L’analfabetismo funzionale non è l’incapacità di leggere o scrivere. È qualcosa di più subdolo e pericoloso: è la difficoltà – o l’impossibilità – di comprendere, interpretare e usare in modo critico le informazioni che si leggono, si ascoltano o si guardano. Una persona analfabeta funzionale sa decifrare le parole, ma non il senso. Sa leggere un titolo, ma non un contenuto. Sa ripetere un dato, ma non contestualizzarlo.
È una condizione che si misura attraverso indagini internazionali come OCSE-PIAAC, che valutano le competenze di literacy, numeracy e problem solving negli adulti. E i numeri italiani, da decenni, sono allarmanti.Secondo ricostruzioni basate su dati ISTAT storici, OCSE e studi sociologici comparativi, l’analfabetismo funzionale in Italia segue un andamento che racconta molto più di quanto sembri.

Il grafico che accompagna questi dati mostra una dinamica chiara: un miglioramento fino agli anni Novanta, seguito da una nuova crescita dell’analfabetismo funzionale proprio mentre iniziano i tagli strutturali alla scuola, all’università e alla cultura.

Non è una coincidenza. Meno scuola, meno cultura, meno strumenti.
L’Italia è oggi uno dei Paesi europei che investe meno in istruzione in rapporto al PIL. Dal 2008 in poi, ogni governo – con intensità diverse – ha considerato la scuola e la cultura una spesa comprimibile, non un investimento strategico.
Classi sovraffollate, stipendi bassi, edilizia scolastica fatiscente, università sempre più elitaria (si guardi soprattutto al caro affitti), biblioteche chiuse o depotenziate. Il risultato non è solo una perdita di conoscenze, ma una perdita di capacità critica.
La scolarizzazione è fondamentale, ma non sufficiente. Un diploma o una laurea non immunizzano automaticamente dall’analfabetismo funzionale. Se la cultura non diventa esercizio quotidiano, confronto, lettura, dubbio, allora resta un titolo, non uno strumento.
E questo diventa ancora più grave in un tempo dominato dall’intelligenza artificiale, dagli algoritmi, dai dati presentati come verità assolute. In questo contesto, un cittadino che non sa leggere criticamente è un cittadino inerme.
Il governo Meloni lo sa bene. E infatti usa i numeri come clava politica:
– dati parziali presentati come assoluti,
– percentuali senza contesto,
– confronti internazionali selettivi,
– narrazioni semplificate per giustificare scelte complesse.
Quando manca la capacità di comprendere ciò che si legge, la propaganda vince sempre. E le fake news proliferano perché trovano terreno fertile.Contrastare l’analfabetismo funzionale non significa solo “più scuola”. Significa diffondere una cultura del vero, della verifica, della complessità. Significa insegnare – ovunque – a distinguere un’opinione da un fatto, una fonte da una manipolazione. Non solo nelle scuole. Nei luoghi di lavoro. Nei quartieri. Nelle biblioteche. Nei circoli culturali. Nello spazio pubblico.
Perché la cultura non è una laurea. Non è un dottorato. Non è un’élite. La cultura è ricchezza condivisa. La cultura è amore per la verità. La cultura è rispetto di se stessi.
E senza rispetto di sé, una società accetta qualsiasi menzogna.
