ARTICOLO 18: RITORNO AL FUTURO?

di Domenico PALAZZO

Il primo quesito referendario del 2025 punta a ripristinare le tutele contro i licenziamenti illegittimi. Pro e contro di una scelta che guarda alla dignità del lavoro.

Il referendum del 2025 propone cinque quesiti su temi centrali del lavoro e della democrazia. Il primo riguarda l’abrogazione della disciplina sui licenziamenti introdotta dal Jobs Act del 2015, con l’obiettivo di reintrodurre le tutele dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Con questo articolo si tenta di dare una risposta al perché votare a favore dell’abrogazione.

Dall’articolo 18 al Jobs Act: una rivoluzione normativa

L’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, approvato nel 1970, garantiva il reintegro nel posto di lavoro per i dipendenti licenziati senza giusta causa o giustificato motivo, nelle aziende con più di 15 dipendenti.

Nel 2012, la riforma Fornero ha introdotto una prima modifica: in alcuni casi di licenziamento ingiusto, al reintegro si sostituiva un indennizzo economico.

Il Jobs Act del governo Renzi (2015) ha completato la trasformazione, introducendo il contratto a tutele crescenti: per chi è stato assunto dopo il 7 marzo 2015, il reintegro è previsto solo in casi estremi (licenziamenti discriminatori o disciplinari manifestamente infondati). Negli altri casi, anche se un giudice stabilisce l’illegittimità del licenziamento, il datore di lavoro è tenuto a pagare un’indennità economica crescente in base all’anzianità di servizio (massimo 12 anni).

Oggi sono oltre 3 milioni e mezzo i lavoratori soggetti a questa nuova disciplina. E il numero è destinato ad aumentare.

Perché bisogna votare SI:

Maggiore tutela contro i licenziamenti illegittimi oppure ingiusti

Il reintegro restituisce piena dignità al lavoratore e rappresenta una forma di giustizia sostanziale, non solo economica. Dignità vuol dire non essere in balia dell’impresa, dunque disporre di una reale libertà sindacale, tutelare il rispetto del contratto di lavoro ed il diritto alla salute.

Uguaglianza tra lavoratori

L’attuale sistema genera una disparità normativa tra lavoratori assunti prima e dopo il 2015. Reintrodurre l’articolo 18 significherebbe ristabilire equità.

Deterrente contro abusi

Sapere che un licenziamento illegittimo/ingiusto può comportare il reintegro spinge le imprese a una maggiore responsabilità e sottrae loro un pesante strumento di ricatto.

Le ragioni del NO:

Maggiore rigidità per le imprese

Secondo alcune associazioni imprenditoriali, il reintegro potrebbe limitare la flessibilità del lavoro, frenando le assunzioni nel timore di non poter licenziare in situazioni di difficoltà, ma i licenziamenti economici sono sempre ammessi e non hanno alcun rapporto con l’art. 18.

Aumento del contenzioso

La possibilità di reintegro potrebbe tradursi in più cause di lavoro, spesso lunghe e costose.

Impatti sociali ed economici della riforma

Il ripristino dell’articolo 18 porterebbe indubbiamente tanti benefici sociali. In primo luogo ci sarebbe una maggiore coesione sociale grazie alla riduzione delle disparità tra lavoratori e la riaffermazione del principio di giustizia e dignità del lavoro. Il secondo punto a favore della riforma è la riduzione del clima di insicurezza e precarietà, grazie al potenziamento della dignità del lavoro, principio costituzionale spesso sacrificato in nome della flessibilità. Infine, e non di minore importanza, ci sarebbe un rafforzamento del ruolo dei sindacati, che tornerebbero a negoziare su basi più solide per la tutela collettiva.

Conclusione: perché votare SI al quesito.

Il referendum del 2025 ci chiama a scegliere tra due modelli: uno in cui il lavoro è una merce flessibile, e uno in cui è un diritto tutelato. La reintroduzione dell’articolo 18 non è solo una questione tecnica: è una scelta politica e culturale, che parla del tipo di società che vogliamo costruire. Se una società giusta, equa e sostenibile oppure una oligarchica di stampo neoliberista.

In questo contesto il ritorno all’articolo 18 è una scelta di civiltà giuridica che protegge la parte debole del contratto di lavoro.

Tuttavia, questa scelta deve essere accompagnata da riforme più ampie: potenziamento dei centri per l’impiego, formazione continua, incentivi alle imprese virtuose, contrasto al lavoro precario. In questo senso il voto al referendum è solo il primo passo per “costringere” l’attuale governo a concentrarsi su temi cari alla popolazione e non pensare solo a reprimere il dissenso e gestire il potere economico con pochi eletti.

Voglio chiudere questo articolo riprendendo le parole pubblicate da Gaetano Azzariti sul Manifesto in data 15/04/2025:

”In questa situazione il caso dei referendum appare esemplare. La maggior parte del popolo italiano risulta distratta rispetto ai problemi del lavoro, così come non sembra sufficientemente recettiva rispetto alle questioni della cittadinanza. L’unica possibilità per raggiungere il consenso necessario è allora quello di riuscire a far comprendere che i quesiti proposti non riguardano solo le categorie direttamente interessate – lavoratori o migranti – ma rappresentano due tessere di un mosaico che è necessario comporre per definire un più ampio progetto costituzionale per la salvaguardia dei diritti di tutti.”

  • Domenico Palazzo è nato a Campobasso il 2 settembre 1984; Guardiese dalla nascita, Termolese d’adozione dal 1998. Ha vissuto a Bologna e nel 2011 è tornato a vivere a Termoli, con una breve parentesi milanese.

    È laureato in chimica e tecnologia farmaceutiche. Ha lavorato in azienda fino al 2019, ricoprendo ruoli di direzione. Ad oggi insegnante di Scienze Naturali specializzato sul sostegno. Consigliere Federale di Europa Verde per il Molise, pubblica sul periodico L’Eguaglianza.

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