La sovranità democratica nell’epoca delle Big Tech e della guerra algoritmica
La democrazia non muore necessariamente quando un Parlamento viene sciolto, quando una Costituzione viene sospesa o quando un governo assume formalmente poteri eccezionali.
Può cominciare a svuotarsi molto prima.
Si svuota quando le decisioni che riguardano la vita collettiva vengono progressivamente trasferite fuori dagli spazi nei quali quelle decisioni possono essere discusse, contestate e sottoposte a responsabilità politica. Si svuota quando una parte crescente della conoscenza necessaria per decidere appartiene a soggetti privati. Si svuota quando gli strumenti attraverso i quali milioni di persone ricevono informazioni, formano opinioni, scelgono prodotti, costruiscono relazioni e partecipano al dibattito pubblico sono governati da sistemi proprietari che nessuna istituzione democratica controlla realmente.
E il processo diventa ancora più inquietante quando la stessa infrastruttura tecnologica passa dalla gestione dei comportamenti alla gestione della sicurezza, dalla previsione delle condotte alla selezione dei bersagli, dalla persuasione commerciale alla decisione militare.
È questo il punto nel quale la questione dell’intelligenza artificiale cessa di essere prevalentemente tecnologica e diventa una questione di potere politico.
IL POTERE CHE NON HA BISOGNO DI ESSERE ELETTO
Shoshana Zuboff ha definito «capitalismo della sorveglianza» il modello economico fondato sull’appropriazione sistematica dei dati relativi ai comportamenti umani e sulla loro trasformazione in strumenti di previsione e modificazione delle condotte.
La sua intuizione più importante, tuttavia, va oltre la questione della privacy.
Ciò che viene messo in discussione è la possibilità stessa dell’autonomia individuale e collettiva. Zuboff parla esplicitamente di una logica economica «anti-democratica» e individua nella sovranità dell’individuo sulla propria esperienza uno dei beni fondamentali messi in pericolo dall’espansione del potere tecnologico. Il problema, oggi, è che quella dinamica ha compiuto un ulteriore salto.
Le grandi piattaforme non si limitano più a sapere ciò che facciamo. Possono contribuire a stabilire ciò che vediamo, ciò che non vediamo, le informazioni che incontriamo, l’ordine nel quale le incontriamo e, attraverso sistemi algoritmici sempre più sofisticati, le probabilità che una determinata scelta venga compiuta.
Il potere non consiste quindi soltanto nel possesso dell’informazione.
Consiste nella capacità di organizzare l’ambiente nel quale le decisioni vengono prese.
Ed è una forma di potere particolarmente insidiosa perché non ha bisogno, almeno apparentemente, di impartire ordini.
È sufficiente predisporre l’architettura entro la quale gli altri decidono.
La differenza fra la tecnologia digitale della prima fase di Internet e quella che si sta affermando con l’intelligenza artificiale è enorme.
Un motore di ricerca restituiva informazioni.
Un social network organizzava contenuti.
Un sistema di profilazione cercava di prevedere i nostri comportamenti.
I nuovi sistemi di AI possono invece combinare osservazione, classificazione, previsione, generazione di contenuti e raccomandazione di decisioni. La macchina non si limita più a rispondere a una domanda. Può contribuire a stabilire quale domanda sia opportuno porsi.
Questa trasformazione produce una conseguenza politica di straordinaria importanza: la distinzione fra chi possiede l’informazione e chi decide rischia di diventare sempre più sottile.
Chi controlla i sistemi attraverso i quali le informazioni vengono raccolte, elaborate e ordinate dispone infatti di una posizione privilegiata nei confronti di chi deve assumere le decisioni sulla base di quelle informazioni.
È una concentrazione di potere che riguarda tanto il cittadino quanto lo Stato.
E proprio qui si manifesta il paradosso della nostra epoca: le istituzioni democratiche sono formalmente sovrane, ma possono diventare materialmente dipendenti da infrastrutture tecnologiche che non controllano.
LA NUOVA PRIVATIZZAZIONE DELLA SOVRANITÀ
Per comprendere la portata della trasformazione occorre abbandonare una concezione troppo tradizionale del potere.
Il potere contemporaneo non coincide più soltanto con la capacità di emanare una legge, ordinare un arresto, imporre una tassa o utilizzare la forza pubblica.
Esiste anche un potere infrastrutturale.
È il potere di possedere i server, i sistemi operativi, le piattaforme, i modelli di intelligenza artificiale, le reti satellitari, i sistemi di cloud computing, le banche dati e gli strumenti necessari per far funzionare una parte crescente della società.
Quando questi strumenti appartengono a poche corporations globali, si produce una situazione nuova: una parte delle condizioni materiali dell’esercizio della sovranità viene a trovarsi nelle mani di soggetti che non sono titolari di alcuna legittimazione democratica. Non sono governi, non sono parlamenti, non rispondono direttamente agli elettori, eppure possono disporre di risorse economiche, tecnologiche e informative superiori a quelle di molti Stati.
Questa asimmetria dovrebbe essere considerata una delle grandi questioni costituzionali del XXI secolo.
Il problema diventa ancora più grave quando l’intelligenza artificiale entra nei processi decisionali pubblici.
Finché una macchina suggerisce quale film vedere o quale prodotto acquistare, siamo prevalentemente nell’ambito della libertà economica e della tutela del consumatore.
Quando lo stesso paradigma viene applicato alla concessione di un credito, alla selezione di un candidato, all’individuazione di un soggetto sospetto o alla previsione di un comportamento criminale, il problema cambia natura.
Ma quando l’algoritmo viene utilizzato per stabilire chi deve essere colpito da un’arma, siamo di fronte a un mutamento qualitativo.
La decisione non riguarda più un comportamento economico. Riguarda la vita e la morte.
Ed è proprio questo il terreno sul quale Gaza ha mostrato al mondo qualcosa che fino a pochi anni fa poteva sembrare soltanto una distopia tecnologica.
GAZA: QUANDO L’ALGORITMO ENTRA NELLA CATENA DELL’UCCISIONE
Le inchieste pubblicate da +972 Magazine e Local Call, successivamente riprese e analizzate da numerose testate internazionali, hanno documentato l’impiego da parte dell’esercito israeliano di sistemi informatici e di AI nella produzione e nella gestione dei bersagli a Gaza.
Tra i sistemi indicati figurano Gospel/Habsora, utilizzato per la generazione di obiettivi, Lavender, associato alla classificazione di individui ritenuti appartenenti a organizzazioni armate, e Where’s Daddy?, descritto come uno strumento destinato a localizzare persone individuate come obiettivi seguendo i figli in età scolastica nel tragitto da scuola a casa e sterminando interi nuclei familiari: un abominio di tale feroce crudeltà e disumanità degno delle SS naziste. Il Guardian ha documentato il ruolo di Gospel nella produzione accelerata di obiettivi, mentre le successive inchieste su Lavender hanno sollevato interrogativi ancora più radicali sul grado di supervisione umana effettivamente esercitato.
Non è necessario che una macchina prema materialmente il pulsante che provoca l’esplosione perché si possa parlare di delega tecnologica della decisione.
È sufficiente che essa produca, classifichi, ordini e renda operativamente disponibili i bersagli a una velocità tale da trasformare il controllo umano in una ratifica sostanzialmente formale.
La questione decisiva, dunque, non è semplicemente se «l’uomo è ancora nel circuito».
La questione è se l’uomo abbia ancora il tempo, le informazioni e la concreta possibilità di contraddire la macchina.
Questa distinzione è fondamentale.
Un essere umano che controlla realmente una decisione è cosa diversa da un essere umano che si limita ad approvare una sequenza di decisioni pre-elaborate da un sistema che non è in grado di comprendere integralmente.
IL PROBLEMA NON È L’ERRORE DELLA MACCHINA
L’argomento più semplice contro l’automazione militare è che gli algoritmi possono sbagliare. È vero, ma non è questo il problema principale. Anche gli esseri umani sbagliano.
La questione è molto più grave: un errore umano ha normalmente un autore identificabile; un errore algoritmico può essere il prodotto di un’intera catena opaca di dati, criteri, addestramento, parametri, soglie e decisioni organizzative.
Chi è responsabile quando il sistema classifica erroneamente una persona? Chi risponde della qualità dei dati? Chi ha stabilito il criterio? Chi ha scelto la soglia? Chi ha approvato il modello? Chi ha acquistato il software? Chi ha autorizzato il suo impiego?
E soprattutto, chi può contestare la decisione prima che produca un effetto irreversibile?
Sono domande alle quali il diritto internazionale e gli ordinamenti democratici non hanno ancora dato risposte adeguate.
Human Rights Watch ha evidenziato proprio questi rischi nel suo studio sui sistemi d’arma autonomi e sui processi decisionali digitalizzati, sottolineando come la selezione e l’ingaggio dei bersagli sulla base dell’elaborazione dei sensori pongano problemi rispetto ai fondamentali obblighi di tutela dei diritti umani.
GAZA NON È IL FUTURO, È IL LABORATORIO DEL PRESENTE
È questa forse la conclusione più inquietante.
Il dibattito sulle armi autonome viene spesso presentato come una discussione sul futuro: i robot assassini, i droni completamente autonomi, le macchine capaci di scegliere da sole chi uccidere.
Ma il futuro, sotto alcuni aspetti, è già arrivato.
A Gaza abbiamo assistito alla sperimentazione concreta di armi di sterminio della popolazione civile inerme nella quale sistemi algoritmici possono contribuire alla raccolta e alla classificazione di informazioni, alla generazione di bersagli, alla loro localizzazione e alla pianificazione dell’attacco.
Nel 2025 il Comitato speciale ONU sulle pratiche israeliane nei territori palestinesi occupati ha espresso una preoccupazione ancora più esplicita sull’impiego di AI e tecnologie di sorveglianza da parte dell’esercito israeliano, indicando tali strumenti come elementi che hanno contribuito alla dimensione delle vittime civili e chiedendo di esaminare anche il possibile ruolo delle società private che forniscono infrastrutture digitali e servizi tecnologici.
E un rapporto ONU del 2026 ha nuovamente riferito dell’impiego di sistemi quali Gospel, Lavender e Where’s Daddy? in relazione ad attacchi caratterizzati da danni sproporzionati alla popolazione civile.
Questo è il punto che non possiamo permetterci di rimuovere: la tecnologia non rende la guerra meno politica, meno criminale o meno umana; può semplicemente renderne più rapida e industrializzata l’esecuzione.
In altri termini, le corporations che realizzano, gestiscono e concedono in uso ad entità o Stati canaglia piattaforme digitali e relativi servizi tecnologici suscettibili di essere impiegate in attività correlate o strumentali alla commissione di crimini di guerra e contro l’Umanità o per perpetrare genocidio, come nel caso dello Stato terrorista di Israele, non possono invocare il principio di cd. neutralità scientifica e tecnologica per andare esenti dalle responsabilità penali connesse e conseguenti all’uso di tali soluzioni informatiche.
É giunto il momento di chiamare queste corporations a rispondere penalmente ed economicamente delle loro condotte concorrenti che, ad ogni evidenza, si inseriscono nelle sequenze causali di crimini di guerra e contro l’Umanità, nonché del genocido del popolo palestinese.
IL SALTO DALLA GUERRA ALLA SOCIETÀ
Sarebbe tuttavia un errore confinare questa riflessione alla dimensione militare.
La guerra costituisce infatti il punto estremo di una trasformazione che riguarda anche la vita civile.
Nella società digitale l’algoritmo può già selezionare ciò che vediamo, stabilire quali contenuti acquistino visibilità, classificare il rischio, individuare anomalie, prevedere comportamenti e orientare decisioni.
Il passaggio successivo consiste nell’attribuirgli una crescente capacità di intervenire direttamente sulla realtà.
È qui che l’intelligenza artificiale può diventare qualcosa di molto diverso da uno strumento.
Può diventare un’infrastruttura decisionale.
E quando un’infrastruttura decisionale è privata, opaca e concentrata nelle mani di pochi operatori globali, la democrazia si trova davanti a un problema che non può essere risolto semplicemente imponendo qualche regola sulla privacy.
La posta in gioco è la sovranità.
UNA DEMOCRAZIA PUÒ ESSERE SVUOTATA SENZA ESSERE (FORMALMENTE) ABOLITA
La caratteristica più pericolosa di questo processo è che non richiede necessariamente una rottura istituzionale. Non occorre abolire le elezioni. Non occorre chiudere i Parlamenti. Non occorre vietare formalmente la libertà di espressione.
È sufficiente che le condizioni materiali attraverso le quali gli individui esercitano quelle libertà siano progressivamente trasferite sotto il controllo di soggetti che rispondono principalmente a logiche economiche e strategiche proprie.
La democrazia può così continuare a esistere come procedura mentre perde progressivamente la propria sostanza.
Gli elettori votano, ma ricevono informazioni filtrate da infrastrutture che non controllano, le quali vengono pesantemente condizionate da vere e proprie campagne di “avvelenamento” delle fonti da parte di potenti entità statali, finanziarie e industriali volte a distorcere dati, fatti e scenari per far prevalere narrazioni artefatte della realtà a vantaggio di candidati “ingaggiati” a servizio dei loro piani di dominio. Il caso delle primarie del Partito Democratico USA in corso di svolgimento ne sono un esempio paradigmatico e grandemente istruttivo, dove le lobby ebraico sioniste israeliane, ma anche (sedicenti) cristiane evangeliche messionico-sinoniste, stanno riversando fiumi di denaro a sostegno dei candidati asserviti alle direttive di Israele.
I Governi deliberano, ma dipendono da sistemi tecnologici di proprietà privata e rispondono, oramai quasi esclusivamente, ai gestori delle enormi concentrazioni di potere finanziario internazionali che impongono ai singoli Governi, attraverso la leva ricattatoria delle scelte sul finanziamento dei debiti “sovrani”, le loro priorità di politica economica e fiscale, promuovendo o penalizzando le scelte di quelli in funzione di una sempre maggiore sottrazione di potere decisionale e finanziario e, in ultima analisi, politico.
Formalmente, l’essere umano continua a decidere. Materialmente, decide sempre più spesso all’interno di una realtà (un ecosistema digitale) preventivamente costruita dalla macchina secondo
È questa la terribile dinamica che sta rapidamente strutturando le nuove forme autoritarie ed “esodemocratiche” di governo dei popoli.
IL NUOVO CONFLITTO DEMOCRATICO
Per questa ragione la questione dell’intelligenza artificiale non può essere lasciata agli ingegneri, agli investitori e ai ministeri della Difesa. È una questione eminentemente politica.
Occorre stabilire quali funzioni possano essere delegate alle macchine e quali debbano restare necessariamente nella sfera della decisione umana.
Occorre impedire che la supervisione umana diventi una formula burocratica priva di contenuto.
Occorre garantire la possibilità di conoscere i criteri utilizzati nei processi decisionali che incidono sui diritti fondamentali. Occorre stabilire responsabilità personali e istituzionali effettive. Occorre soprattutto impedire che le grandi corporations tecnologiche diventino contemporaneamente proprietarie dei dati, produttrici degli algoritmi, fornitrici delle infrastrutture e partner privilegiati degli apparati militari e di sicurezza.
Perché quando il medesimo soggetto può osservare, prevedere, classificare e fornire gli strumenti per intervenire, non siamo più semplicemente davanti a un’azienda tecnologica.
Siamo davanti a una concentrazione di potere che assume una dimensione quasi sovrana.
RIPRENDERE IL CONTROLLO
La sfida democratica del nostro tempo non consiste nel respingere la tecnologia.
Sarebbe non soltanto impossibile, ma anche sbagliato.
L’intelligenza artificiale può produrre enormi benefici sociali, scientifici ed economici.
Il problema è stabilire chi decide a quali fini debba essere utilizzata.
Zuboff ha individuato nella riconquista della sovranità individuale e nella ricostruzione di istituzioni democratiche adeguate all’era digitale la risposta fondamentale al capitalismo della sorveglianza.
Quella battaglia oggi deve essere ampliata. Non basta difendere i nostri dati.
Dobbiamo difendere la nostra capacità di decidere. Non basta chiedere che l’algoritmo sia trasparente. Dobbiamo stabilire quali decisioni non possono essere delegate. Non basta pretendere che un essere umano rimanga «nel circuito». Dobbiamo assicurarci che quell’essere umano conservi realmente la possibilità di dire: no!
E questo vale soprattutto quando la decisione riguarda la libertà, la dignità o la vita di un altro essere umano.
Perché il vero pericolo non è che le macchine diventino simili agli uomini.
Il pericolo è che gli uomini comincino ad accettare come inevitabili decisioni che nessun essere umano sarebbe più disposto ad assumersi personalmente.
È in quel momento che la tecnologia smette di essere uno strumento della democrazia.
E comincia a diventare uno dei suoi possibili sostituti.
