In economia la parola “extraprofitti” non ha alcun senso. Essa presuppone l’esistenza di una misura limite oltre la quale il profitto diventi “extra”. Come si determinerebbe tale misura? Esiste una misura entro la quale il profitto può dirsi “equo”? In un’economia capitalista il profitto è sempre equo, in base al principio che deve essere sciolto da vincoli tecnici e giuridici. Nella vicenda relativa al tentativo fallito del Governo Meloni di incrementare il prelievo fiscale del 2024 sulle banche, il “bersaglio” dell’intervento non è neanche il profitto, ma il margine di interesse. Si sarebbe dovuto parlare semmai di “extrainteressi”, non di “extraprofitti”. L’uso di un linguaggio impreciso e fumoso è funzionale alla cattiva propaganda ed a disinformare i cittadini.
Venendo al merito, nel 2023 il Governo Meloni ha emanato il decreto-legge n. 104, convertito con modificazioni dalla legge n. 136, che all’art. 26 prevede di gravare con un’aliquota del 40%, contro quella ordinaria per le banche del 27,5%, la quota del margine di interesse 2023 che va oltre il margine di interesse del 2021 aumentato del 10%. In soldi: nel 2021 il margine di interesse è stato pari a 38,4 miliardi, che aumentati del 10% fanno 42,3 miliardi; il margine di interesse 2023 ha raggiunto 62,2 miliardi; pertanto gli “extrainteressi” da tassare al 40% sono pari a 19,9 miliardi, che, nelle speranze governative, avrebbero dovuto generare nel 2024 un gettito di 8 miliardi. L’extragettito tuttavia sarebbe stato al massimo di 2,5 miliardi, visto che con l’aliquota ordinaria sugli “extrainteressi” si sarebbero incassati 5,5 miliardi.
Invece non si è racimolato neanche un centesimo, perché alle banche è stata data la facoltà di portare i 19,9 miliardi di “extrainteressi” a riserva non distribuibile, cosa che hanno fatto tutte. I capitali messi a riserva non distribuibile hanno ridotto di pari importo gli utili delle banche, che così nel 2024 hanno pagato 5,5 miliardi in meno di tasse. Un solenne autogoal. La scelta delle banche, pur limitativa della distribuzione dei dividendi, non ha penalizzato azionisti o soci, in quanto l’incremento delle riserve patrimoniali si traduce in un aumento di valore dei titoli o delle quote sociali, che l’azionista o socio, se crede, può liquidare e dunque trasformare in reddito
Veniamo all’ideona contenuta nella bozza del 22 ottobre della legge di bilancio 2026, ora in discussione alle Camere. All’art. 20, rubricato “Revisione del contributo straordinario e affrancamento della riserva”, si propone alle banche di “affrancare”, cioè di rendere distribuibili, i 19,9 miliardi di riserve congelate nel 2024, pagando nel 2026 non più il 40%, ma l’aliquota ordinaria del 27,5%. Per stimolare un’adesione massiccia, l’articolo stabilisce che le riserve affrancate successivamente al 2026 saranno tassate al 33% e che comunque dal 2029 le riserve non distribuibili non ancora affrancate dovranno esserlo obbligatoriamente, se si vogliono pagare dividendi. Se tutte le riserve congelate nel 2024 venissero affrancate nel 2026, l’erario incasserebbe 5,5 miliardi di euro, che altro non sarebbero se non le imposte incassate in meno nel 2024. Ecco la natura dei 5 miliardi di “contributo straordinario” che Giorgia Meloni, con piglio duro, ha dichiarato di volere imporre alle banche nel 2026.
