di Liberties, una rete di 40 organizzazioni internazionali indipendenti che, ogni anno, analizza lo stato di salute dei diritti, delle libertà dei Paesi europei.
All’Italia quest’anno il report dedica oltre 50 pagine, inserendola per la seconda volta consecutiva nel girone dei “Dismantlers”, cioè tra i governi che smantellano lo Stato di diritto, definendo numerosi provvedimenti italiani “preoccupanti” o “potenzialmente pericolosi”. Non una critica, ma la certificazione di una deriva.
Riporto testualmente: «Nel 2025 il continuo processo di criminalizzazione ha raggiunto il suo culmine con il decreto sicurezza, le politiche migratorie sono diventate sempre più restrittive mentre si sono registrati numerosi attacchi ai giornalisti da parte dei politici volti a silenziarne le critiche».
A far compagnia all’Italia nel gruppo ci sono Ungheria, Slovacchia, Bulgaria e Croazia, insomma, non esattamente la compagnia di cui un Paese fondatore dell’Unione europea dovrebbe vantarsi.
Il governo Meloni ha trasformato la sicurezza in un’arma di repressione allontanando progressivamente il nostro paese da un modello democratico virtuoso. Non si tratta di episodi isolati, ma di una sequenza deliberata che parte dal decreto anti-rave, passando dai decreti Cutro e Caivano, fino ai successivi pacchetti sicurezza. Il risultato è la trasformazione di istanze sociali, politiche e umanitarie in fattispecie penali.
L’ultimo tassello riguarda l’ulteriore ampliamento dei poteri di controllo e identificazione “di massa” mediante IA delle forze di polizia mediante una estensione degli strumenti di controllo sulla società. Proprio su quest’ultimo provvedimento, il costituzionalista Michele Ainis, su la Repubblica del 31 luglio, ha centrato il punto: «Ogni decreto sicurezza, preso singolarmente, sembra una misura tecnica; presi insieme, disegnano l’architettura di uno Stato che sorveglia più di quanto tuteli».
Sul fronte dell’informazione, il rapporto è altrettanto preoccupante: la libertà di stampa in Italia è arretrata ulteriormente. Secondo il World Press Freedom Index, l’Italia è scesa dal 49° posto del 2025 al 56° posto nel 2026.
E poi questo governo si offende quando si evidenzia una preoccupante vicinanza, giorno dopo giorno, alle derive illiberali di Orban?
Ora il timore è che se questo rapporto dovesse malauguratamente arrivare sul tavolo della Commissione europea, possano emergere gli estremi per l’applicazione dell’articolo 7 del Trattato sull’Unione europea. Parliamo della “procedura d’infrazione suprema” (che, guarda caso, è stato attivato nei confronti dell’Ungheria) che prevede la sospensione di alcuni diritti derivanti dall’appartenenza all’Unione, compreso il diritto di voto in Consiglio. Insomma, ci sarebbe poco da gioire.
Lo smantellamento dei diritti in Italia denunciato dall’organizzazione nel report è strettamente collegato al progressivo sfaldamento della separazione dei poteri democratici (esecutivo, legislativo e giudiziario) con una ipertrofia dell’esecutivo. il Parlamento non legifera più ed è ridotto a un ufficio di ratifica di decreti-legge, mentre la magistratura subisce attacchi costanti volti all’assoggettamento.
E questo era il piano con la recente riforma della magistratura (non chiamatela “riforma della giustizia”!) respinta, grazie a Dio, dal referendum popolare, che mirava ad aumentare l’influenza politica sugli organi di autogoverno, sarebbe stata proprio la pietra tombale sull’indipendenza del potere giudiziario.
Di fronte a questo scenario, la domanda non è più “cosa sta succedendo”, ma “cosa vogliamo essere”.
In quale razza di Paese vogliamo vivere: in una democrazia, in un paese dei diritti e delle libertà si o no ?
Allora dobbiamo svegliarci. Poi, se abbiamo il desiderio di assomigliare sempre più all’Uganda di Idi Amin Dada, stiamo andando benissimo.
La verità è scritta qui, nel rapporto completo di Liberties Rule of Law Report 2026, scaricabile gratuitamente: https://www.liberties.eu/f/wtaqoq
