Jack Swigert, l’astronauta americano della missione “Apollo 13” del 1970, in un momento di difficoltà durante il volo spaziale pronunciò la celebre frase “Houston, abbiamo un problema!”. In verità la frase fu “Houston, abbiamo avuto un problema qui” (Houston, we’ve had a problem here), ma la locuzione più nota rende l’idea, ormai di uso comune anche per ironizzare su un momento di défaillance. E vorrei che di défaillance si trattasse quando leggo le notizie e le interviste di alcuni esponenti progressisti in fatto di primarie e programma elettorale, che tarda a definirsi. Una coalizione, quella del centrosinistra di epoca post prodiana-berlusconiana, che nasce dai banchi dell’opposizione parlamentare, che in linea di massima e di principio condivide temi etici, sociali e diritti civili, ma che non riesce a dire un “no” secco all’unisono al sostegno militare-economico in favore dell’Ucraina e ad ammettere che il gas russo ci occorre come il pane. Un “campo largo” che accoglierebbe prime donne da percentuali poco rilevanti, ma che bisognano come il sedano nel brodo. Il punto è capire se questo brodo avrà un po’ di sostanza in più con Renzi e Calenda. Il primo è pronto a sottoscrivere qualsiasi intesa, come dice Travaglio: “Renzi pur di avere un ministero firmerebbe pure la dittatura del proletariato”. Il secondo invece si avventura in voli pindarici che nemmeno il Pinocchio del nonno Comencini riusciva a fare. Insomma, “Houston, abbiamo un altro problema”. Facciamo un salto indietro nel tempo, a quando nel marzo scorso Meloni e i suoi presero uno scossone dal risultato referendario. Il Governo appariva disorientato e Meloni particolarmente incazzata, tuttavia da abile capobastone cercava nelle prime ore un capro espiatorio, poi subito strategie comunicative per mascherare gli stati d’animo e rassicurare le proprie capre affinché non si allontanassero dal recinto. Dallo schieramento opposto, dopo avere appreso l’eccezionale risultato referendario, Conte annunciava in conferenza stampa l’attivazione di “cento spazi aperti della democrazia”, una sorta di open space rivolto ai cittadini per accogliere idee da iscrivere nel programma elettorale e subito dopo concludeva annunciando la volontà di aprire alle primarie per la scelta del capo della nascente coalizione. Di recente Schlein ha confermato di non arretrare sulle primarie, ma in alternativa alle stesse pensa che la guida della coalizione possa andare al partito che raccoglierà più consensi, un modo per cadere in piedi. Insomma, dopo l’incauto annuncio di Conte che si avventurò in una interpretazione strumentale dell’adesione al voto referendario, caratterizzato da una notevole partecipazione giovanile, si è nei fatti avviato un percorso che in pochi sono realmente disposti a sostenere, preoccupati o convinti che la competizione interna possa ledere buone relazioni finora intessute e ancora peggio, fare emergere differenze di vedute significative che avviliscono gli attivisti e scoraggiano gli elettori. Non sono bastati i moniti di Prodi e D’Alema, che il mestiere lo conoscono, né il rifiuto del sindaco Salis che ha ironizzato declinando l’invito in dialetto genovese: “mi nu ghe sun!”. L’assenza di quest’ultima da una ipotetica competizione, tranquillizza i competitori interni e gli avversari. Oltre a Salis, Bonelli e Fratoianni si sono da subito mostrati coerenti e razionali nell’analisi. Dalle prime considerazioni sull’esito referendario, fino all’idea prioritaria della stesura del programma rispetto all’indicazione del presidente del consiglio in pectore. In questi ultimi mesi mi è parso di ascoltare da parte di Conte e Schlein, parole pronunciate a denti stretti nelle feste di partito e nelle interviste, che non hanno annunciato finora una sintesi. Nel frattempo Meloni, “zitta zitta, quatta quatta”, cerca di recuperare una credibilità all’estero, va in giro per l’Italia e si autocelebra a Bari, quasi come se a governare il disastro politico-economico-finanziario-sociale siano stati altri. Insomma ci troviamo dinanzi a due casi di partenogenosi della sconfitta: da una parte Meloni e associati che governano come se fossero in campagna elettorale permanente, attribuendo le responsabilità dei propri fallimenti alle zecche comuniste invidiose; dall’altra un “campo largo” che rischia di trasformarsi in un campo di battaglia.
Settembre 2026
RIVOLTA DELLE TUTE BLU: PERCHÉ IL NEOLIBERISMO E L’ECONOMIA DI GUERRA SPINGONO LA CLASSE OPERAIA A DESTRA
Il panorama politico europeo sta subendo una faglia tettonica che i vecchi paradigmi interpretativi non riescono più a spiegare. L’esito del voto in Sassonia-Anhalt, dove l’Alternative für Deutschland (AfD) ha sfiorato la maggioranza assoluta trainata da un plebiscito tra i lavoratori manuali, non è un’anomalia temporanea né il frutto di una generica “manipolazione esterna”. È, al contrario, il sintomo di una profonda crisi strutturale che lega l’est della Germania al resto della periferia industriale europea, Italia e Francia comprese. La sociologia politica contemporanea parla chiaro: quando la sinistra storica ha sposato i dogmi del neoliberismo, ha orfana la classe operaia, lasciando alla destra radicale il monopolio della protezione sociale e della protesta contro lo status quo economico.
I dati demografici del voto in Sassonia-Anhalt demoliscono la retorica liberale secondo cui la destra radicale sarebbe un fenomeno puramente marginale. Il dato più dirompente riguarda i flussi e la composizione sociale dell’elettorato: il 61% degli operai ha votato per AfD, trasformando quello che un tempo era il bacino elettorale naturale della sinistra in una roccaforte della destra nazionalista. Il 9% dei consensi di AfD è arrivato direttamente dalle file della SPD (il Partito Socialdemocratico), segno di un travaso causato dalla percepita perdita di rappresentanza dei ceti meno abbienti. Questa dinamica trova un perfetto specchio in Italia dove, secondo le rilevazioni demoscopiche, Fratelli d’Italia (FdI) è il primo partito tra gli operai con il 31% dei consensi. Davanti a questi dati, l’analisi del centro liberale ed europeista si rifugia spesso in due narrazioni consolatorie: la tesi sociologica secondo cui la classe operaia “non esiste più” o la spiegazione geopolitica che attribuisce ogni scossone elettorale alla disinformazione e ai complotti della Russia. Si tratta di letture ideologiche che evitano di affrontare la realtà materiale.
Per comprendere scientificamente questo fenomeno, la sociologia economica fa riferimento all’analisi dell’economista Thomas Piketty sul concetto di “Sinistra Braminica” (Brahmin Left), teorizzato nel saggio Capitale e ideologia. Negli ultimi trent’anni, i partiti socialdemocratici occidentali hanno progressivamente spostato il proprio baricentro rappresentativo dai lavoratori manuali alle classi urbane, scolarizzate e ad alto capitale culturale. Abbracciando l’agenda neoliberista – fatta di deregolamentazione del mercato del lavoro, privatizzazioni e flessibilità – la sinistra ha smesso di offrire una sponda di classe ai conflitti economici. Quando i partiti principali convergono sulle stesse ricette economiche di mercato, la storica “frattura macroeconomica” si azzera. Il conflitto si sposta così sulla frattura culturale e identitaria. Gli operai precari e i subalterni, non trovando più una sponda politica per chiedere l’uguaglianza dei salari, scelgono l’identità che sentono più protettiva contro le minacce esterne: il nativismo, la difesa dei confini e l’appartenenza nazionale proposti dalla destra.
Questa teoria trova una validazione empirica schiacciante nei dati elettorali delle ultime scadenze continentali. In Francia il blocco elettorale del Rassemblement National mostra una polarizzazione geometrica: nei piccoli centri industriali e tra i lavoratori dipendenti a basso reddito, la destra radicale supera regolarmente il 50% dei consensi. Al contrario, la sinistra e i centristi liberali registrano le percentuali più alte nei centri urbani e tra i cittadini con lauree magistrali o dottorati. Il voto si è spaccato tra il “capitale culturale” delle metropoli e la sofferenza materiale delle periferie. In Italia, la scomposizione del voto per professione mostra che le forze progressiste (come il Partito Democratico) ottengono i risultati migliori nei quartieri storici e benestanti delle grandi città e tra i lavoratori ad alta specializzazione. Fratelli d’Italia e le coalizioni di destra egemonizzano invece le partite IVA della provincia produttiva e le periferie industriali, dove la precarietà legata alla deregolamentazione del mercato del lavoro ha picchiato più duro.
La svolta a destra del mondo del lavoro risponde a risposte concrete a crisi materiali precise, prodotte dal paradigma economico dominante. In primo luogo, pesano i fallimenti della Riunificazione tedesca: la Sassonia-Anhalt, come gran parte dell’ex DDR, vive ancora oggi le conseguenze della Treuhandanstalt, l’agenzia che privatizzò e smantellò a tappe forzate il tessuto industriale dell’Est all’inizio degli anni ’90. Questa transizione capitalistica selvaggia non ha mai garantito la parità salariale e sociale con l’Ovest, lasciando un profondo senso di svalutazione e colonizzazione economica. I lavoratori dell’Est votano AfD non per “mancanza di democrazia”, ma perché la democrazia liberale si è presentata loro sotto forma di disoccupazione e tagli al welfare. In secondo luogo, influisce il costo della guerra e lo shock energetico: la rottura dei rapporti commerciali e dei flussi energetici con la Russia, accelerata dall’asse Euro-NATO, ha colpito al cuore il modello manifatturiero europeo. La sociologia dei consumi evidenzia come le sanzioni e il conseguente aumento delle materie prime si siano tradotti in extracosti per le imprese, inflazione per le famiglie e crescita zero. L’inflazione e il rischio di deindustrializzazione non sono concetti astratti: per un operaio significano perdita immediata del potere d’acquisto e precarietà occupazionale, mentre le élite cosmopolite restano protette dal loro capitale finanziario. Infine, il modello Von der Leyen incastra i territori nella trappola dell’austerità: la risposta di Bruxelles a questa crisi si sta concentrando su due pilastri neoliberisti, ovvero la spinta verso un riarmo multimiliardario (sottratto alla spesa sociale) e il ritorno alle gabbie contabili del Fiscal Compact. La proposta di superare il voto all’unanimità nell’UE viene percepita dalle periferie economiche come un ulteriore tentativo di centralizzazione tecnocratica, per blindare le politiche di austerity impedendo ai governi locali qualsiasi manovra di spesa pubblica redistributiva.
L’aspetto più devastante del dogma neoliberista si manifesta nello smantellamento programmato dello Stato sociale. Per decenni, sotto la spinta dei parametri di stabilità europei e dei diktat dei mercati finanziari, i governi di centro-sinistra e i tecnocrati hanno operato tagli draconiani alla spesa pubblica, colpendo i pilastri del benessere collettivo. I continui definanziamenti e le privatizzazioni striscianti hanno trasformato la tutela della salute da diritto universale a bene di consumo. La chiusura degli ospedali periferici e l’allungamento infinito delle liste d’attesa colpiscono in modo classista proprio chi non può permettersi le cliniche private, lasciando le fasce operaie in una condizione di totale abbandono e insicurezza vitale. Parallelamente, si assiste al collasso dell’istruzione e della scuola pubblica, dove i tagli ai bilanci hanno precluso la scuola come ascensore sociale. Le scuole delle periferie industriali e geografiche si trovano prive di risorse, con strutture fatiscenti e personale ridotto all’osso. Questo non solo perpetua le diseguaglianze di partenza, ma alimenta quel risentimento verso le élite “bramine” che frequentano i circuiti educativi d’eccellenza. La riduzione dei fondi per le tutele sociali, per l’assistenza alle disabilità, per i trasporti pubblici locali e per le case popolari ha infine sgretolato i legami di solidarietà comunitaria, trasformando i quartieri operai in deserti sociali ed economici.
Mentre si consumava questa macelleria sociale ai danni dei cittadini più vulnerabili, l’orientamento politico della governance europea ha subito una svolta militarista. Risorse immense, sistematicamente negate agli ospedali, alle scuole e alla lotta alla povertà, sono state improvvisamente drenate verso la spesa bellica. Le politiche guerrafondaie dell’asse Euro-NATO hanno imposto bilanci record per il riarmo e la difesa, sottraendo capitali vitali all’economia reale. Per i lavoratori, l’economia di guerra si traduce in un doppio inganno: da un lato pagano il prezzo dell’inflazione energetica causata dalle sanzioni, dall’altro vedono le proprie tasse convertite in armamenti anziché in servizi pubblici essenziali.
Per bloccare l’avanzata delle destre radicali, non serve la colpevolizzazione morale dell’elettorato popolare, ma un’inversione totale di rotta economica. Thomas Piketty propone un modello strutturato di “socialismo partecipativo” volto a smantellare l’impalcatura neoliberista e a restituire centralità al mondo del lavoro attraverso riforme sistemiche. La prima misura prevede una tassazione fortemente progressiva e la proprietà temporanea, con aliquote fiscali che possono raggiungere l’80% o il 90% sui redditi e sui patrimoni miliardari. L’obiettivo macroeconomico è trasformare il concetto stesso di proprietà, rendendola “temporanea”: accumulare capitali sterminati diventa impossibile, poiché la ricchezza viene costantemente rimessa in circolo. La seconda colonna è l’eredità universale per tutti: finanziata direttamente dalle tasse sui grandi patrimoni, questa riforma prevede l’erogazione di una dote fissa in capitale (proposta intorno ai 120.000 euro) a ogni cittadino al compimento dei 25 anni. Questo meccanismo spezza la trasmissione dinastica delle diseguaglianze familiari, garantendo ai giovani della classe operaia una base di partenza economica immediata e un reale potere contrattuale sul mercato del lavoro e della casa. La terza riforma riguarda la co-gestione reale e la democrazia nelle imprese, che modifica radicalmente i diritti di proprietà societaria concedendo ai rappresentanti e ai sindacati dei lavoratori il 50% dei seggi e dei diritti di voto nei consigli d’amministrazione delle grandi aziende. Inoltre, per evitare che i singoli grandi azionisti controllino tutto, il potere di voto del singolo investitore verrebbe limitato per legge al 10%. In questo modo, le decisioni sui licenziamenti, sui salari e sugli investimenti produttivi non dipendono più dalle speculazioni finanziarie ma dalla comunità aziendale.
L’emergere di quella che i media definiscono “un’onda nera” nel cuore dell’Europa non è la causa dell’instabilità attuale, ma l’effetto collaterale e inevitabile di scelte politiche ed economiche precise. La sociologia del populismo dimostra che la tecnocrazia neoliberista, avendo cancellato il dibattito sulle alternative economiche, produce mostri politici. Fino a quando l’agenda continentale rimarrà focalizzata sul riarmo, sulla prosecuzione a oltranza del conflitto a est, sul Fiscal Compact e sulla compressione salariale, la classe operaia continuerà a vedere nella destra radicale l’unico voto di rottura disponibile contro un sistema che ha smesso di proteggerla. La ricetta per fermare la destra non è la retorica morale sul pericolo democratico, ma un’inversione di rotta radicale: la fine dell’economia di guerra, lo stop al riarmo e lo smantellamento dei dogmi neoliberisti della UE.
IL GRANDE BLUFF DELL’IMPERO: L’ARROGANZA GLOBALE E IL DISASTRO INTERNO DEGLI STATI UNITI
Gli Stati Uniti d’America continuano a imporre la propria egemonia culturale, militare ed economica sul resto del pianeta, muovendosi sullo scacchiere internazionale con un atteggiamento aggressivo, giudicante e imperiale. Da Washington partono regolarmente pagelle di buon governo, sanzioni e lezioni di democrazia dirette a qualsiasi nazione non si allinei al modello occidentale. Eppure, questa incessante proiezione di potenza all’estero serve solo a nascondere una profonda e drammatica crisi strutturale interna. Il paradosso è totale: la superpotenza che pretende di guidare il mondo libero si dimostra incapace di proteggere, curare e sfamare i propri cittadini.
Oggi questo cortocircuito istituzionale è esasperato dalla figura e dalla propaganda di Donald Trump, che ha cavalcato il risentimento popolare promettendo una grandezza che, nei fatti, si traduce in un capitalismo spietato e oligarchico. L’aggressività bellicosa della politica estera americana contrasta violentemente con la miseria materiale che si consuma sul suolo patrio. Questa sproporzione si riflette in una spesa militare interna e internazionale monumentale. Il recente bilancio della difesa per l’anno fiscale 2026 ha toccato la cifra record di 1,05 trilioni di dollari complessivi, superando per la prima volta nella storia la soglia del trilione grazie alla combinazione tra stanziamenti ordinari e decreti di riconciliazione. In questa mastodontica allocazione di risorse spiccano i 900,6 miliardi di dollari autorizzati dal solo National Defense Authorization Act (NDAA), un pacchetto multimiliardario blindato dal Congresso che destina 291 miliardi alla manutenzione operativa e ben 162 miliardi all’acquisto di nuovi armamenti. Si tratta di una macchina economica che arricchisce i colossi industriali e i lobbisti vicini alle cerchie del potere, preferendo finanziare la distruzione oltreoceano – o programmi missilistici avanzati – piuttosto che la ricostruzione sociale interna.
Mentre il bilancio del Pentagono cresce senza sosta, il sistema istituzionale statunitense ha trasformato il diritto alla salute in un mercato immorale, escludendo sistematicamente decine di milioni di statunitensi da qualsiasi forma di assistenza sanitaria. Questa massa enorme di cittadini vive nel terrore costante di ammalarsi, sapendo che una diagnosi può significare la rovina economica totale. L’assenza di un welfare universale si traduce in una condanna a morte silenziosa per migliaia di persone: la mancanza di copertura medica e l’impossibilità di pagare le cure tempestive spingono i soggetti non assicurati a ignorare i sintomi di malattie gravi fino a quando non è troppo tardi, incrementando tragicamente la mortalità evitabile della nazione. Le spese sanitarie rimangono la causa principale di bancarotta finanziaria per le famiglie, mentre una dose di insulina arriva a costare più della rata mensile di un’automobile. Questa speculazione costringe migliaia di diabetici a razionare le dosi quotidiane per sopravvivere. Parallelamente, le leggi anti-aborto medievali, blindate dai giudici ultraconservatori della Corte Suprema promossi dall’area trumpiana, hanno paralizzato la classe medica: le donne rischiano la vita nei parcheggi degli ospedali perché i medici, terrorizzati da ripercussioni penali, non osano trattare nemmeno i casi di aborto spontaneo. La combinazione di barriere d’accesso alle cure e la piaga sociale degli oppioidi ha provocato una contrazione dell’aspettativa di vita media – un’anomalia vergognosa tra le grandi economie avanzate – associata a un tasso di mortalità infantile peggiore di quello di nazioni storicamente sanzionate dagli stessi USA, come Cuba.
Dietro l’ostentazione della ricchezza di Wall Street e dei miliardari vicini al tycoon arancione, l’America reale vive in uno stato di costante vulnerabilità finanziaria. Ogni notte, oltre 600.000 persone dormono senza un tetto per strada; tra di loro si contano migliaia di veterani di guerra, abbandonati sotto i ponti dopo essere stati usati come carne da cannone nelle operazioni belliche globali finanziate da quel bilancio militare ipertrofico. Il salario minimo federale è bloccato da 15 anni e questa stagnazione costringe categorie essenziali come gli insegnanti a svolgere due o tre lavori per pagare l’affitto, mentre il 40% degli adulti non dispone di 400 dollari in contanti per affrontare un’emergenza medica o un guasto improvviso senza indebitarsi immediatamente.
Il “paese della libertà” crolla definitivamente di fronte ai dati del proprio sistema giudiziario, caratterizzato da un’aggressività punitiva che non ha eguali al mondo. Gli Stati Uniti rinchiudono dietro le sbarre più cittadini propri di qualsiasi altra nazione sulla Terra, superando in termini assoluti e percentuali regimi autoritari come la Cina e la Russia. Oltre due milioni di persone si trovano dietro le sbarre, e un quarto della popolazione carceraria totale è in cella senza aver subito alcuna condanna. La loro unica colpa è l’indigenza: sono semplicemente troppo poveri per potersi permettere la cauzione in denaro. In un grottesco contrasto, leader politici miliardari pluri-condannati penalmente sfruttano risorse e scappatoie legali per evitare la reclusione di fatto.
La violenza che gli Stati Uniti esportano nel mondo attraverso il loro apparato bellico si riflette quotidianamente all’interno delle loro stesse comunità. I bambini americani sono costretti a seguire simulazioni di sparatorie di massa tra una lezione di matematica e una di inglese, mentre la politica difende il mercato della compravendita delle armi da fuoco per incassare i finanziamenti delle potenti lobby del settore. L’atteggiamento predatorio di Washington si estende anche alle alleanze storiche. Quando l’America ha avuto bisogno, l’intera coalizione internazionale ha risposto invocando l’Articolo 5 della NATO dopo l’11 settembre, versando sangue per vent’anni. La risposta finale degli Stati Uniti è stata una fuga unilaterale nel cuore della notte, lasciando i partner globali a gestire da soli le macerie geopolitiche.
L’aggressività con cui gli Stati Uniti pretendono di giudicare il pianeta è direttamente proporzionale al fallimento morale della loro politica interna. Un Paese che decide politicamente di investire oltre mille miliardi di dollari nel complesso militare-industriale, sacrificando la salute, l’assistenza minima e la sopravvivenza stessa di decine di milioni di suoi cittadini indifesi, non ha alcuna autorevolezza per impartire lezioni. Prima di guardare oltreoceano o criticare la gestione di territori terzi, l’America di Trump deve disarmare la propria arroganza e risanare il disastro sociale che sta divorando dall’interno la sua stessa popolazione.
IL PARADOSSO DEL FISCO ITALIANO: COME IL SISTEMA PREMIA LE GRANDI FORTUNE, SCHIACCIA IL CETO MEDIO E ABBANDONA I POVERI
Il sistema fiscale italiano non è solo iniquo: è strutturalmente progettato per tutelare le grandi fortune a spese di chi lavora e per condannare chi si trova in fondo alla piramide sociale. Mentre la Costituzione sancisce all’articolo 53 il dovere di una tassazione progressiva, la realtà sul campo fotografa un meccanismo capovolto e profondamente regressivo [si veda: “Tasse, disuguaglianze e il fisco italiano”, uno studio delle università Sant’Anna di Pisa e Bicocca di Milano, mostra la regressività del sistema per le fasce di reddito più alte].
Più un patrimonio è colossale, più le scappatoie legali e i privilegi normativi si moltiplicano, permettendo ai super-ricchi di subire una pressione fiscale reale nettamente inferiore rispetto a un qualunque impiegato, operaio o pensionato della classe media.
I dati macroeconomici sulla concentrazione della ricchezza certificano l’ampiezza di questa frattura sociale. Secondo i rapporti storici consolidati di Oxfam, il 5% più facoltoso delle famiglie italiane stringe tra le mani quasi la metà dell’intero patrimonio nazionale (49,4%) [si veda: Rapporto Oxfam sulla disuguaglianza]. Questo ristretto club oligarchico detiene circa il 17% di ricchezza in più rispetto al 90% della popolazione italiana complessiva.
Negli ultimi quattordici anni, le dinamiche di accumulazione hanno seguito una parabola spietata: ben il 91% della nuova ricchezza netta generata nel Paese è confluita nelle tasche di questo 5% dorato, lasciando un misero 2,7% da spartire tra la metà più povera della popolazione.
Mentre l’apice della piramide accumula risorse immense, la base sprofonda in una crisi umanitaria silenziosa. I dati ufficiali sulla povertà in Italia descrivono una realtà drammatica: la povertà assoluta colpisce ormai stabilmente oltre 5,7 milioni di persone (pari a circa l’8,5% della popolazione). All’interno di questa platea di esclusi, un’emergenza nell’emergenza è rappresentata dalla povertà energetica. Secondo le ultime rilevazioni dell’Osservatorio Italiano sulla Povertà Energetica (OIPE), il fenomeno ha raggiunto il suo massimo storico coinvolgendo 2,4 milioni di famiglie italiane (pari al 9,1% del totale nazionale). Si tratta di oltre 5,3 milioni di cittadini che non possono permettersi i servizi energetici essenziali, costretti a scegliere tra mettere in tavola un pasto o pagare le bollette di luce e gas, una situazione ulteriormente esacerbata dalle speculazioni e dai rincari tariffari.
Il divario italiano non si esprime solo nelle tasche dei singoli, ma assume i contorni di una vera e propria povertà geografica, alimentando una frattura insanabile tra il Nord e il Sud del Paese. I rapporti sullo stato del welfare evidenziano come oltre il 23% della popolazione sia a rischio povertà o esclusione, ma questa percentuale esplode oltre il 40% nelle regioni del Mezzogiorno, a fronte di valori inferiori al 15% in quasi tutto il Settentrione. Il divario è scandaloso nell’accesso ai servizi assistenziali e territoriali: i dati del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL) certificano che per l’assistenza sociale agli anziani i Comuni del Nord-Est spendono in media 174 euro pro capite, mentre al Sud la cifra crolla a miseri 40 euro. Questa carenza si riflette specularmente sulle infrastrutture sanitarie, dove la disponibilità di posti letto ospedalieri nel Mezzogiorno è drammaticamente inferiore alla media nazionale, traducendosi in liste d’attesa infinite che negano, di fatto, il diritto alla salute ai cittadini meridionali meno abbienti.
Il collasso dello Stato sociale e la privazione dei diritti più elementari, come quello all’abitare, trovano la loro causa diretta nell’emorragia dell’infedeltà fiscale dei più abbienti. Il tax gap complessivo stimato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze sottrae ogni anno alle casse pubbliche tra i 100 e i 110 miliardi di euro. Esiste un legame indissolubile tra questo oceano di denaro evaso e il totale abbandono dell’Edilizia Residenziale Pubblica (ERP). In Italia ci sono oltre 650.000 famiglie in lista d’attesa per una casa popolare, mentre decine di migliaia di alloggi Erp rimangono vuoti o fatiscenti perché i Comuni e gli istituti autonomi non dispongono dei fondi cospicui necessari alla manutenzione straordinaria e alla ristrutturazione. I miliardari e i grandi speculatori sottraggono risorse attraverso sofisticati schemi di elusione e, mentre i bonus edilizi miliardari dello Stato venivano drenati per quasi la metà a beneficio del 5% dei contribuenti più ricchi, alle case popolari è stato destinato appena lo 0,8% dei fondi di efficientamento.
Il vero scandalo risiede nelle regole del gioco tributario, che favoriscono spudoratamente la rendita a discapito del salario e del welfare. Gli studi empirici pubblicati dalla Scuola Superiore Sant’Anna e dall’Università di Milano-Bicocca svelano un verdetto impietoso: lo 0,1% più ricco dei contribuenti italiani – l’apice dei grandi patrimoni – è soggetto a un’aliquota effettiva reale di appena il 32,6%.
Per contro, un normale lavoratore dipendente della classe media vede svanire in tasse una quota reale che sfiora il 45% [il rapporto: Tasse, disuguaglianze e il fisco italiano: uno studio di Sant’Anna e Bicocca mostra la regressività del sistema per le fasce di reddito più alte]. Questa asimmetria è alimentata dalla dualità del fisco nostrano, che scherma i redditi finanziari e i dividendi societari dietro cedolari fisse al 26%, mentre applica l’IVA sui beni di prima necessità, una tassa che colpisce in modo spietato i poveri, i quali spendono il 100% del proprio magro reddito per la pura sussistenza.
Di fronte a questo scenario di apartheid tributario, economisti globali come Thomas Piketty e Gabriel Zucman invocano un intervento drastico. Piketty evidenzia come l’accumulazione dinastica e l’iper-concentrazione dei patrimoni rappresentino una minaccia letale per la democrazia, proponendo una patrimoniale progressiva che smantelli le rendite improduttive per finanziare riforme redistributive strutturali [si veda: Sembra facile tassare la ricchezza* – Lavoce.info, Piketty e la tassa sulla ricchezza – Il Menabò di Etica ed Economia]. Gabriel Zucman, direttore del Global Inequality Lab, ha formalizzato sul tavolo del G20 la proposta di un’imposta minima globale del 2% sui miliardari e su chi possiede oltre 100 milioni di dollari [si veda articolo: Ecco come i ricchi pagheranno le tasse – la Repubblica, La tassa Zucman per chi ha più di 100 milioni di euro è disca in Francia]. Nei modelli di Zucman, questa tassa agisce come un backstop fiscale inderogabile per impedire ai paperoni di azzerare le tasse nascondendosi dietro holding di famiglia e schermi societari offshore.
Applicare questo severo paradigma all’Italia significa introdurre un’imposta di solidarietà mirata esclusivamente sullo 0,1% della popolazione (circa 50.000 super-ricchi con patrimoni netti superiori a 5,4 milioni di euro).
Con l’adozione di un’ampia franchigia a tutela assoluta della prima casa e dei risparmi del ceto medio, questa misura estrarrebbe dalle grandi fortune improduttive tra i 13,2 e i 15,7 miliardi di euro all’anno. Questo gettito immenso non servirebbe solo ad abbattere il cuneo fiscale sui salari, ma offrirebbe le coperture per un piano straordinario di edilizia pubblica, per l’azzeramento della povertà energetica e per il finanziamento dei Livelli Essenziali di Assistenza al Sud.
L’alibi dell’impossibilità tecnica di snidare i capitali è oggi definitivamente crollato grazie al Common Reporting Standard (CRS) dell’OCSE e ai registri dei Titolari Effettivi (UBO). La resistenza a questa misura non è tecnica, ma puramente politica. Non a caso, i sondaggi dell’Istituto Demopolis rivelano che l’85% degli italiani considera insostenibile il fisco attuale e il 70% approva fermamente un prelievo straordinario e progressivo sulle grandi fortune.
Tassare severamente chi ha accumulato fortune sproporzionate è l’unico modo rimasto per sottrarre milioni di italiani alla miseria e garantire la tenuta del patto democratico del Paese.
Il roboante annuncio da parte del Segretario al Tesoro statunitense dell’avvio definitivo del cosiddetto “Economic D-Day” contro l’Iran rappresenta il punto di non ritorno di una dottrina geopolitica profondamente fallimentare. Purtroppo il ritorno di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti ha reintrodotto sullo scenario globale un paradigma basato sull’unilateralismo muscolare più sfrenato: un mix tossico di sanzioni extraterritoriali assolutamente illegittime, minacce di dazi punitivi e una retorica da scontro totale mirata a piegare l’asse eurasiatico. Tuttavia, dietro i proclami aggressivi di quella che la Casa Bianca definisce ipocritamente una necessaria offensiva finanziaria, si nasconde una realtà strategica che Washington si ostina a negare: questa politica di cieca aggressione economica sta accelerando l’isolamento degli stessi Stati Uniti e il declino definitivo dell’Occidente.
La colpa storica maggiore non risiede tuttavia soltanto nell’arroganza imperiale americana, ma nella vergognosa e complice passività delle istituzioni europee. Schiacciata dal terrore di ritorsioni commerciali da parte di Trump, l’Unione Europea ha rinunciato a qualsiasi barlume di sovranità geopolitica e dignità diplomatica. Invece di fare fronte comune contro i diktat economici extraterritoriali di Washington, i leader europei assistono in un silenzio assurdo e pavido. È la conferma sul campo della sprezzante diagnosi dello stesso Trump, che ha liquidato pubblicamente i vertici europei come leader deboli alla guida di nazioni ormai destinate a un’inevitabile decadenza.
Il presupposto militare su cui si regge la prepotenza della Casa Bianca è palesemente falso. La guerra d’attrito strisciante con l’Iran ha certificato che la superpotenza americana, pur disponendo di una flotta mastodontica, non possiede gli strumenti per garantire l’apertura incondizionata e sicura dello Stretto di Hormuz. L’Iran risponde all’escalation dimostrando una letale asimmetria militare basata su mine marine, droni low-cost e missili balistici antinave capaci di far schizzare i premi assicurativi globali alle stelle con un solo click. Di fronte a questo stallo, l’amministrazione Trump ha tempo fa tentato di trascinare i partner della NATO in una forza navale a guida statunitense per riaprire le rotte a spese altrui. La risposta degli alleati è stata un misto di riluttanza e veti: nazioni tradizionalmente neutrali come la Svizzera e l’Austria hanno giustamente negato i permessi di sorvolo per gli armamenti americani, costringendo un furioso Trump a bollare la NATO come una “tigre di carta” e a minacciare il ritiro dei finanziamenti. L’era del comando unilaterale automatico di Washington è tramontata, ma la Casa Bianca si rifiuta di accettarlo.
Il pilastro dell’offensiva statunitense – azzerare i ricavi energetici di Teheran – si scontra con la realtà strutturale di un mercato globale che ha già sviluppato gli anticorpi al dominio del dollaro attraverso una rete finanziaria sotterranea impenetrabile. Nonostante i decreti draconiani di Washington, l’Iran continua a immettere sul mercato oltre 1,5 milioni di barili di petrolio al giorno [si veda in foreignpolicy.com]. Questo miracolo logistico si compie attraverso la “Flotta Ombra”, una sterminata rete invisibile di navi cisterna obsolete che beffano i sistemi di sorveglianza spegnendo i transponder satellitari e utilizzando avanzate tecniche di falsificazione dei segnali GPS. Il greggio viene trasferito in alto mare tramite trasbordi clandestini, rietichettato come petrolio malese o indonesiano e venduto alle raffinerie indipendenti cinesi dello Shandong [si veda agenzia di stampa: reuters.com].
L’aspetto più rivoluzionario di questo contrabbando è la totale estromissione del circuito SWIFT controllato dall’Occidente. Cina, Russia e Iran hanno integrato i loro sistemi di messaggistica finanziaria alternativi, come il cinese CIPS (Cross-Border Interbank Payment System) e il russo SPFS. Le transazioni avvengono interamente in Yuan (RMB) o tramite l’uso di valute digitali delle banche centrali (CBDC), tagliando fuori la Federal Reserve e rendendo i canali di pagamento invisibili e inattaccabili per il Dipartimento del Tesoro americano. Le sanzioni secondarie di Trump, concepite per punire chiunque commerci con Teheran, si rivelano così armi spuntate contro colossi come la Hengli Petrochemical o le raffinerie private cinesi, che operano esclusivamente all’interno di questo ecosistema non denominato in dollari [fonte: reuters.com].
La demenziale strategia di aggressione a trecentosessanta gradi portata avanti dagli Stati Uniti ha ottenuto l’unico risultato di accelerare e cementare un’alleanza strategica tra i principali avversari di Washington. La Russia, colpita a sua volta dai tentativi di isolamento occidentali, ha integrato i propri canali logistici e marittimi con quelli iraniani. La spinta del disegno di legge statunitense volto a imporre dazi punitivi fino al 100% per i paesi che usano valute alternative al dollaro, come il Lindsey O. Graham Russia Sanctions Act, ha esasperato la reazione difensiva del blocco asiatico.
Mosca e Teheran coordinano ormai le proprie rotte in un corridoio geopolitico inaccessibile alle forze occidentali, scambiandosi tecnologie avanzate, sistemi di difesa aerea russi e flussi ininterrotti di droni d’attacco.
Nel frattempo, la Cina tiene in scacco l’economia americana proprio sul terreno della produzione militare. Mentre Trump minaccia Pechino per costringerla a interrompere gli acquisti di petrolio, dimentica che la macchina industriale del Pentagono è legata a doppio filo alla Repubblica Popolare, che detiene il quasi-monopolio mondiale sulla raffinazione dei minerali critici e delle terre rare come il gallio, il germanio e la grafite. Pechino ha progressivamente introdotto licenze di esportazione draconiane: se decidesse di bloccare totalmente i flussi di questi materiali, la produzione di microchip avanzati, radar e missili guidati americani subirebbe una paralisi immediata. Le riserve belliche degli Stati Uniti sono già state prosciugate dai recenti conflitti globali e la dipendenza immediata dalle forniture cinesi è una vulnerabilità che nessun decreto d’emergenza della Casa Bianca può risolvere nel breve termine.
In questa brutale prova di forza orchestrata da Washington, il danno collaterale più grave viene inflitto all’Europa, e in particolar modo all’Italia, ridotta a vittima sacrificale sull’altare delle strategie d’oltre atlantico. L’Italia si trova esposta a contraccolpi economici devastanti su più fronti. Il nostro tessuto industriale, storicamente dipendente dalle esportazioni e dall’importazione di materie prime, rischia il collasso. Le continue tensioni alimentate da Washington nelle rotte mediorientali si ripercuotono istantaneamente sui costi dei noli marittimi nel Canale di Suez. Per le navi commerciali dirette verso i porti italiani di Trieste o Genova, l’obbligo di circumnavigare l’Africa si traduce in un aumento esponenziale dei costi di trasporto e dei tempi di consegna, scatenando una nuova e violenta fiammata inflazionistica che colpisce direttamente le tasche delle famiglie italiane.
Per gli italiani, questo significa un aumento generalizzato del costo della vita, dai beni alimentari alle bollette energetiche. Dopo essere stato costretto a rinunciare al gas russo a basso costo, sostituito dal ben più caro gas naturale liquefatto (GNL) americano, il nostro Paese rischia ora una deindustrializzazione forzata. Se il governo italiano continuerà a piegarsi supinamente ai diktat di Trump, assecondando la sua folle guerra commerciale contro la Cina, i settori chiave del Made in Italy – dalla meccanica di precisione alla transizione automobilistica ed ecologica – rimarranno privi dei componenti elettronici e delle terre rare cinesi necessari alla produzione. I sondaggi continentali parlano chiaro, con l’85% degli europei che esprime una totale sfiducia verso le politiche tariffarie ed estere di Trump. Eppure, i leader a Roma e Bruxelles rimangono paralizzati all’interno di una sottomissione totale, preferendo sacrificare il benessere dei propri cittadini pur di non indispettire l’inquilino della Casa Bianca.
Il finale a sorpresa di questa transizione geopolitica si preannuncia drammatico e ironico. Nel disperato e anacronistico tentativo di restaurare un’egemonia globale assoluta attraverso l’aggressione economica e la coercizione, gli Stati Uniti di Trump stanno ottenendo l’esatto contrario: stanno distruggendo la credibilità internazionale del dollaro, spingendo il mondo verso sistemi di pagamento alternativi, stanno privando la propria industria militare delle materie prime vitali e stanno consegnando definitivamente le chiavi del secolo eurasiatico al blocco Pechino-Mosca-Teheran, mentre un’Europa e un’Italia senza coraggio si condannano da sole alla miseria economica e all’irrilevanza della storia.
Il Consiglio dei Ministri ha approvato lo scorso 24 settembre un decreto-legge che introduce ‘misure urgenti’ per l’anno scolastico 2026/2027, nell’ambito del completamento degli interventi del PNRR di competenza del Ministero dell’Istruzione e del Merito, finalizzato all’integrazione degli studenti stranieri e in materia di formazione superiore e ricerca. Si legge nel comunicato del Governo: “Per promuovere l’integrazione degli studenti stranieri a decorrere dall’anno scolastico 2027/2028 le classi prime sono formate in modo da assicurarne un’equilibrata composizione”. In pratica nella scuola primaria gli alunni stranieri, che non sono nati in Italia o non hanno frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia, non possono superare il trenta per cento sul totale degli alunni di ciascuna classe prima. Lo stesso limite è previsto nella scuola secondaria di primo e secondo grado, in cui vige per coloro i quali non hanno frequentato con esito positivo il nostro sistema scolastico per almeno tre anni; qualora il numero degli iscritti stranieri non dovesse consentire il rispetto del limite previsto, gli uffici scolastici regionali adottano misure organizzative per una distribuzione tra gli istituti limitrofi, nel rispetto del principio di prossimità al domicilio, si spera. Resta da capire cosa accadrebbe nei comuni più piccoli, in cui questa mobilità tra istituti non si realizzerebbe nella medesima realtà, ma oltre i confini comunali, con conseguente disagio e oneri per il trasporto scolastico. Inoltre, per coinvolgere le famiglie straniere nel percorso educativo dei figli, le scuole segnalano ai servizi sociali eventuali carenze linguistiche dei genitori, di conseguenza si possono prevedere per questi ultimi la frequenza gratuita ai corsi di lingua italiana presso i centri provinciali per l’istruzione degli adulti, in caso di mancata partecipazione, è prevista una sanzione amministrativa pecuniaria solo dopo diffida. Viene da chiedersi, per quale ragione non si provvede all’obbligatorietà dei corsi di lingua italiana all’atto della domanda per l’acquisizione del permesso di soggiorno, senza pregiudicare il buon esito dell’istanza? È inoltre vietato partecipare alle attività scolastiche con il volto coperto salvo specifiche ragioni sanitarie certificate, ma questo divieto è già previsto dalla Legge 22 maggio 1975, n. 152 e deve essere rispettato da qualsiasi cittadino. Il sublime populismo ha colpito ancora!
Si scatena il dibattito politico, la maggioranza più di destra della storia repubblicana, nel tentativo di celare i fallimenti di questi anni e nella rincorsa all’ascesa di Vannacci, ha prodotto una leggina tanto misera, quanto inutile, diretta solo a fomentare una propaganda becera, ma che associata all’iniziativa sul bollo auto, apre di fatto la campagna elettorale. Sull’argomento, la risposta più efficace, dopo quella del Presidente Mattarella, giunge dalla Chiesa. Se è vero che il Presidente parla a tutta la popolazione italiana, è vero anche che il Papa parla al mondo intero, quindi anche chi a proprio vantaggio strumentalizza la fede attraverso le lenti del bigottismo e della ‘religione colonialista’, tace.
“Anche uno solo di questi bambini” è il tema scelto da Papa Leone XIV per della centododicesima Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, iniziativa che intende analizzare i pericoli e le difficoltà incontrate dai giovani migranti e dai rifugiati, durante il loro viaggio e presentare alcune buone pratiche messe in atto dalla Chiesa in risposta a tali problemi. Il numero appare evidentemente una provocazione: “anche uno solo” è sufficiente per valutare la qualità dell’accoglienza, “anche uno solo” è arrivato in Italia senza genitori e senza nessun altro.
Ogni giorno il nostro sistema scolatisco e oserei dire, educativo, è messo alla prova dai circa 14 mila minori non accompagnati, in maggioranza maschi tra i 16/17 anni provenienti per lo più
da Bangladesh, Egitto, Marocco e Ucraina. Adolescenti che in autonomia decidono il proprio futuro dopo avere vissuto povertà, violenze e discriminazione; a volte sono ragazzi arrabbiati con tutti, anche con i loro coetanei italiani ai quali la sorte sembra avere dato maggiori possibilità per il solo fatto di essere nati in questa parte del mondo. Succede che alcuni, bramosi di scalare velocemente la ‘classifica della vita’ che finora gli ha visti ultimi, delinquono per procurarsi denaro facile da spendere in smartphone, scarpe, profumi e abiti griffati, per assomigliare ai cosiddetti maranza italiani che abitano le periferie e sfidano il centro delle città. Questi ragazzi, questi migranti, questi stranieri dalla pelle scura, dai cognomi difficili da pronunciare, dai nomi biblici in chiave araba, Ibrahim, Ismail, Adam, dai nomi arabi Muhammad, Yusuf, o dai nomi impronunciabili con le consonanti aspirate e che diventeranno Donato o Peppino, le periferie del mondo le conoscono davvero e non si tratta di avere un padre alcolista e un fratello in galera, ma di sfidare il destino ogni giorno alla ricerca di un tetto sicuro e di un pasto checcessia, poi domani si vedrà.
Gli insegnanti e gli educatori del sistema di accoglienza, più in generale, sono degli erori senza volto e senza gloria, mani tese dell’ultima frontiera che i giovani migranti devono superare, molto dipenderà dall’intraprendenza dei docenti e dall’audacia del dirigente scolastico, che in barba alle leggi e alle circolari, eviterà l’apartheid. Sarà merito di donne e uomini che dopo un lungo peregrinare tra concorsi, supplenze e trasferte, tireranno fuori dai libri tutta l’umanità possibile affinché Muhammad possa avere le stesse opportunità di Jacopo, Cristina, Luca…
Il Rapporto Invalsi 2025 quantifica che gli studenti di origine straniera, nonostante le tante difficoltà, al termine del secondo ciclo di istruzione presentano una dispersione scolastica inferiore rispetto ai coetanei italiani, una preparazione superiore unitamente a un notevole livello di motivazione e determinazione.
LA MUTAZIONE DI DIE LINKE: LA RINASCITA DELLA SINISTRA TEDESCA TRA RADICAMENTO LOCALE E IDENTITÀ DI CLASSE
Il sistema dei partiti nella Repubblica Federale di Germania sta registrando una significativa mutazione strutturale.
Dopo il drastico ridimensionamento seguito alla scomposizione della propria rappresentanza parlamentare e alla polarizzazione del dibattito politico, Die Linke sta mostrando un’inattesa inversione di tendenza elettorale. I dati consolidati dalla media ponderata degli istituti demoscopici (di Politpro) evidenziano un ritorno all’11,6% delle intenzioni di voto a livello federale per il partito della sinistra, consolidando un incremento del +2,8% rispetto alle precedenti tornate e superando stabilmente la soglia di sbarramento del 5% [fonte: Politpro]. Questa ripresa si inserisce in un quadro di forte frammentazione, dominato dalla crescita della destra radicale di Alternative für Deutschland (AfD) al 27,8% e dal progressivo logoramento delle forze tradizionali di governo. La nuova forza elettorale di Die Linke indica la persistenza di una forte domanda politica orientata a sinistra, focalizzata sul conflitto distributivo e sulla redistribuzione della ricchezza.
L’analisi sociologica dei flussi elettorali, elaborata dall’istituto Infratest Dimap, certifica in modo analitico l’origine di questa espansione e il travaso di voti in uscita dalle altre grandi forze del comparto progressista, in particolare dai partiti della ex coalizione di governo. L’emorragia di voti più vistosa è quella subita dai Verdi (Bündnis 90/Die Grünen): le analisi dei flussi confermano che ben 700.000 elettori precedentemente orientati verso i Verdi hanno scelto di sanzionare le politiche governative migrando direttamente verso Die Linke [fonte: Tagesschau]. A questo massiccio spostamento si affianca il consistente recupero operato ai danni della sinistra moderata; sono stati infatti 560.000 gli elettori in uscita dalla SPD (Partito Socialdemocratico) che hanno dirottato il proprio consenso a favore della sinistra radicale. Questo doppio canale di attrazione descrive uno scenario in cui Die Linke si è configurata come il principale ricettore del dissenso di sinistra, beneficiando della delusione dell’elettorato ecologista e operaio per l’agenda di centro-sinistra e per le rigidità assunte in materia fiscale e di sicurezza, raccogliendo parallelamente un ulteriore saldo positivo netto di 100.000 preferenze, addirittura, provenienti dalla FDP (liberali) e di 70.000 dalla CDU (democristiani).
L’analisi disaggregata del consenso su base regionale evidenzia tuttavia una profonda ristrutturazione della geografia elettorale del partito. Storicamente ancorata alle regioni della ex DDR, Die Linke mostra oggi un andamento nettamente dicotomico. Nella capitale-stato di Berlino, i sondaggi dell’istituto INSA rilevano il partito al 18%, in piena competizione con la CDU e immediatamente a ridosso dell’AfD, attestata al 19% [fonte: Euronews]. Il successo metropolitano è legato all’efficacia di campagne monotematiche sulla socializzazione dei grandi gruppi immobiliari e sulle politiche di regolamentazione dei canoni locativi. Al contrario, nei contesti rurali orientali come il Meclemburgo-Pomerania Anteriore e la Sassonia-Anhalt, il partito sperimenta una forte compressione. Schiacciata tra la polarizzazione elettorale egemonizzata dall’AfD e la SPD di governo, Die Linke si attesta in una forchetta critica tra il 4% e il 6%, rischiando l’esclusione da alcuni parlamenti regionali [fonte: WDR]. Questa flessione a Est viene compensata nei Länder occidentali e nei centri urbani a forte densità universitaria (come il Baden-Württemberg), dove il partito intercetta i flussi in uscita dai partiti moderati della sinistra, grazie a un massiccio afflusso ai seggi di militanti under 25 [fonti: bpb, ZDFheute].
Il motore organizzativo di questa rifondazione è strettamente legato al dualismo della nuova leadership emersa dal Congresso Federale di Potsdam. In quella sede è stata istituita una nuova Doppelspitze (direzione duale) formata dalla riconfermata Ines Schwerdtner, eletta con l’86% dei consensi, e dal neoeletto Luigi Pantisano, che ha ottenuto il 53,3% dei voti congressuali. Pantisano, quarantaseienne urbanista e già deputato al Bundestag dove ricopre anche la carica di vice-capogruppo parlamentare, rappresenta un unicum sociologico: è il primo leader con background migratorio — figlio di operai italiani originari della Calabria — a raggiungere il vertice di un partito di rilevanza federale in Germania. La sua elezione non è stata priva di frizioni interne, polarizzate dalle dure posizioni espresse dallo stesso Pantisano in merito alle convergenze programmatiche tra la CDU e l’AfD; affermazioni che hanno suscitato scetticismo tra i delegati dei Länder orientali, storicamente inclini a geometrie di coalizione più pragmatiche per arginare l’ultradestra.
La sintesi ideologica elaborata dalla nuova segreteria punta al recupero di un impianto teorico esplicitamente di classe, riassunto dallo slogan politico del ritorno della militanza davanti ai cancelli delle fabbriche. L’agenda si articola su quattro direttrici macroeconomiche fondamentali. La prima riguarda la pianificazione urbanistica e il calmieramento del mercato della casa, mirati a de-mercificare il tema dell’abitare qualificando il diritto all’alloggio come asse primario di emancipazione sociale contro le rendite immobiliari. La seconda direttrice prevede l’introduzione di un’imposta patrimoniale progressiva sui grandi patrimoni privati, finalizzata a redistribuire risorse verso il sistema sanitario nazionale e le infrastrutture pubbliche. A questa si affianca una forte spinta alla sindacalizzazione e alla tutela salariale reale per contrastare i contratti atipici e i processi di deindustrializzazione indotti dallo shock dei costi energetici. Infine, il manifesto di Potsdam ribadisce un fermo antimilitarismo, esprimendo un’opposizione intransigente al fondo speciale per il riarmo della Bundeswehr e sostenendo l’incompatibilità macroeconomica tra l’espansione della spesa per la difesa e la tenuta strutturale dello stato sociale tedesco.
In conclusione, la mutazione in atto in Die Linke evidenzia come la frammentazione della sinistra continentale non coincida necessariamente con la sua estinzione. Il parziale successo del nuovo corso risiede nella capacità di aver riconnesso le istanze classiche della giustizia distributiva con i codici comunicativi e le sensibilità ecologiste delle nuove generazioni urbane. Rimane tuttavia aperta la sfida del radicamento profondo nelle aree rurali e periferiche della Germania orientale, territori in cui la competizione simmetrica con il populismo identitario rappresenta l’autentico spartiacque per la sopravvivenza parlamentare e strategica del partito.
