La proposta di Costituzione elaborata e pubblicata nel 2022 dal giurista Luigi Ferrajoli(Per una Costituzione della Terra, Feltrinelli), che ha promosso anche un’associazione, Costituente Terra, che si propone di diffonderla e sostenerla, sta suscitando una crescente attenzione, oltre che in Italia, in altri paesi (in particolare, in Europa e in America Latina) ed è all’esame della presidenza di turno del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
Il contenuto della proposta è di grande interesse per l’ampiezza degli argomenti trattati, che sarebbero davvero una solida base per un progetto politico che avesse l’ambizione di andare in quella direzione. Sul sito internet volerelaluna.it è stata pubblicata la relazione di Luigi Ferrajoli all’assemblea dello scorso anno che illustra con ricchezza di argomenti i motivi per cui il quadro attuale – che vede l’ONU in evidente crisi e in cui si fa sempre più forte la spinta verso un sistema di relazioni internazionali basato sui rapporti di forza (economica e militare), retto dunque dalla “legge del più forte” – pur andando in tutt’altra direzione non autorizza tuttavia a considerare irrealistica una simile prospettiva. Sta qui l’assunto, posto alla base della proposta avanzata, che merita di essere preso in seria considerazione e che si può così riassumere: benché appaia a prima vista un’utopia irrealizzabile, l’obiettivo di portare gli Stati ad adottare un sistema di garanzie, ossia di divieti e obblighi, esigibili ed applicabili per l’umanità nella sua generalità, a un esame più attento si rivela invece l’unica prospettiva che il genere umano può perseguire per evitare, se non la sua estinzione, un ritorno alla barbarie. Assunto che ha trovato un riscontro di grande rilievo nelle parole, molto chiare, pronunciate da papa Leone XIV nei giorni scorsi in un Concistoro straordinario (presenti 180 cardinali): la guerra non è mai “benedetta da Dio”, che “ci ha dotato di un’intelligenza e volontà per risolvere i conflitti da esseri umani e non da bestie magari dotate di armi iper-tecnologiche”. Nel riprendere il dantesco “fatti non foste a viver come bruti”, ha così risposto in termini non equivocabili, oltre che alla scissione lefevriana, al delirio bellicista degli “iper-tecnologici” campioni della Silicon Valley, che ignorano peraltro il monito di Albert Einstein secondo cui dopo una Terza Guerra Mondiale combattuta con armi atomiche, l’umanità si ritroverebbe a combattere la successiva con pietre e bastoni.
Dal 2022 l’associazione Costituente Terra ha compiuto un buon tratto di strada facendosi conoscere ma il cammino che rimane da compiere è, ovviamente, impervio e certamente richiede di raggiungere ben altri “traguardi intermedi” e di richiamare l’attenzione di un arco ben più ampio di interlocutori. È pur tuttavia da tenere nel debito conto il fatto che l’iniziativa continui a suscitare attenzione e ad arricchirsi di sempre nuovi contributi. In particolare, un significativo passo avanti è stato compiuto individuando un passaggio intermedio che merita attenzione.
Nell’associazione si è fatta strada, su impulso dello stesso Ferrajoli, la convinzione che l’iniziativa debba procedere su due binari, puntando contemporaneamente a creare le condizioni perché si realizzi un nuovo assetto dell’Europa che preveda un’estensione delle garanzie, un sistema di obblighi e divieti, applicabili ed esigibili. Un’idea che potrebbe perfino anticipare ed aprire la strada all’estensione a livello globale, ma che allo stato attuale può apparire ancora più ardua da realizzare e per alcuni versi perfino distopica, anziché un’utopia. Senonché, vi sono validi motivi perché sia da considerare come un passaggio senza il quale il progetto di un ordine mondiale basato sulle regole, sul diritto anziché sulla legge del più forte, rischia di non avere una spinta iniziale sufficiente.
L’Unione Europea come si presenta oggi non lascia spazio ad alcuna speranza in questa direzione. Tuttavia, è anche lecito immaginare che il destino che aspetta le cittadine e i cittadini dei paesi europei, se non si inverte radicalmente la tendenza attuale, finirà per apparire sempre più chiaro: e che dunque si tratti di una corsa contro il tempo. Lo stato attuale delle cose vede al centro il fallimento, ormai conclamato, dell’indirizzo che gli USA hanno seguito (quale che fosse l’amministrazione al governo) negli anni successivi alla fine della guerra fredda, riassumibile nell’aspirazione a rivestire il ruolo di potenza dominante, in grado di dettare legge (nonché sistema economico e assetto istituzionale) attraverso l’uso della forza militare e di condizionare il mercato globale in funzione dei propri interessi nazionali. Un indirizzo che, a dispetto dei successivi, ripetuti insuccessi, è stato perseguito arrivando fino a concepire (sulla scorta dello “schema di Tucidide”) la prospettiva di uno scontro finale con la potenza rivale emergente (la Cina) una volta sgomberato il terreno dal “terzo incomodo”, la Russia: potenza intermedia, dotata di un enorme arsenale atomico e di immense risorse naturali ma più fragile come economia e assai meno popolata.
Il mancato collasso della Russia impegnata militarmente nell’invasione del territorio russofono dell’Ucraina, a dispetto delle previsioni (fatte sulla pelle del popolo ucraino), ha portato a una crisi profonda di quella strategia, di cui già la prima vittoria elettorale di Trump aveva rappresentato un segnale di crisi: precipitata infine con l’amministrazione Biden fino a spianare la strada alla rivincita di un Trump convinto di poter assumere la veste di monarca assoluto.
A fronte di questo stato delle cose, il primo compito da assolvere è quello di fare chiarezza sgomberando il terreno dalle narrazioni costruite allo scopo di confondere le idee e promuovendo, viceversa, una presa di coscienza del dramma che l’Europa rischia di vivere. Al centro delle narrazioni da contestare sta un teorema che è stato costruito con una finalità che va in direzione opposta rispetto a quella da percorrere nell’interesse vitale dell’Europa e che descrive la posizione di Putin come una “minaccia esistenziale” per l’Europa, in base a un’interpretazione dei suoi atti del tutto priva di fondamento. Piuttosto, se di minaccia esistenziale si può parlare con qualche solida ragione, è perché coloro che la attribuiscono a Putin stanno in realtà cercando di creare le condizioni perché l’Europa finisca (anche suo malgrado) per accollarsi l’onere del “lavoro sporco” in favore del settore dell’Amministrazione USA che non ha ancora del tutto abbandonato l’ipotesi di togliere di mezzo l’ingombrante presenza della Federazione Russa al fianco (problematicamente, per antiche ragioni storiche, ma comunque al fianco) della potenza cinese.
Detto questo, un errore non meno grave si commette quando si spinge l’analisi delle motivazioni che hanno portato Putin a invadere l’Ucraina fino a tradurla in una giustificazione. Quella commessa da Putin non è solo la violazione di un principio del diritto internazionale, spiegabile, perfino in qualche misura comprensibile, ma non giustificabile. È anche, se non soprattutto, un errore di cui Putin sembra essere oggi consapevole e a cui sta cercando il modo di porre rimedio (purché non significhi per la Russia subire una sconfitta). Un errore che ha anch’esso la sua spiegazione se si valutano con maggiore attenzione le circostanze in cui Putin si trovava ad agire all’inizio del 2022: più in particolare, il fatto che la Russia stava uscendo dalla fase più acuta della pandemia da Covid19 con un bilancio di decessi, in rapporto alla popolazione, che la collocava ai vertici (negativi) della graduatoria mondiale e stava attraversando una grave crisi economica: cosicché, stando all’istituto demoscopico russo Levada, in quei mesi la popolarità di Putin era scesa al livello più basso da quando, più di venti anni prima, aveva assunto le redini (come Presidente o come premier) della politica del paese. In questo quadro il trattamento che veniva riservato alla popolazione russofona del Donbass (complice o osservatore distratto il governo ucraino) era una ulteriore ferita nell’animo “orgoglioso” del popolo russo. Sta di fatto che un anno dopo, nel momento in cui la controffensiva ucraina era stata respinta, la popolarità di Putin era risalita ai massimi storici. Purtroppo, nei paesi dell’Occidente si tende a ignorare del tutto il peso del consenso popolare per i leader definiti, alquanto sbrigativamente, come autocrati: un errore non di rado intenzionale.
L’ambizione di Trump di staccare la Russia dalla Cina – anche a costo di passare come un rullo compressore sui paesi che gli stessi USA avevano mandato avanti come avamposti dell’offensiva antirussa – benché potesse apparire come un favore inaspettato concesso a Putin, si è dunque rivelata, viceversa, come un ulteriore ostacolo da sormontare nella ricerca di una soluzione per porre fine alla guerra in Ucraina: basti considerare che le “concessioni” ventilate da Trump in favore della Russia, pur non potendo essere una base realistica di trattativa, in quanto legittimerebbero una violazione del diritto internazionale, hanno pur sempre fatto presa sul popolo russo.
Dunque, se un’alternativa pacifica, basata sul primato del diritto, può apparire un’utopia, la prospettiva realista, un assetto multipolare in cui i conflitti armati sono all’ordine del giorno (con Europa e Asia Occidentale all’epicentro) è palesemente distopica. Con questo, però, è davvero credibile un’alternativa che veda “sbocciare” all’interno dell’Europa che conosciamo un sistema di garanzie analogo a quello che immaginiamo come obiettivo da realizzare a livello planetario? Qui la riflessione che si va compiendo in Costituente Terra si propone di scavare, smontare e progettare. In comune, evidentemente, con movimenti attivi in Occidente e nel resto del mondo e con centri di elaborazione e progettazione politica. Non è affatto detto che si possa realisticamente immaginare che formazioni politiche oggi condizionate dal potere economico, dei cui disegni si rassegnano ad essere meri esecutori, diventino permeabili a queste diverse elaborazioni strategiche. Se la risposta non è data, costruirla comporterebbe in ogni caso una fase di iniziativa penetrante e convincente nel corpo vivo della società, basata su azioni concrete, dimostrative e chiarificatrici, come è stata la Sumud Flotilla e come possono essere molti altri tipi di azioni: una prospettiva su cui si sta ragionando, da più parti.
Al di là di tutto questo, di quale Europa stiamo ragionando nell’immaginare che si avvii un processo diretto a stabilire garanzie, obblighi e divieti, tanto da poter avviare un processo di natura costituzionale? Non è certo dall’attuale Unione, retta da trattati, priva di un governo comune, di una banca centrale, di un fisco, in cui i cittadini non sono assolutamente uguali difronte alla legge né godono di uguali diritti, che un simile processo può essere avviato. Né si può pensare che nello spazio concesso da un’ipotetica “collaborazione rafforzata” possa prendere forma una costituzione. Più realisticamente si può immaginare che si crei un’area, comprendente più Stati, in cui prenda corpo un’ipotesi di costituzione elaborata in una convergenza tra forze politiche e movimenti della società civile (animati da una comune tensione “costituente”) e si avvii (per concludere con una speculazione a titolo meramente esplicativo) un processo di convergenza politico-costituzionale, in forma federale.
Una spinta in questa direzione potrebbe venire da un’iniziativa che mirasse a sospingere, senza ulteriori indugi, un processo di dialogo diplomatico finalizzato a porre fine alla guerra in Ucraina, come obiettivo realistico e attuale. Accantonate le aperture di Trump, improponibili, si dovrà piuttosto ripartire dal punto raggiunto a Istanbul pochi mesi dopo l’inizio della guerra. L’intesa sottoscritta da Russia e Ucraina, respinta dagli USA (quanto alla rinuncia all’adesione dell’Ucraina alla NATO), riproponeva i termini degli accordi di Minsk con in più l’apertura delle procedure per l’ingresso dell’Ucraina nell’UE e l’impegno per un referendum per l’autodeterminazione del Donbass, rispetto a cui era rimasta aperta l’individuazione dei garanti.
Dei precedenti accordi (disattesi) erano stati non solo garanti ma, in buona parte, artefici i leader dei governi di Francia e Germania. Oggi toccherebbe a un movimento europeo davvero “volenteroso” sciogliere il nodo rimasto in sospeso proponendo che sia l’ONU il garante. Infine, proprio per la circostanza per cui a una delle parti direttamente in causa (la Russia) è riservato un diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza la decisione sui garanti dovrebbe essere presa dall’Assemblea sospendendo quel diritto per tutti i cinque paesi che tuttora, allo stato attuale, lo detengono.
