La presentazione veneziana di NAZA, il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor che raccoglie testimonianze anonime di militari e appartenenti all’intelligence israeliana sulle operazioni a Gaza, ci mette davanti a una questione che supera il cinema. Il film ha ricevuto il Premio speciale della giuria e una lunga ovazione. Il riconoscimento di un’opera di denuncia può essere un fatto positivo. Diventa però politicamente inquietante quando il prestigio del narratore finisce per contare più della realtà narrata: quando una violenza acquista piena cittadinanza nel discorso pubblico soltanto dopo essere stata raccontata da una voce israeliana.
Non pretendo di leggere nella coscienza di chi applaudiva. Un applauso, da solo, non dimostra il disprezzo per altre testimonianze. Ma la vicenda permette di interrogare un criterio di selezione che considero intollerabile: la disponibilità ad accogliere come rivelazione ciò che, pronunciato da un palestinese, resta confinato nel sospetto. Il problema non è l’ascolto del dissidente israeliano. È la subordinazione della parola palestinese alla sua conferma.
Questa subordinazione ha una struttura precisa. Alla persona che subisce la violenza si chiede di provare il fatto e, prima ancora, di dimostrare di essere un soggetto degno di fiducia. La sua appartenenza nazionale diventa una possibile causa di inattendibilità. Chi parla dall’interno dell’apparato responsabile della violenza può invece ricevere, insieme all’attenzione per le informazioni che possiede, un credito morale anticipato. È un rovesciamento perverso: la prossimità alla sofferenza genera diffidenza; la prossimità al potere può generare autorevolezza.
Non c’è bisogno di immaginare una regia occulta. Bastano abitudini redazionali, gerarchie diplomatiche, pigrizia culturale e identificazione con chi appare più vicino. Il risultato è una discriminazione nella distribuzione della credibilità. La vittima viene ammessa alla compassione molto prima di essere ammessa alla conoscenza. Le si consente di raccontare il dolore; quando ne indica i responsabili o ne ricostruisce le cause, scatta l’allarme sulla sua presunta faziosità.
IL DIRITTO DI ESSERE CREDUTI
Naturalmente le testimonianze devono essere verificate. La verifica è un dovere verso tutti, a cominciare dalle vittime. Ma bisogna domandarsi che cosa si stia verificando: un’affermazione concreta oppure il diritto di una persona a formularla? Chiedere riscontri su un bombardamento è lavoro giornalistico. Trattare l’origine palestinese come un indizio sfavorevole è pregiudizio. La stessa regola deve valere per le fonti militari israeliane: grado, uniforme e accesso a informazioni riservate non costituiscono una certificazione di verità.
Una fonte interna può offrire prove nuove, ricostruire ordini e procedure, illuminare una catena di comando che il testimone esterno non poteva conoscere. Questo è un valore conoscitivo specifico e prezioso. Non autorizza però a considerare inesistente quanto era già documentato, né a retrocedere chi lo aveva denunciato a semplice produttore di emozioni. Una testimonianza ulteriore deve arricchire il quadro delle prove, non assegnare retroattivamente dignità alle vite distrutte.
Quando quel salto di dignità dipende dall’identità di chi parla, l’informazione riproduce il rapporto di dominio che dovrebbe sottoporre a critica. Il palestinese non dispone soltanto di meno potere sul proprio territorio: dispone anche di meno autorità pubblica nel descrivere ciò che gli accade. La sua esperienza viene trattata come materia da interpretare altrove. È una forma di espropriazione della parola, tanto più brutale perché può convivere con espressioni sincere di solidarietà.
Da avvocato, trovo particolarmente odiosa questa selezione preventiva. L’attendibilità si misura sulla qualità della conoscenza, sulla coerenza, sui riscontri e sulle possibili ragioni di falsificazione. Non si misura su un’appartenenza nazionale o religiosa. Il dolore non rende infallibili; ma l’uniforme non rende neutrali, né conferisce a chi la indossa un credito di maggiore credibilità. Una sfera pubblica che dimentichi entrambe le cose trasforma la valutazione delle prove in un privilegio di status.
IL CORAGGIO INDIVIDUALE E L’ALIBI COLLETTIVO
Abraham e Szor meritano tutela contro intimidazioni e ritorsioni. Netanyahu ha accusato NAZA di alimentare l’antisemitismo; il ministro della Cultura ha minacciato iniziative per privare gli autori della cittadinanza. Queste reazioni mostrano quanto possa costare la denuncia anche a cittadini israeliani. Proprio per questo sarebbe ingiusto attribuire loro automaticamente l’uso consolatorio e ipocritamente compassionevole che altri possono fare del loro lavoro.
Quell’uso, tuttavia, va criticato senza indulgenza. Celebrando il dissidente, un pubblico può convincersi che l’esistenza della protesta costituisca già la risposta al crimine. La capacità di produrre una denuncia diventa una patente di salute del sistema denunciato. È un’assoluzione priva di fondamento: una società non ripara i torti perché alcuni suoi membri li riconoscono. Li affronta quando interrompe le condotte, accerta le responsabilità e restituisce diritti a chi ne è stato privato.
Lo stesso vale per le fonti anonime. Proteggerle può essere indispensabile per far emergere informazioni. Ma la protezione giornalistica non decide la responsabilità penale, e una testimonianza non prova da sola che chi la rende abbia commesso un reato. Occorre accertare che cosa ciascuno sapesse e facesse. Il cinema può aprire una strada all’indagine; l’ovazione non può sostituirla. Il criterio del successo politico e civile di una denuncia dovrebbe comprendere ciò che accade dopo i titoli di coda.
CHI PUÒ CRITICARE ISRAELE
La selezione delle voci diventa ancora più insidiosa quando dalla cittadinanza si passa all’identità ebraica. Sono piani distinti: israeliano ed ebreo non sono sinonimi. Confonderli cancella tanto la pluralità della società israeliana quanto quella delle vite e delle posizioni ebraiche nel mondo. Eppure proprio questa confusione alimenta la pretesa che una critica pronunciata da un ebreo abbia una legittimità particolare, mentre la stessa critica, formulata da un non ebreo, debba preliminarmente difendersi dall’accusa di antisemitismo.
Contesto radicalmente questa pretesa. La denuncia di una condotta statale si giudica per il suo oggetto, i suoi argomenti e le sue prove. Nessuno deve esibire una genealogia per chiedere che un esercito rispetti il diritto internazionale. Nessuno ha bisogno di un garante ebreo per denunciare il genocidio dei Palestinesi, la totale distruzione di Gaza, la colonizzazione della Cisgiordania e le condotte terroristiche del governo israeliano. Cercarlo come lasciapassare, anche con intenzioni solidali, finisce per riconoscere la validità del ricatto.
L’accusa automatica serve precisamente a spostare il processo: dalla condotta denunciata all’identità del denunciante. Invece di rispondere su un fatto, gli si impone di discolparsi da un’intenzione. È una tecnica di interdizione particolarmente efficace perché sfrutta la gravità reale dell’antisemitismo. Chi la subisce è costretto a spendere parole sulla propria innocenza mentre la questione originaria scompare. L’effetto intimidatorio può prodursi anche senza una censura formale: basta rendere professionalmente e socialmente costoso porre certe domande.
Sul tema la semiologa Valentina Pisanty ha messo in luce il percorso mistificatorio della sovrapposizione concettuale dei termini antisemitismo/antisionismo, strumentalmente costruito e alimentato attraverso la reiterazione pubblicamente accreditata dell’uso “contundente” dell’accusa di “antisemitismo” in funzione di demolizione e screditamento preventivo di qualsiasi forma di critica all’operato criminale di Israele. Tale processo, codificato nella famigerata definizione dell’IRHA, rischia concretamente di tradursi in Italia in una vergognosa e incostituzionale limitazione della libertà di manifestazione del pensiero sancita dall’art. 21 della nostra Carta costituzionale, grazie al disegno di legge, proposto e votato congiuntamente dalla ignobile accolita di filosionisti della maggioranza governativa e da “miserabili” (Victor Hugo) esponenti del PD.
