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NOI NON CI SAREMO

di Domenico PALAZZO


Gli effetti del cambiamento climatico non saranno per noi. Saranno per i nostri figli. Ed è per loro che dobbiamo agire adesso

Il cambiamento climatico non è solo una questione di gradi in più o in meno. È un’intera alterazione del ciclo vitale del pianeta. Un mondo più caldo è anche un mondo più instabile. L’aria trattiene più umidità. I mari, le pianure, i fiumi rilasciano più vapore acqueo. E quando piove, non piove più come prima: piove tutto insieme.

Lo vediamo sempre più spesso, anche in Italia. Piogge torrenziali che in poche ore riversano quantità d’acqua equivalenti a interi mesi. Eventi concentrati, intensi, localizzati. Bombe d’acqua, le chiamano erroneamente. Ma non è un linguaggio neutro: le bombe le produciamo noi, scaldando l’atmosfera con le emissioni, cementificando tutto, costruendo ovunque. I terreni non drenano più. I corsi d’acqua non trovano vie di fuga. L’acqua si accumula e travolge. Il risultato: allagamenti, frane, distruzione. E poi il silenzio, finché non succede di nuovo.

In un’Italia già fragile dal punto di vista idrogeologico, questa dinamica è particolarmente drammatica. Le città sono impreparate. I piccoli comuni non hanno strumenti. E chi ci governa, invece di agire, fa il contrario.

Il governo Meloni, invece di investire sulla prevenzione e sulla cura del territorio, taglia. Lo ha denunciato pubblicamente l’ANCE, l’Associazione Nazionale Costruttori Edili – non un partito ambientalista, ma una delle organizzazioni più pragmatiche del Paese – in audizione alla Commissione parlamentare sul rischio idrogeologico e sismico. Secondo l’ANCE, la legge di bilancio prevede tagli per 6,5 miliardi di euro tra il 2025 e il 2034, proprio ai fondi destinati alla messa in sicurezza del territorio. Di questi, 673 milioni verranno sottratti già nel triennio 2025–2027. A pagarne il prezzo saranno, ancora una volta, i Comuni, che si ritroveranno con meno risorse per argini, canali, tombini, versanti. Meno risorse per la manutenzione, per la prevenzione, per la sicurezza. Più rischio, più disastri, più morti.

Parlare di “messa in sicurezza del territorio” mentre si tagliano i fondi per la prevenzione è l’ennesima bugia. L’Italia è un Paese fragile: il 94,5% dei Comuni è a rischio idrogeologico. Lo dice sempre l’ANCE, dati alla mano. Eppure si continua a intervenire dopo le tragedie, non prima. Si continua a scegliere l’emergenza, non la programmazione. Si continua a spendere miliardi per le ricostruzioni, invece di investirli per evitare frane, alluvioni, disastri.

E non si dica che non ci sono i soldi. Perché per le armi i fondi si trovano sempre. Per costruire nuove carceri si stanziano milioni. Ma per il dissesto idrogeologico, no. Per il verde urbano, no. Per i boschi, per i fiumi, no.

Eppure dovremmo saperlo bene, ormai: non ci salveranno i condizionatori. Ci salveranno gli alberi. E la cura del territorio.

Che il pianeta stia bollendo non è più una previsione catastrofista, ma una realtà documentata. Lo sentiamo nelle notti tropicali che non danno tregua, lo vediamo nei picchi termici che friggono l’asfalto cittadino. Le città, in particolare, sono diventate trappole di calore, con differenze anche di 4–5 gradi tra le aree densamente costruite e quelle più verdi. E in un Paese in cui oltre il 70% della popolazione vive in centri urbani o periurbani, il contrasto al cambiamento climatico deve partire proprio da lì: dal quartiere sotto casa, dal marciapiede, dalla scuola, dal parco.

Un recente studio pubblicato su Scientific Reports ha dimostrato che la temperatura può diminuire mediamente di 2,6 °C nelle aree urbane dotate di copertura arborea, rispetto a zone prive di alberi in un raggio di 10 metri. Altri studi parlano di riduzioni anche superiori a 5–10 °C in contesti urbani densi di verde, soprattutto sulle superfici asfaltate. A New Haven, negli Stati Uniti, si è misurato che un aumento dell’1% della copertura arborea urbana può comportare un raffrescamento fino a –1,6 °C nelle ore più calde. A Roma, una simulazione dell’Enea ha calcolato che 20.000 nuovi alberi potrebbero abbassare la temperatura media di 1,5 gradi in alcune aree.

Gli alberi sono termoregolatori naturali: ombreggiano, raffrescano, assorbono CO2, filtrano inquinanti. Sono infrastrutture vive. E sono anche strumenti di giustizia ambientale. Perché il caldo colpisce di più chi ha meno. Chi vive in quartieri densamente edificati, con poco verde. Chi abita ai piani alti dei palazzi popolari senza tetti isolati. Chi lavora all’aperto o nelle case prive di climatizzazione. Sono questi i corpi che il cambiamento climatico colpisce per primi. E sono questi i corpi che lo Stato deve proteggere.

Ma anche qui la realtà è un’altra. Il verde urbano in Italia è abbandonato a se stesso. Le città piantano alberi per farsi fotografare, poi li lasciano morire. I fondi del PNRR sono stati distribuiti senza una visione strategica, senza coordinamento, senza coinvolgimento delle comunità. Piantare alberi non è uno spot. È un impegno di lungo termine. Un albero ha bisogno di anni per crescere, e nei primi anni ha bisogno di cura, manutenzione, acqua, potature, protezione. Senza tutto questo, il tasso di mortalità delle giovani alberature può superare il 50%.

E allora viene da chiedersi: cosa stiamo facendo? Stiamo davvero preparando le nostre città per i nostri figli, o stiamo solo prendendo tempo?

In fondo, lo dice il titolo: “Noi non ci saremo”. È una canzone scritta da Guccini, ma anche una verità che pesa. La parte più dura del cambiamento climatico non la vivremo noi. La vivranno loro: i nostri figli, i nostri nipoti. Vivranno in un mondo più caldo, più instabile, più violento. Con più alluvioni, più siccità, più disuguaglianze. 

E giudicheranno quello che abbiamo fatto oggi.

La buona notizia è che non tutto è perduto. Possiamo ancora invertire la rotta. Possiamo piantare milioni di alberi, con criterio, nei quartieri più vulnerabili. Possiamo finanziare la manutenzione del territorio come una priorità nazionale. Possiamo assumere tecnici forestali, idraulici, ingegneri ambientali, dare lavoro e sicurezza insieme. Possiamo costruire una rete ecologica urbana, con corridoi verdi, orti, parchi, filari, tetti verdi e giardini scolastici.

Ma per farlo, dobbiamo cambiare paradigma. Dobbiamo smettere di considerare la natura come un costo e iniziare a trattarla come un’alleata politica. Dobbiamo smettere di delegare tutto al mercato. Dobbiamo riprenderci la pianificazione, la progettazione, la responsabilità collettiva.

Non è solo una questione di ecologia. È una questione di eguaglianza. Di giustizia sociale. Di futuro.

In un suo celebre discorso, Alex Langer ci lasciava queste parole che oggi suonano come un appello: “La conversione ecologica potrà affermarsi solo se apparirà socialmente desiderabile, cioè capace di offrire motivazioni, gratificazioni, prospettive di vita migliori, più attraenti e più convincenti.”

Facciamola desiderabile. Facciamola giusta. Facciamola adesso. Prima che sia troppo tardi. Prima che, davvero, noi non ci saremo.

  • Domenico Palazzo è nato a Campobasso il 2 settembre 1984; Guardiese dalla nascita, Termolese d’adozione dal 1998. Ha vissuto a Bologna e nel 2011 è tornato a vivere a Termoli, con una breve parentesi milanese.

    È laureato in chimica e tecnologia farmaceutiche. Ha lavorato in azienda fino al 2019, ricoprendo ruoli di direzione. Ad oggi insegnante di Scienze Naturali specializzato sul sostegno. Consigliere Federale di Europa Verde per il Molise, pubblica sul periodico L’Eguaglianza.

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