A dieci anni dalla morte di Marco Pannella, la politica lo ricorda con rituali di facciata che suonano falsi e miserabili: dalle proposte di targhe a Piazza Navona fino alla richiesta di un busto a Montecitorio.
Ma sul suo vero campo di battaglia, quello dei diritti civili, non è stato compiuto alcun passo avanti. Quanta ipocrisia di Stato.
Per ricordare davvero Pannella e le sue conquiste sociali, bisognerebbe partire da un principio fondamentale: proibire un diritto significa inevitabilmente spingerlo nella clandestinità. Basti pensare alla cannabis: nei Paesi in cui è legale, il consumo è spesso inferiore rispetto a quelli in cui resta vietata. Lo stesso vale per l’aborto: vietarlo o renderlo difficile non riduce il numero delle interruzioni di gravidanza, ma espone le donne a maggiori rischi, privandole di sicurezza, dignità e libertà di scelta.
La legge 194, che pochi giorni fa ha compiuto 48 anni dalla sua approvazione, resta un miraggio. Esiste ma non è applicata nella sua interezza e progressivamente disinnescata dall’obiezione di coscienza dilagante, prevista originariamente come compromesso parlamentare per consentirne l’approvazione.
Un aspetto gravissimo, di cui tutti sono a conoscenza ma sul quale continua a calare il silenzio, riguarda quei medici assunti nel servizio pubblico che si dichiarano obiettori di coscienza e che poi, nel privato, continuano a praticare interruzioni di gravidanza. L’unico tentativo concreto di superare questa distorsione è stato individuato nella normativa regionale del Lazio, attraverso il principio di coerenza vincolante mediante dichiarazione di mendacità: chi si dichiara obiettore nel pubblico dovrebbe essere obbligato a non praticare IVG nel privato, con il rischio di radiazione dall’albo professionale in caso di violazione.
Nell’ultimo report Aborto Senza Numeri, pubblicato da Medici Nel Mondo, (scaricabile gratuitamente dal web) parte da una considerazione che riporto testualmente “L’aborto non sicuro è infatti una delle principali cause di mortalità materna a livello globale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stima oltre 39 mila decessi e più di 7 milioni di ricoveri ospedalieri ogni anno a causa delle complicazioni di aborti non sicuri”. Numeri che fanno paura e spavento.
Sulla applicazione di questa legge, il Molise ha avuto il record nazionale; la totalità dei medici nel pubblico erano obiettori di coscienza, tranne uno. Fino a poco tempo fa, l’ospedale Cardarelli di Campobasso era l’unica struttura pubblica e convenzionata in cui fosse possibile accedere all’IVG. Solo dal febbraio 2024 il servizio è stato esteso all’ospedale di Termoli, mentre Isernia resta ancora scoperta. I recenti dati confermano che in Molise, dove il 90,9% dei ginecologi è obiettore e oltre l’80% delle IVG è farmacologica (RU486) ma, nonostante le linee guida nazionali prevedano la possibilità di un percorso ambulatoriale o nei consultori, si ricorre spesso al ricovero ospedaliero in day hospital, con conseguenze psicologiche rilevanti per le donne coinvolte.
E allora ricordare Marco Pannella con articoli commemorativi e targhe, senza però parlare davvero di diritti civili, di consultori che non funzionano, del terrorismo psicologico dei movimenti pro-life davanti agli ospedali e persino dentro le università, è un’ipocrisia che lo stesso Pannella avrebbe disprezzato.
Bisogna avere il coraggio di contrastare una propaganda retrograda, conservatrice e autoritaria che alimenta una narrazione pseudoscientifica diffusa tanto da questi movimenti quanto da una parte della politica di governo, ancora ossessionata dalla promozione di un presunto “unico modello di famiglia”, incapace di confrontarsi con la complessità reale della società contemporanea.
Se si vuole davvero onorare l’eredità delle battaglie di Pannella, allora bisogna iniziare a parlare seriamente dell’applicazione della legge 194, a partire dal superamento dell’articolo 9 sull’obiezione di coscienza, che in molte strutture rende di fatto impossibile l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza.
Solo così ha senso ricordare Marco Pannella: sui diritti civili resta ancora moltissimo da fare: dal diritto all’autodeterminazione alla libertà di cura, fino al fine vita.
Ricordo una delle sue ultime riflessioni, contenuta nel libro postumo “Una libertà felice”, scritto dal letto di un ospedale. Parlando della morte e di come avrebbe voluto essere ricordato, Pannella scrisse: “Quando te ne vai, bisogna vedere quanti sono quelli che fanno della tua mancanza una presenza… e si va avanti”.
Continuare quelle battaglie con serietà e coraggio è l’unico modo per ricordarlo davvero.
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