Il governo di destra vuole rifare per l’ennesima volta la legge elettorale e proprio a ridosso della scadenza delle politiche. I punti chiave della controriforma “Melonellum” sono due: 1°) un “premio di governabilità” che assegna il 60% dei seggi alla/al coalizione/partito che raggiunge almeno il 42% dei voti validi in entrambe le Camere; 2°) la designazione sulla scheda elettorale del candidato primo ministro. Il Melonellum è evidentemente incostituzionale in entrambi i punti: il primo sconvolge la rappresentatività del Parlamento, con un numero esorbitante di parlamentari “omaggio”; il secondo introduce surrettiziamente il “premierato”, senza affrontare apertamente la relativa riforma costituzionale, trasformando in atto meramente formale le consultazioni del Presidente della Repubblica e l’approvazione in Parlamento del capo del governo, che di fatto sarebbe imposto tramite il voto popolare dalla minoranza più numerosa.
Questa controriforma elettorale – alla quale le minoranze si sono opposte – è stata approvata il 16 luglio dalla Camera ed è passata al vaglio del Senato, che probabilmente la approverà senza modifiche, se non altro per non farla tornare in discussione alla Camera. Ci sarà a seguire una censura della Corte costituzionale? Si vedrà. Ammesso che si confermi la designazione del premier sulla scheda elettorale, che dovrà fare il “campo progressista” (mi rifiuto di usare la denominazione qualunquista “campo largo”)? Accetterà di fatto il premierato o lo contesterà, come ha fatto in Parlamento, non solo in teoria, ma in pratica?
Gli esponenti del campo progressista (i cui confini non sono ancora del tutto segnati) dicono che la cosa principale è definire il programma di governo – giusto – ma intanto da mesi l’attenzione è focalizzata sulla scelta del leader di coalizione e sulle modalità di tale scelta (primarie o personalità condivisa). Ci si rende conto che così facendo si aderisce al premierato made in Meloni? Si è consapevoli che di fatto si accetterebbe la prevaricazione dei diritti costituzionali del Capo dello Stato e del Parlamento?
La mia domanda è semplice: perché il campo progressista dovrebbe designare il capo assoluto della coalizione? I partiti che comporranno la coalizione hanno già dei dirigenti di vertice ben noti, perché serve incoronare un leader maximo? Costoro possono e devono presentarsi come una “squadra” che coopera in sinergia, non come concorrenti l’uno dell’altro. L’idea dell’uomo solo al comando è stata riproposta da Berlusconi e risale al mito del Duce. La corsa al premierato di coalizione attraverso le primarie non incrementerà la coesione e la forza elettorale dei progressisti; viceversa farà emergere fratture e dissapori, che non sarà facile riassorbire. Se il campo progressista dovesse vincere le elezioni, il peso delle sue componenti nella nuova compagine di governo sarà necessariamente e giustamente legato al risultato elettorale ottenuto dai singoli partiti, benché non si tratti di applicare un meccanico riparto matematico.
Spunta la domanda ricorrente: che fare? Se sarà necessario inserire sulla scheda elettorale un premier di coalizione/partito, la coalizione progressista dovrebbe indicare una personalità di alto profilo politico e culturale, rappresentativa dei valori di giustizia sociale e di democrazia della coalizione, specificando che si tratta di una personalità simbolo, che non concorre affatto alla carica di primo ministro; carica che sarà ricoperta secondo quanto prescrive la Costituzione.
Personalità di tale caratura non mancano. Senza escluderne altre, ne indico una come esempio: Anna Foa. Storica, ebrea antisionista, discendente da due famiglie distintesi nella lotta antifascista e partigiana, insignita nel 2019 del titolo di commendatore di Gran croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana (la più alta onorificenza della Repubblica).
Sono consapevole che la mia proposta sconvolge il quadro mentale della gran parte dei militanti dei partiti del campo progressista, ma se – per pigrizia o paura del nuovo – non siamo capaci di mettere in discussione noi stessi, allora non abbiamo speranza di cambiare la società.
