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LA CINA SPIEGATA ALL’OCCIDENTE: RECENSIONE AL LIBRO DI PINO ARLACCHI 

di Michele BLANCO

Il libro di Pino Arlacchi ci fornisce un quadro generale dell’universo Cina che è sempre stata nel corso della storia umana uno dei centri più importanti della civiltà mondiale. Per la gran parte del tempo, migliaia di anni, il nostro “Occidente” è stato economicamente, demograficamente ed in termini culturali, periferia.

Fino al 1820, in Cina viveva la metà del genere umano e rappresentava la metà dell’economia mondiale, nello stesso periodo solo il 2% della produzione mondiale era in Usa e solo il 5% nella Gran Bretagna. Anche il tenore di vita era superiore in ampie aree del mondo orientale. Infine, la tecnologia era più avanzata sotto molti profili, escludendo quella militare, dove le nazioni occidentali hanno sempre investito in modo sconsiderato. Tale condizione cessò negli ultimi anni del XVIII e primi del XIX secolo e furono ratificati dalle due guerre dell’oppio (1840 e 1860).

I fattori che resero la Cina stabile per migliaia di anni sono: il non-espansionismo; la meritocrazia politica. A questi fattori si aggiunge ora il sistema politico non-capitalistico. Questi tre fattori sono l’oggetto specifico del libro.

Per Arlacchi, sulla base di solide evidenze fattuali la differenza fondamentale con l’occidente è questa: il mondo cinese è centripeto e non aggressivo è sempre tendenzialmente pacifico. Come scrive, si tratta di “un cosmo che guarda a sé stesso e che si considera al contempo universale, privo  perciò di una spinta espansiva di tipo sia territoriale che economica e militare”, (p. 39). Al contrario, la successione infinite delle guerre di conquista, nelle quali l’Occidente europeo si è costantemente impegnato, a partire dal mondo greco, mostra la psicologia aggressiva che connatura il suo modo di stare nel mondo.

Nella Prima Parte l’autore descrive questa diversa natura e valorizza l’ideale cinese della tianxia che postula un mondo inclusivo e senza confini. Tutto sotto il Cielo, ovvero tutto-dentro. Qualunque etnia, cultura, entità, che fosse posta fuori del perimetro Han è un problema non un nemico. Per la postura politica e culturale cinese in linea di principio tutto può essere incluso o assimilato. Come dice Confucio, “all’interno dei quattro mari, gli uomini sono fratelli” (Cit. in Pino Arlacchi, op.cit., p. 50). Per i cinesi chi è fuori non è “barbaro” nel senso greco-romano e poi Occidentale, di inferiore e nemico, ma è solo diverso. Per i Greci, il barbaros (βάρβαρος) era colui che non parlava greco e che emetteva suoni incomprensibili (“bar-bar”). Questo concetto era fondato su una dichiarazione di superiorità culturale e linguistica. Aveva una forte connotazione dispregiativa che resta, ancora oggi, nel senso comune. “Barbaro” è dunque termine che associa nella nostra mente connotazioni selvagge, primitive, violente e minacciose.

Al contrario nella storia e cultura cinese si è sempre ricondotta inclusivamente ogni tensione all’unità materiale, produttiva, culturale e linguistica del ceppo che chiamiamo Han. Si è avuta, ogni volta, un processo di “hanizzazione” che è sempre stato anche progetto politico delle élite governanti; dopo ogni invasione dal Nord, il cuore agricolo degli Han tra il Fiume Giallo e lo Yangtze, geograficamente più compatto e denso, ha recuperato l’unità. Le invasioni portavano a un periodo di divisione interna, ma la pressione culturale e demografica Han era tale da assimilare completamente i conquistatori, anche se questi processi duravano secoli.

Ma il lascito di lungo periodo che contribuisce a spiegare il successo cinese nel suo acceleratissimo percorso di sviluppo economico dagli anni Settanta ad oggi. Si tratta della “meritocrazia”, ereditata dal sistema imperiale di selezione dei funzionari e ancora presente oggi nella selezione della classe dirigente. La selezione di una classe dirigente di alto livello è necessaria, nella prospettiva cinese, perché garantisce a tutti i mezzi fondamentali per una vita dignitosa. La classe dei mandarini è stata da oltre duemila anni selezionata tramite esami pubblici.

Una selezione che contribuiva in modo molto significativo a due effetti: la mobilità sociale, dato che era aperta a chiunque e di tanto in tanto ascendevano anche meritevoli di classe diversa, e la coesione etnica, in quanto la presenza di una élite culturale che si era formata sugli stessi testi “canonici”, e nella medesima lingua, nei secoli fu un elemento decisivo nella fusione delle tante etnie.

Questa eredità meritocratica spiega gli attuali successi della Cina che sono di natura esclusivamente economica e non hanno niente a che fare con disegni di dominio regionali o globali. Il paese non intende esportare le sue istituzioni politiche né condizionare investimenti e aiuti esteri alla sottoscrizione di alleanze politiche o militari. La sua filosofia non è imperialista, ma di cooperazione e amicizia transnazionali.

Il fattore della meritocrazia politica è quasi ignoto all’opinione pubblica occidentale perché si trova completamente al di fuori dei radar mediatici e del flusso di conoscenze sulla Cina. Quando ci riferiamo alla meritocrazia cinese dobbiamo pensare a una forma di governo basata su un’istituzione denominata “sistema degli esami”, istituito formalmente dalla dinastia Sui (581-618 d.C.) sulla scorta di forme di selezione che esistevano già sotto gli Han (206 a.C. 220 d.C.) e pienamente operativo e implementato nella Cina di oggi. Ogni dipendente dello Stato e quasi tutti i dirigenti pubblici di alto grado vengono selezionati, tramite un concorso molto competitivo. L’operato di ciascun dirigente è sottoposto in seguito a regolari valutazioni con scadenze fisse e con criteri e procedure predeterminati, oggi è il principio che struttura una leadership comunista che si dichiara al servizio del popolo. Non esistono né divisione dei poteri né Stato di diritto. Il partito comunista cinese coincide quasi con lo Stato, e rappresenta anche un segmento non indifferente della società civile. Non vige alcuna forma di indipendenza della magistratura, che è espressione dell’esecutivo e del Partito. Il presidente della Repubblica Popolare è anche segretario del Partito e capo delle forze armate. Il Politburo, il vertice supremo del Partito, indirizza e controlla strettamente l’operato del governo. La singolarità del PCC è di essere nello stesso tempo Stato, Partito e società civile. L’élite della società civile cinese governa lo Stato tramite il Partito Comunista, che non è un’associazione politica come le altre ma un gruppo sociale di quasi cento milioni di persone vagliate una per una attraverso metodi la cui selettività cresce man mano che si va verso l’alto. Alla base il sistema è completamente aperto a tutti, senza riguardo alla famiglia di provenienza, privilegi di ricchezza e potere. L’ascesa lungo i ranghi è fermamente meritocratica, con filtri e seri controlli periodici. In teoria, chiunque può diventare presidente della Repubblica o segretario del partito comunista cinese. In pratica, vige una prassi di cooptazione e di corsie privilegiate per gli eredi e i sodali dei massimi dirigenti.

La presenza del Partito è capillare, ubiqua. È il Moderno principe di Antonio Gramsci, le cui riflessioni sono una buona guida per la comprensione del sistema politico cinese di ieri e di oggi. Secondo Gramsci, il Moderno principe è un Partito di intellettuali organici che organizza il consenso della società, la “volontà collettiva” del popolo, tramite la gestione dei beni comuni.

Pur avendo ospitato la più grande economia di mercato del mondo, la Cina non ha mai conosciuto, né nel suo passato remoto né oggi, il capitalismo, può essere definita capitalista solo rinunciando a usare la preziosa distinzione tra la sfera del mercato, che è universale, da quel prodotto squisitamente occidentale che è il capitalismo. Il mercato ha a che fare con il mondo rumoroso e inquieto degli scambi e dei luoghi di compravendita. È popolato da piccoli felini, audaci, mobili e orientati al profitto. Confucio li chiamava “piccoli uomini” che dovevano essere lasciati in pace e se possibile favoriti, perché fonte di graditi profitti aggiuntivi a quelli dell’agricoltura. Il capitalismo può sembrare simile al mercato, ma in realtà è l’antimercato, popolato dai grandi predatori che scorrazzano nella giungla da essi stessi creata, spesso invisibili e lontani dai luoghi di accumulo delle loro fortune.

Adam Smith è stato celebrato, senza leggere bene i suoi scritti, come l’alfiere del libero mercato e del capitalismo. Nelle sue opere principali Smith sostiene, invece, che il libero mercato deve essere uno strumento dello Stato, e cita proprio la Cina come esempio di uno sviluppo “naturale” del mercato portatore di stabilità e di ricchezza delle nazioni, in contrasto alla strada “innaturale” imboccata dagli Stati europei nelle mani dei capitalisti e dei banchieri dediti allo sfruttamento del commercio coloniale e delle guerre per la supremazia. Il modello di sviluppo cinese è crollato assieme alla Cina imperiale a metà dell’Ottocento perché colpito nel suo tallone d’Achille della potenza militare. Il modello è risorto nel 1949 con la rivoluzione maoista ed è ridiventato con Deng Xiaoping un “socialismo di mercato con caratteristiche cinesi”. Un sistema economico e politico che sopravanza per forza intrinseca, produttività e saldezza il capitalismo americano dominato dalla finanza parassitaria e pervenuto alla fase terminale della sua egemonia. Questa narrativa è l’argomento della terza parte di questo volume, il terzo “segreto” della potenza della Cina odierna.

La parte conclusiva di questo studio è dedicata alle conseguenze della rinascita della Cina, ai suoi rapporti con gli Stati Uniti e con il sistema internazionale, sul ruolo di primo piano della Cina nel nuovo ordine mondiale post-americano e post-occidentale che si va consolidando. Il libro mette in rilievo come l’ascesa cinese sia tutta interna a un riequilibrio storico dei rapporti tra il Nord e il Sud del pianeta, e come la politica estera cinese sia coerente con il profilo più equo e, si spera, più pacifico del nuovo ordine multipolare.

  • Ha conseguito l'Abilitazione Scientifica Nazionale alle funzioni di professore universitario di II fascia (associato) nel settore concorsuale 14/C1 Sociologia Generale. Dottore di ricerca in “Diritti dell’uomo e Diritti fondamentali. Teorie, etiche e simboliche della cittadinanza” presso la facoltà di Giurisprudenza della Seconda Università di Napoli. Dall’Anno Accademico 2004-2005 e successivi, incarico di insegnamento in Diritti dell’Uomo - Corso istituzionale in Alta Formazione europea, affidato a titolo di contratto integrativo di diritto privato dalla Facoltà di Studi politici e per l’Alta Formazione Europea e Mediterranea “Jean Monnet”, Università degli studi di Napoli.
    Tra i suoi saggi più rilevanti si ricordano: “La vera ragione dei diritti umani e la democrazia partecipativa come premessa al reciproco riconoscimento tra i popoli” (2006), “Democrazia deliberativa ed opinione pubblica emancipata” (2008), “Cosmopolitismo e diritti fondamentali” (2008), “Diritti e diseguaglianze. La crisi dello stato nazionale e al contempo dello stato sociale” (2017), “Nota critica a Thomas Piketty, Capitale e ideologia” (2021) “Nota critica a Katharina Pistor, Il codice del capitale. Come il diritto crea ricchezza e disuguaglianza” (2021). “Recensione critica a Thomas Piketty, Una breve storia dell’uguaglianza” (2021). “La politica post-democratica caratterizza, sempre più, il mondo attuale” (2024). “Introduzione al percorso intellettuale di Jürgen Habermas Habermas sociologo o filosofo? Certamente un intellettuale volto alla ricerca costante dell’emancipazione della persona umana”, Lanciano, Carabba (2024). “Jürgen Habermas. il Globalismo giuridico e la negazione della Guerra” (2024). “Il mondo contemporaneo tra post-globalizzazione, multipolarismo, conflitti e necessità di un nuovo ordinamento che permetta l’effettivo rispetto dei diritti umani fondamentali” (2025). “The newpossible age of post-globalitasion. Sociological and legal reflection on the need for a Constitution uniting all the nationsof the world”, in “Sociology and Social Work Review, volume 8, (Issue 1) /2024, di pp. 152-180. Con L. Altieri “Deliberative democracy in Habermas”, in “Sociology and Social Work Review, volume 9, (Issue 1) /2025, pp. 154-169. Con L. Altieri, “Intelligenza Artificiale e disuguaglianze, grandi rischi e possibili opportunità per il futuro della democrazia”, in G. Cifaldi, Intersezioni sociologiche (2025) ISBN: 978-8863448368. Con L. Altieri, “Un grave problema delle società contemporanee: Le ingiustificate diseguaglianze”, in G. Cifaldi, Intersezioni sociologiche (2025). ISBN: 978-8863448368.

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