Con la pubblicazione di Per una Federazione della Terra (Feltrinelli, 2026), Luigi Ferrajoli giunge al vertice di una parabola teorica straordinaria, consegnando al pensiero giuridico contemporaneo il suo manifesto più ambizioso. Quest’opera non rappresenta un’estemporanea incursione nella geopolitica, bensì il coerente e necessario approdo finale di una riflessione sistematica iniziata quasi quarant’anni fa con Diritto e ragione (1989) e consacrata nei volumi monumentali di Principia iuris (2007). Tutta la produzione di Ferrajoli si fonda su un’intuizione originaria, già cristallizzata in Diritto e ragione, secondo cui il garantismo è «la tutela dei diritti fondamentali contro la legge del più forte, che vige in assenza di diritto o quando il diritto è solo l’espressione della forza». Il diritto non nasce per codificare il potere, ma per porre limiti a esso; la sua funzione primaria è l’istituzione di difese formali a tutela dei soggetti deboli contro lo stato di natura. Negli ultimi anni, di fronte alle minacce macroscopiche del XXI secolo – la crisi climatica, la riattivazione del pericolo nucleare, l’esplosione delle disuguaglianze e l’anarchia dei mercati – Ferrajoli ha compreso che lo Stato-nazione non è più il perimetro idoneo a esercitare questa funzione protettiva. Ha così inaugurato una fondamentale trilogia globale: prima dimostrando la necessità di un testo normativo universale con Per una Costituzione della Terra (2022), saggio in cui denunciava come «la globalizzazione abbia prodotto un vuoto di diritto pubblico a livello internazionale, lasciando i mercati liberi di fagocitare i diritti», poi indagando i soggetti politici capaci di rivendicarlo in Progettare il futuro (2025), e infine disegnando in questo volume del 2026 l’esatta infrastruttura istituzionale ed economica atta a tradurre l’utopia in pratica.
Il nucleo filosofico più innovativo dell’opera risiede nella scomposizione operata dall’autore all’interno dell’esercizio della sfera pubblica, ridefinendo la classica tripartizione dei poteri di Montesquieu con l’introduzione di una dicotomia netta e invalicabile tra quelle che definisce “funzioni di governo” e “funzioni di garanzia”, un concetto le cui radici teoriche risalgono a Principia iuris, dove Ferrajoli distingueva la “legittimità formale” della politica dalla “legittimità sostanziale” dei diritti. Le funzioni di governo appartengono alla sfera del decidibile, incarnando la democrazia formale, la discrezionalità politica e l’espressione delle maggioranze elettorali. Ferrajoli non auspica affatto la nascita di un superstato centralizzato che annulli le diversità culturali e politiche dei popoli; al contrario, nel suo modello federale, le funzioni di governo rimangono integralmente in capo ai singoli Stati nazionali e alle loro articolazioni locali, lasciando che la politica locale continui a decidere come gestire i propri territori, le proprie infrastrutture e i propri indirizzi económicos interni. Le funzioni di garanzia appartengono invece alla sfera del non decidibile, riguardando l’applicazione rigida dei diritti fondamentali e dei divieti costituzionali posti a tutela della vita, delle libertà e della sopravvivenza biologica. Queste funzioni vengono interamente sottratte alla discrezionalità della politica e trasferite ad Agenzie ed Istituzioni planetarie di garanzia, totalmente autonome e indipendenti dai governi. Un’istituzione di garanzia (come un’agenzia sanitaria o ambientale) non risponde alle logiche di maggioranza: il suo unico dovere è attuare coattivamente i precetti della Costituzione della Terra. Attraverso questa separazione, la Federazione si configura non come un governo globale totalizzante, ma come un custode esterno deputato unicamente a preservare le condizioni di esistenza della specie.
Un’istituzione priva di risorse proprie è inevitabilmente condannata alla subalternità nei confronti delle potenze economiche o degli Stati più ricchi e, consapevole del fallimento strutturale dell’ONU, storicamente paralizzato dai ritardi o dai ricatti nei finanziamenti da parte dei suoi membri, Ferrajoli dedica ampie pagine alla strutturazione di un Fisco Globale dotato di un bilancio planetario autonomo. Il prelievo fiscale globale teorizzato dal giurista non colpisce i redditi dei singoli cittadini, bensì le grandi asimmetrie e le esternalità negative prodotte dalla globalizzazione capitalistica selvaggia attraverso tre pilastri impositivi universali. Il primo pilastro consiste nella tassazione delle attività ecocide, tramite imposte globali severissime sull’emissione di gas serra, sulla produzione di plastiche non biodegradabili e sullo sfruttamento predatorio delle risorse non rinnovabili, assumendo qui una funzione duale sia finanziaria sia direttamente dissuasiva. Il secondo pilastro è la Tobin Tax sulle transazioni finanziarie, una micro-aliquota uniforme applicata a tutti i movimenti di capitale speculativo e alle operazioni borsistiche internazionali, mercati che oggi beneficiano di una sostanziale condizione di extraterritorialità e anarchia. Il terzo pilastro è rappresentato dall’imposta progressiva sulle grandi ricchezze e sulle Big Tech, volta a realizzare un prelievo globale sui patrimoni miliardari e sui colossi transnazionali che neutralizzi una volta per tutte i fenomeni di dumping fiscale e la fuga nei paradisi societari. Le enormi risorse così accumulate vengono vincolate per via costituzionale e destinate all’erogazione dei diritti sociali fondamentali su scala planetaria, finanziando un Servizio Sanitario Mondiale gratuito, un’Organizzazione Mondiale dell’Istruzione e un fondo di sussistenza universale contro le povertà estreme, realizzando l’assunto di Principia iuris secondo cui «i diritti sociali richiedono leggi di spesa e strutture pubbliche obbligatorie, la cui assenza costituisce una lacuna primaria dell’ordinamento».
Accanto alla riforma fiscale, la salvaguardia del pianeta esige una metamorfosi della categoria giuridica della proprietà, motivo per cui Ferrajoli introduce il concetto di Demanio Planetario, istituendo un vincolo di indisponibilità assoluta su determinati beni, sottratti sia alle logiche estrattive del libero mercato (proprietà privata) sia alla sovranità distruttiva degli Stati. L’autore divide il demanio in tre macro-categorie, a partire dai Beni Comuni Vitali, quali acqua, aria e clima, che vengono dichiarati formalmente “fuori commercio”, traslando su scala globale la tesi di Per una Costituzione della Terra per cui «esistono beni che appartengono a tutti e a nessuno, il cui godimento è un diritto naturale immediatamente esigibile». Seguono i Beni Comuni Naturali, come le grandi foreste, gli oceani e i ghiacciai, i quali, pur essendo geograficamente collocati all’interno di specifici confini come l’Amazzonia o le barriere coralline, perdono lo status di proprietà nazionale in quanto la loro distruzione compromette l’abitabilità dell’intero pianeta; la loro tutela viene così affidata alla Federazione, mentre gli Stati locali mantengono l’amministrazione ordinaria ma perdono il diritto legale di sfruttarli o distruggerli. L’estensione più rivoluzionaria del modello riguarda i Beni Comuni Artificiali, ovvero i farmaci salvavita, poiché Ferrajoli contesta radicalmente il regime internazionale dei brevetti privati sulle scoperte farmaceutiche, sostenendo che i vaccini e le terapie essenziali contro le malattie mortali debbano diventare beni dell’umanità, prodotti e distribuiti da un’industria farmaceutica pubblica globale a prezzo di costo, eliminando le speculazioni delle multinazionali sulla salute dei popoli impoveriti.
La sezione più densa di tecnicismo giuridico dell’opera mostra come Ferrajoli non intenda radere al suolo l’ordine internazionale esistente, ma sottoporlo a una profonda e radicale revisione costituzionale, operando una vera e propria riscrittura degli articoli chiave della Carta delle Nazioni Unite. Nella Carta odierna, l’articolo 27 assegna ai cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza un potere di veto che paralizza l’azione internazionale di fronte a ogni conflitto geopolitico; Ferrajoli cancella questo privilegio anacronistico, residuo della fine della Seconda Guerra Mondiale, trasformando l’Assemblea Generale nell’unico organo legislativo supremo della Terra, dove le decisioni vengono assunte a maggioranza semplice o qualificata per i ranghi costituzionali, ristabilendo il principio dell’uguaglianza sovrana dei popoli e azzerando le asimmetrie delle superpotenze. Parallelamente, l’articolo 43 originario, che prevedeva contingenti armati messi a disposizione dagli Stati, viene integralmente riscritturato per teorizzare il bando totale delle armi di distruzione di massa e la progressiva, radicale smilitarizzazione degli Stati sovrani, ai quali viene concesso unicamente il mantenimento di forze di polizia interna. La sicurezza internazionale non viene più affidata a eserciti nazionali contrapposti, ma a un corpo di polizia federale mondiale, privo di funzioni belliche offensive e deputato unicamente all’esecuzione delle sentenze giudiziarie internazionali e alla tutela dell’ordine pubblico planetario. La riforma dello Statuto inserisce inoltre la giurisdizione obbligatoria e universale delle Corti di Giustizia e, accanto alla Corte Penale Internazionale, Ferrajoli istituisce la Corte Costituzionale Globale; il punto di rottura rispetto al vecchio diritto internazionale è l’accesso diretto, poiché ogni singolo cittadino, associazione o ONG acquisisce la legittimazione giuridica di ricorrere a queste Corti per denunciare le violazioni dei propri diritti o l’inazione climatica dei governi, conferendo ai giudici globali il potere di annullare le leggi degli Stati nazionali contrarie alla Costituzione della Terra.
Questo impianto istituzionale produce la demolizione del concetto classico di cittadinanza, storicamente inteso come fattore escludente e discriminatorio, poiché nella Federazione della Terra la cittadinanza viene scissa dal concetto di nazionalità e legata esclusivamente allo status di persona umana. Ogni individuo, per il solo fatto di nascere, diventa cittadino del mondo, titolare dello stesso identico pacchetto di garanzie sociali e civili, indipendentemente dal luogo geografico di nascita, e da questo assunto discende l’elevazione del diritto di migrare a diritto costituzionale universale, completando l’argomentazione di Per una Costituzione della Terra in cui scriveva che «i confini statali sono residui storici ingiustificabili se utilizzati per negare la sopravvivenza a chi scappa da guerre o desertificazione». Ferrajoli demistifica così l’ipocrisia dei sistemi giuridici occidentali che hanno liberalizzato i movimenti dei capitali e delle merci ma criminalizzato i movimenti degli esseri umani in fuga dalla miseria, riaffermando la libertà di movimento come pilastro originario di ogni civiltà liberale. La parte conclusiva del volume risponde preventivamente alle obiezioni mosse dalla scuola del realismo politico, che bolla il progetto ferrajoliano come un’ammirevole ma impraticabile utopia astratta, data l’ostilità delle superpotenze a cedere quote di sovranità. Ferrajoli ribalta la prospettiva, operando una sferzante critica che ridefinisce il concetto stesso di realismo: di fronte all’evidenza scientifica del collasso ecologico e alla proliferazione atomica, la vera utopia suicida e irrazionale è pensare che il mondo possa continuare a sopravvivere affidandosi all’anarchia dei sovranismi e alla difesa egoistica degli interessi nazionali. Il costituzionalismo globale si rivela così come l’unica opzione autenticamente pragmatica e realistica rimasta a disposizione del genere umano per scongiurare l’autodistruzione. La transizione verso questo nuovo ordine non viene affidata alla benevola concessione delle superpotenze, ma a una duplice strategia basata sul costituzionalismo dal basso – attraverso il risveglio e la convergenza dei grandi movimenti transnazionali della società civile come ecologisti, pacifisti, femministe e difensori dei diritti umani – e sull’alleanza degli Stati medi e piccoli. Questa coalizione di nazioni prive di ambizioni imperiali o arsenali nucleari che, rappresentando la stragrande maggioranza della popolazione mondiale, promuoverà l’approvazione delle riforme dello Statuto ONU all’interno dell’Assemblea Generale, isolando politicamente e giuridicamente le superpotenze arroccate sui propri privilegi. Per una Federazione della Terra non è soltanto il capitolo finale di una trilogia straordinaria, ma il testamento intellettuale e civile di Luigi Ferrajoli; con la precisione geometrica del grande giurista e la passione utopica del filosofo militante, l’autore sottrae il destino del mondo al fatalismo dei mercati e della forza militare, ricordandoci che le istituzioni umane sono prodotti artificiali e che, pertanto, l’umanità possiede ancora gli strumenti giuridici e logici per riscrivere le regole della propria convivenza e salvarsi dal baratro.
