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QUANDO ECOLOGISTA DIVENTA UN INSULTO

di Domenico PALAZZO

C’è stato un momento in cui dire “ecologista” significava avere a cuore il futuro. Oggi, sempre più spesso, quella parola viene usata con tono sprezzante, come se indicare la necessità di difendere l’ambiente fosse un vezzo ideologico o una moda passeggera. Eppure basta fermarsi un attimo per capire che non è così. La cultura del verde, delle rinnovabili, della biodiversità non è un capriccio di una parte politica ma una conseguenza logica di ciò che la scienza ci dice da decenni. Ed è proprio questo il punto. Quando la realtà scientifica diventa terreno di scontro politico significa che qualcosa si è incrinato. Mentre ci viene indicato che bisogna ridurre le emissioni continuiamo a muoverci in una direzione opposta. 

Le guerre, per esempio, rappresentano una delle contraddizioni più evidenti. Studi pubblicati da organizzazioni come il Conflict and Environment Observatory e da centri di ricerca collegati all’ONU stimano che le emissioni legate ai conflitti armati possano essere paragonabili a quelle annuali di interi Paesi industrializzati. Nel caso della guerra in Ucraina, una sola fase del conflitto ha prodotto emissioni equivalenti a quelle annuali di nazioni come il Belgio e questo significa che in pochi giorni si può compromettere il lavoro di anni di politiche ambientali.

Allo stesso tempo le scelte energetiche raccontano una difficoltà a prendere posizione. In Italia il ministro Adolfo Urso ha confermato la proroga al 2038 per il “phase out” del carbone, inizialmente previsto entro il 2025 e le centrali resteranno disponibili come riserva strategica, pronte a riattivarsi in caso di emergenza. È una decisione che si inserisce in una logica di sicurezza energetica ma che entra in evidente tensione con gli obiettivi europei dettati dal Green Deal che punta alla neutralità climatica entro il 2050. Tenere il carbone come opzione significa rallentare quel percorso.

Il confronto con altri Paesi rende tutto ancora più evidente. La Spagna di Pedro Sánchez ha guidato una trasformazione energetica che in pochi anni ha l’ha portata a superare l’Italia nella produzione da fonti rinnovabili. Secondo dati di “Red Eléctrica” de España e della Commissione Europea, nel 2023 oltre il 50 per cento dell’elettricità spagnola è stata prodotta da fonti rinnovabili, con un forte impatto anche sui costi dell’energia che risultano mediamente più bassi rispetto alla media italiana. Dieci anni fa il divario era opposto. Questo dimostra che la transizione ecologica non è solo una questione ambientale ma anche economica e sociale. E qui emerge un altro elemento chiave, il legame tra cultura green e cultura progressista. Non perché il rispetto dell’ambiente appartenga per natura a una sola parte politica ma perché le politiche ambientali più avanzate si intrecciano quasi sempre con l’idea di giustizia sociale, redistribuzione, accesso equo alle risorse. Un altro esempio interessante arriva dagli Stati Uniti, dalla città di New York dove Zohran Mamdani ha costruito un programma che lega direttamente ambiente e diritti sociali, trasporti pubblici gratuiti per ridurre l’uso dell’auto privata, investimenti nell’efficienza energetica degli edifici, espansione delle piste ciclabili, interventi di depavimentazione urbana per aumentare le aree verdi e migliorare la gestione delle acque piovane. Tutto questo finanziato con una politica fiscale che guarda ai grandi patrimoni. Non è solo ecologia, è una visione complessiva della città e della società.

Questi esempi ci raccontano che per fortuna mentre c’è ancora chi gioca a fare la guerra credendosi padrone del mondo terreno (e forse anche ultraterreno) qualcosa si muove dal basso e soprattutto i giovani mostrano una sensibilità nuova, più spontanea, meno ideologica, verso l’ecologia. Per loro la questione ambientale non è un tema tra tanti ma una condizione di base perché hanno capito che non si tratta di essere ecologisti o meno, si tratta di capire se il pianeta resterà abitabile. In tutte le scuole italiane si studiano le scienze, si parla di ciclo del carbonio, di cambiamenti climatici, di impatto umano sugli ecosistemi. Nell’educazione civica è entrata l’Agenda 2030 con i suoi obiettivi chiari: ridurre le emissioni, proteggere gli ecosistemi, costruire un modello di sviluppo sostenibile. I ragazzi lo sanno, lo capiscono, spesso lo sentono come una responsabilità personale. Eppure fuori da quelle aule il messaggio cambia. Diventa più confuso, più contraddittorio. Forse è proprio questo che spaventa perché la cultura green non è solo una questione ambientale ma una trasformazione profonda del modo di vivere, produrre e consumare ed ogni trasformazione di questo tipo mette in discussione equilibri consolidati. 

Per questo motivo la parola “ecologista” continua ad essere usata come un’etichetta da ridicolizzare.

Non è un caso che esperienze come quella spagnola o quella newyorkese non nascano da governi di destra. Perché la cultura del verde implica inevitabilmente una redistribuzione, una regolazione, un intervento pubblico. E questo entra in conflitto con una visione che privilegia il mercato come unico regolatore. Eppure anche chi oggi si oppone o ridimensiona queste politiche sa che non esiste un’alternativa reale: non si può continuare a consumare risorse come se fossero infinite, non si può ignorare il cambiamento climatico sperando che si risolva da solo. La differenza sta nei tempi e nelle scelte perché c’è chi prova ad anticipare il futuro e chi lo rincorre. Dietro quella parola c’è qualcosa di molto più concreto perché c’è l’idea che la sopravvivenza non sia negoziabile. C’è una cultura che non divide ma prova a tenere insieme ambiente, economia e diritti. 

Non è una moda. È una necessità. E prima o poi dovremo smettere di trattarla come un’opinione.

  • Domenico Palazzo è nato a Campobasso il 2 settembre 1984; Guardiese dalla nascita, Termolese d’adozione dal 1998. Ha vissuto a Bologna e nel 2011 è tornato a vivere a Termoli, con una breve parentesi milanese.

    È laureato in chimica e tecnologia farmaceutiche. Ha lavorato in azienda fino al 2019, ricoprendo ruoli di direzione. Ad oggi insegnante di Scienze Naturali specializzato sul sostegno. Consigliere Federale di Europa Verde per il Molise, pubblica sul periodico L’Eguaglianza.

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