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LA SOCIETÀ LIQUIDA DEL PRESENTE: SI VIVE IN CONFLITTO PERENNE CON CHI LA PENSA DIVERSAMENTE

di Michele BLANCO

Nel mondo contemporaneo la distinzione tra pace e guerra si è progressivamente attenuata. Gli Stati nazionali possono essere attaccati anche senza interventi militari, ma attraverso il sabotaggio informatico, i ricatti economici, la manipolazione delle fonti energetiche, il controllo dei dati e l’interferenza, legata alla disinformazione e ai mass media la cui proprietà è sempre più concentrata in poche mani, nei processi democratici. La conflittualità, in tutti i campi, non costituisce più una parentesi, un intervallo, tra due periodi di pace, ma una condizione permanente, molto diffusa e multidimensionale.

La capacità di una società o di un individuo di adattarsi ai cambiamenti e di superare le difficoltà, gli stress e i traumi senza spezzarsi o perdere la propria identità, diventa ogni giorno più necessaria. Essa riguarda la tenuta complessiva della società: la fiducia nelle istituzioni, la coesione tra i cittadini, la qualità dell’informazione, la continuità dei servizi essenziali e la disponibilità a sostenere i costi necessari per difendere un interesse comune, la stessa solidarietà civica tra i cittadini.

Ma come si ricostruisce una società ispirata al dialogo e alla solidarietà in un’epoca che sembra avere progressivamente dissolto proprio le condizioni sociali e culturali sulle quali il confronto inclusivo e solidale dovrebbe poggiare?

Zygmunt Bauman ha ben descritto l’attuale fase della modernità come una condizione “liquida”, nella quale le strutture sociali non conservano la propria forma abbastanza a lungo da diventare punti di riferimento stabili. Il lavoro diventa temporaneo e non tutelato, i legami mai solidi ma revocabili, le identità mutevoli, le appartenenze sempre più reversibili. La durata, di un lavoro, di un rapporto affettivo, viene percepita come un vincolo, mentre la possibilità di cambiare continuamente rappresenta la nuova misura della “libertà”, ma di quale libertà si parla non lo sappiamo più.

Il tempo stesso si frammenta in continui ed effimeri episodi. Il presente prevale completamente sul passato e sul futuro; l’apparenza farlocca sulla reale sostanza, la futile visibilità sulla vera competenza. Il turista e il giocatore rappresentano le due figure emblematiche della postmodernità contemporanea. Il primo attraversa luoghi velocemente senza appartenervi ne capirli, mentre il secondo affida all’occasione la possibilità di cambiare improvvisamente la propria condizione. Entrambi vivono solo nel presente e considerano la stabilità non come una sicurezza, ma come una limitazione.

Anche il cittadino rischia completamente di trasformarsi in un consumatore , oltre che di beni di consumo, di esperienze, informazioni e offerte dell’ultimo ritrovato della tecnologia. Nel campo fondamentale per la democrazia: quello della cittadinanza partecipativa, non partecipa più alla costruzione della comunità, ma sceglie, di volta in volta, un prodotto “politico”, non aderisce a un progetto collettivo, ma reagisce a una sequenza di sollecitazioni manipolative, non valuta il governo realmente sulla base di una prospettiva di lungo periodo, ma sull’immediatezza non dei fatti concreti ma delle emozioni suscitate dalle “informazioni”, non veritiere, controllate e parziali date dallo stesso governo. L’individuo isolato e controllato, “liberato” da molte appartenenze tradizionali, può finire per sentirsi estraneo persino a se stesso. In una situazione in cui è formalmente più libero, ma privo della continuità necessaria per attribuire un significato alla propria esperienza. Questa è una società composta da individui isolati, incerti e reciprocamente diffidenti può essere economicamente dinamica, non per tutti, e tecnologicamente avanzata, ma rimane strategicamente vuota e senza ideali che esprimono umanità e senso di appartenenza collettiva.

Ma per avere una società maggiormente empatica bisogna che ci sia una costruzione sociale, politica e morale perché una società solidale richiede indubbiamente una memoria condivisa, senso di appartenenza civico, consapevolezza delle difficoltà della vita reale e disponibilità ad accettare sacrifici per difendere qualcosa che viene percepito come proprio, oltre che di tutti. Il suo fondamento principale è la fiducia.

I cittadini devono potersi fidare dei loro simili come delle istituzioni, della qualità e verità delle informazioni ricevute e della reale competenza di chi decide. Devono comprendere fino in fondo le ragioni delle scelte e ritenere che gli oneri siano distribuiti in modo assolutamente giusto ed equo. Devono soprattutto riconoscersi nella comunità politica e sociale per la quale viene richiesto loro di sostenere quei costi. Un popolo, in una democrazia reale, può accettare sacrifici anche molto gravosi quando considera legittima l’autorità che li chiede, comprende lo scopo dello sforzo e ritiene che nessuna categoria sia sistematicamente protetta a spese delle altre. Ma al contrario, persino una misura estremamente ragionevole può suscitare rifiuto quando proviene da istituzioni e governi considerati distanti, composti da persone non capaci, raccomandati, incoerenti o inaffidabili. La fiducia non può essere imposta per decreto e neppure prodotta attraverso una campagna manipolativa fatta di comunicazione non veritiera. È il risultato cumulativo della coerenza tra parole e comportamenti, della trasparenza delle decisioni, della qualità dei servizi pubblici efficaci e efficienti. Inoltre bisogna ricordare che il conflitto politico pacifico è assolutamente fisiologico nella reale democrazia. Rappresenta interessi differenti, rende visibili le alternative e permette di correggere le decisioni sbagliate. Una società priva di confronto dialettico reale non è mai necessariamente coesa, ma potrebbe essere semplicemente una società non democratica di fatto e nella quale il dissenso è stato represso, anche se non in modo esplicitamente violento.

Il problema reale della nostra società nasce quando il confronto politico si trasforma in polarizzazione identitaria. In questo contesto l’avversario politico non viene più considerato portatore di una diversa idea del bene comune, ma un nemico da delegittimare sotto tutti i punti di vista e in ogni modo possibile. Non si discute su quale politica sia più utile ai cittadini, giusta e efficace, si mette in dubbio il diritto dell’altra parte politica di governare e, talvolta, persino ad appartenere pienamente alla comunità nazionale. L’eccessiva polarizzazione politica agisce allora come un vero e proprio diluente della democrazia reale. Indebolisce inequivocabilmente il legame tra cittadini e istituzioni, dissolve la fiducia nelle procedure democratiche, legali e sociali comuni e rende sempre più difficile distinguere l’interesse per il bene di tutti dalla convenienza di una sola parte.

Ogni questione viene interpretata solo attraverso l’appartenenza politica. La valutazione dei fatti dipende da chi li comunica, l’affidabilità delle istituzioni cambia in relazione a chi le governa, una minaccia esterna può essere minimizzata o amplificata non per la sua effettiva e reale pericolosità, ma per colpire, il più possibile, l’avversario interno ovvero la parte politica avversa. Persino la sicurezza nazionale rischia di diventare sempre e comunque materia di competizione elettorale permanente. Si crea così un circuito assolutamente distruttivo, dove la frammentazione sociale riduce notevolmente la fiducia, la sfiducia alimenta la polarizzazione, la polarizzazione delegittima le istituzioni democratiche, la debolezza istituzionale impedisce decisioni utili alla collettività e di lungo periodo, l’incapacità di decidere conferma nei cittadini la convinzione che lo Stato e i suoi apparati siano inefficienti, inefficaci o, addirittura, ostili. Una società attraversata da queste dinamiche può continuare a funzionare in condizioni normali, ma manifesta la propria fragilità quando deve affrontare una crisi prolungata.

L’affermarsi dei media digitali, non ha ovviamente creato tutte queste tendenze, ma le ha certamente accelerate e di molto amplificate. Le piattaforme hanno trasformato l’informazione in un flusso continuo, nel quale la velocità prevale spesso sulla verifica della verità di molte notizie e la sulla capacità di suscitare emozioni, ma soprattutto sulla qualità delle argomentazioni.

Gli onnipotenti e pervasivi algoritmi tendono a mostrarci solo ciò che conferma le nostre convinzioni, rafforza la nostra appartenenza di parte e prolunga la nostra attenzione. L’indignazione, la paura e il risentimento possiedono una capacità di propagazione superiore alla prudenza e alla valutazione delle complessità. In questo modo, lo spazio pubblico e l’opinione pubblica rischia di frammentarsi in comunità cognitive separate e ostili, ciascuna dotata dei propri fatti, dei propri interpreti e persino della propria rappresentazione della realtà, che spesso è completamente diversa dalle idee delle altre comunità.

Lo zapping, che da televisivo diventa anche applicato alle piattaforme attraverso l’utilizzo degli smartphone, già descritto da Bauman diventa algoritmico. Il cittadino non cambia soltanto canale, ma arriva a vivere in un ambiente informativo costruito solo intorno alle sue preferenze, alla sua “ideologia” nel quale il dissenso appare molto incomprensibile, addirittura inaudito, o moralmente inaccettabile. La politica segue la stessa logica. Il suo tempo si contrae fino a coincidere con quello delle notizie, dei sondaggi e delle reazioni sui social network. In molti casi vengono “cavalcate” da una parte politica contro l’altra parte politica, “troppo permissiva”, alcune notizie di cronaca, come il gioielliere che reagisce a una rapina arrivando a uccidere i ladri quando sono a terra feriti e non possono più nuocere a nessuno.

Ci troviamo di fronte a uno dei maggiori paradossi della società contemporanea, dobbiamo costruire capacità di collaborazione e aiuto collettivo di lunga durata all’interno di società dove invece si è elevata la provvisorietà a condizione permanente.

Questa vulnerabilità viene sfruttata dagli avversari, di qualunque parte politica. Nell’era della conflittualità permanente, l’obiettivo non è necessariamente convincere una popolazione ad aderire a una determinata narrazione. Può essere sufficiente aumentare la sfiducia, esasperare le divisioni, moltiplicare le versioni incompatibili della realtà e persuadere i cittadini che nessuna istituzione sia credibile, come la magistratura che applicando semplicemente le leggi dello Stato di diritto, condanna il gioielliere che spara e uccide i ladri che sono a terra feriti e non possono più fare del male a nessuno. Non occorre conquistare il consenso della maggioranza se si riesce a dissolvere quello dell’avversario.

La risposta non può essere la costruzione di una società chiusa, uniforme, con un pensiero unico e disciplinata. L’autoritarismo può sempre mostrare compattezza, ma spesso nasconde fragilità profonde: paura di comunicare gli errori, rigidità decisionale, repressione continua del dissenso democratico e incapacità di apprendere.

Tutte le società occidentali possiedono ancora molte risorse democratiche vere come il pluralismo, le autonomie, la società civile del volontariato e della partecipazione solidale, la libertà scientifica, le grandi capacità d’innovazione. Tuttavia, tutte queste risorse non possono operare all’infinito automaticamente ma devono essere protette e assolutamente devono agire entro un orizzonte condiviso. 

Occorre oggi innanzitutto ricostruire la credibilità delle istituzioni. Poi bisogna educare le persone alla grande complessità contemporanea, sviluppando nei cittadini la capacità di riconoscere manipolazioni, semplificazioni esagerate e false alternative. Diventa fondamentale difendere uno spazio informativo comune nel quale il reale pluralismo delle opinioni non comporti mai la dissoluzione dei fatti. Bisogna inoltre ridurre tutte le diseguaglianze che sono troppe, esagerate e ingiuste, perché non può esistere coesione quando una parte maggioritaria. 

Utile sarebbe ribadire sia i diritti individuali che le responsabilità collettive. La libertà non può coincidere soltanto con la facoltà di uscire, cambiare o sottrarsi dalle responsabilità verso gli altri. Una comunità veramente solidale e con meno ingiustizie, sopravvive anche grazie alla disponibilità dei suoi membri a rimanere, partecipare, contribuire e assumersi le giuste responsabilità e incombenze per chi ha maggiori possibilità. Quindi cittadini liberi ma consapevoli delle proprie importanti responsabilità. Infatti una società può disporre delle tecnologie più avanzate, delle infrastrutture più moderne ma i cittadini non si riconoscono nelle istituzioni democratiche, non condividono più un linguaggio di dialogo comune e considerano ogni sacrificio un’imposizione illegittima. 

Nell’era attuale, della conflittualità permanente, il centro di gravità dell’Occidente non risiede assolutamente nei suoi arsenali o solo nella sua capacità economica. Risiede nella coesione solidale e partecipativa delle sue società. Ed è proprio la coesione sociale ed economica, resa molto fragile dalla modernità liquida e dall’eccessiva e costruita attraverso la manipolazione delle coscienze, polarizzazione politica, che dobbiamo tornare a considerare una priorità strategica e fondamentale.

Un primo passo fondamentale potrebbe essere una tassa di solidarietà ai superricchi che da molti economisti di valore internazionale viene indicata come utile, necessaria con un effetto economico in positivo che potrebbe cambiare totalmente le nostre democrazie.

  • Ha conseguito l'Abilitazione Scientifica Nazionale alle funzioni di professore universitario di II fascia (associato) nel settore concorsuale 14/C1 Sociologia Generale. Dottore di ricerca in “Diritti dell’uomo e Diritti fondamentali. Teorie, etiche e simboliche della cittadinanza” presso la facoltà di Giurisprudenza della Seconda Università di Napoli. Dall’Anno Accademico 2004-2005 e successivi, incarico di insegnamento in Diritti dell’Uomo - Corso istituzionale in Alta Formazione europea, affidato a titolo di contratto integrativo di diritto privato dalla Facoltà di Studi politici e per l’Alta Formazione Europea e Mediterranea “Jean Monnet”, Università degli studi di Napoli.
    Tra i suoi saggi più rilevanti si ricordano: “La vera ragione dei diritti umani e la democrazia partecipativa come premessa al reciproco riconoscimento tra i popoli” (2006), “Democrazia deliberativa ed opinione pubblica emancipata” (2008), “Cosmopolitismo e diritti fondamentali” (2008), “Diritti e diseguaglianze. La crisi dello stato nazionale e al contempo dello stato sociale” (2017), “Nota critica a Thomas Piketty, Capitale e ideologia” (2021) “Nota critica a Katharina Pistor, Il codice del capitale. Come il diritto crea ricchezza e disuguaglianza” (2021). “Recensione critica a Thomas Piketty, Una breve storia dell’uguaglianza” (2021). “La politica post-democratica caratterizza, sempre più, il mondo attuale” (2024). “Introduzione al percorso intellettuale di Jürgen Habermas Habermas sociologo o filosofo? Certamente un intellettuale volto alla ricerca costante dell’emancipazione della persona umana”, Lanciano, Carabba (2024). “Jürgen Habermas. il Globalismo giuridico e la negazione della Guerra” (2024). “Il mondo contemporaneo tra post-globalizzazione, multipolarismo, conflitti e necessità di un nuovo ordinamento che permetta l’effettivo rispetto dei diritti umani fondamentali” (2025). “The newpossible age of post-globalitasion. Sociological and legal reflection on the need for a Constitution uniting all the nationsof the world”, in “Sociology and Social Work Review, volume 8, (Issue 1) /2024, di pp. 152-180. Con L. Altieri “Deliberative democracy in Habermas”, in “Sociology and Social Work Review, volume 9, (Issue 1) /2025, pp. 154-169. Con L. Altieri, “Intelligenza Artificiale e disuguaglianze, grandi rischi e possibili opportunità per il futuro della democrazia”, in G. Cifaldi, Intersezioni sociologiche (2025) ISBN: 978-8863448368. Con L. Altieri, “Un grave problema delle società contemporanee: Le ingiustificate diseguaglianze”, in G. Cifaldi, Intersezioni sociologiche (2025). ISBN: 978-8863448368.

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