Se ne è andata una figura che la narrazione mainstream si affretta a definire progressista, ma che la storia consegna alla realtà per ciò che è stata: una militante neoliberista. Sotto questo aspetto, solo una sinistra italiana ormai evaporata, ridotta a succursale di un partito radicale di massa, può nutrire dubbi o versare lacrime di comodo.
Emma Bonino e Marco Pannella non hanno fatto politica: hanno inventato un’insopportabile cantilena propagandistica incentrata sul feticcio della “partitocrazia”. Uno stratagemma retorico scientificamente mirato a demolire la centralità del Parlamento, ad americanizzare le istituzioni italiane, a inebetire il dibattito pubblico e a spoliticizzare i cittadini. Questa destrutturazione dello Stato ha radici lontane: è iniziata con l’abuso sistematico dello strumento referendario dagli anni ’70 e ’80 in poi. Una valanga di quesiti che, dietro lo specchietto per le allodole dei diritti civili, mirava a smantellare i presidi pubblici, il finanziamento ai partiti e le tutele sociali, spianando la strada al populismo giudiziario e all’individualismo più sfrenato.
Lungi dall’incarnare un’ideale di indipendenza, Bonino è stata l’esecutrice di una politica per conto terzi. Dietro le sue battaglie si muovevano ricchi finanziatori internazionali e apparati d’oltreoceano. Non è un mistero la sua viscerale ammirazione per Friedrich August von Hayek, l’economista che arrivò a legittimare il Cile di Pinochet, sostenendo apertamente che una dittatura liberista fosse preferibile a una democrazia economica.
Di questa visione, Bonino è stata la partigiana più fedele in Italia, promuovendo il sistema totalitario dei “vincoli esterni” e dell’austerità tecnocratica direttamente dalle stanze del potere. Nel 1995, la nomina a Commissaria Europea per gli Aiuti Umanitari e la Pesca nella Commissione Santer — voluta dal primo governo Berlusconi — ha sancito il suo definitivo arruolamento nell’élite di Bruxelles, dove ha gestito le risorse ittiche e i mercati globali secondo i rigidi dettami della deregolamentazione doganale europea. Una linea spietata poi proseguita nei primi anni Duemila: da Ministra del Commercio Internazionale e delle Politiche Europee nel governo Prodi II (2006-2008), è stata la custode intransigente dei parametri di Maastricht, caldeggiando privatizzazioni selvagge, precarizzazione strutturale del lavoro e delocalizzazioni in nome della competitività globale.
Ha contribuito attivamente a definanziare il Servizio Sanitario Nazionale, appoggiando le riforme di aziendalizzazione che hanno trasformato la salute pubblica in un bacino di profitto privato e lasciando sulle spalle dei cittadini un costo umano drammatico, misurabile in termini di disuguaglianza e abbandono sociale. Perfino l’attività legata all’Associazione Luca Coscioni, i tentativi di demolizione della Legge 40 e le spinte verso l’eutanasia vengono letti, in questa luce, non come conquiste di libertà, ma come la definitiva sconsacrazione della vita umana, ridotta a bene di consumo sacrificabile quando non è più “produttiva” per il mercato.
L’entusiasmo che sprigionava non era per la libertà, ma per una società spietatamente competitiva, dove il mercato decide chi merita di esistere e chi è destinato al fallimento. Un fallimento che, nella sua ottica, non richiedeva risposte collettive o solidarietà sociale, ma percorsi psicologici e cure farmacologiche individuali. Ha scientemente utilizzato i diritti civili come un’arma di distrazione di massa, mettendoli in sistematica contrapposizione con i diritti sociali. Il suo manifesto implicito è sempre stato il dogma thatcheriano ultraliberista: “Esistono solo gli individui, la società non esiste”.
Finanche sul piano internazionale, la sua gestione della diplomazia da Ministra degli Affari Esteri nel governo Letta (2013-2014) è stata lo specchio di un’ortodossia atlantista e filo-israeliana incrollabile. Le sue tardive e timide dichiarazioni sulla tragedia di Gaza sono state solo un ufficio di prammatica, un cinico riposizionamento davanti all’evidenza dei fatti. La sua visione esprimeva una sottile pulsione di morte, un darwinismo sociale per cui gli esseri umani in difficoltà rappresentano esclusivamente un peso o un costo che la collettività non deve pagare.
In ultima analisi, il vero testamento politico di Emma Bonino si compie nella foga ideologica delle privatizzazioni e nella svendita dei beni comuni. Consegnando asset strategici, servizi essenziali e la salute stessa dei cittadini alle logiche del profitto privato, si è inferto un colpo decisivo allo Stato sociale, sacrificando la dignità collettiva sulle logiche del mercato.
