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Aprile 2025

Ambiente

QUANDO L’INCENERITORE ARRIVA A CASA TUA …

di Marco MADDALENA 10 Aprile 2025
Scritto da Marco MADDALENA

Il centrodestra in Parlamento ha presentato un emendamento che ha l’obiettivo di estendere i poteri commissariali del sindaco Gualtieri in materia di gestione dei rifiuti a Roma anche all’individuazione delle aree ad elevato rischio ambientale che faciliterebbe il processo della realizzazione dell’inceneritore, bloccando così il tentativo del Comune di Albano di chiedere alla Regione di dichiarare il territorio a rischio ambientale elevato.

Sono contrario all’inceneritore a Santa Palomba ma sono anche dell’avviso che spostando e spostando la cenere senza un’idea di riduzione dei rifiuti alla fine la cenere arriva anche a casa tua.

Chi abita nella Provincia di Frosinone sa che da noi per imporci gli ecomostri non sono serviti poteri commissariali ma è stato molto più “semplice” e chi approvava o sottovalutava questa “distruzione” non si rendeva conto che riempiendo di “monnezza” le province alla fine la monnezza sarebbe tornata indietro e che le ex linee di incenerimento di Colleferro o l’attuale di San Vittore non li avrebbero salvati, come anche i tentativi di car fluff ad Anagni o gli altri progetti impattanti nella Valle del Sacco.

Una volta mio padre uomo battagliero di fronte ad un assessore regionale che ci invitava a trovare un “equilibrio” sull’inutile aeroporto di Frosinone gli chiese dove abitasse e lui rispose “ai Castelli Romani” allora mio padre incalzandolo e in modo provocatorio gli rispose “ecco allora l’aeroporto fatelo ai pratoni del Vivaro c’è tutto quello spazio” e l’assessore non riusci a nascondere il suo imbarazzo e difficoltà.

L’aeroporto non è arrivato al Vivaro e per fortuna nemmeno a Frosinone, però i rifiuti stanno tornando indietro, senza battaglie comuni e senza una visione comune virtuosa la cenere alla fine non si sposta più……

10 Aprile 2025 0 Commenti
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Politica

LA GRANDE MANIFESTAZIONE PER LA PACE UN PRIMO PASSO

di Michele BLANCO 6 Aprile 2025
Scritto da Michele BLANCO

Avere 100 mila persone in piazza a Roma a manifestare nell’Italia di oggi è un risultato importantissimo di una grande rilevanza, assolutamente da non sottovalutare. In altre manifestazioni, anche recenti, con viaggio e spuntini gratis, “pompate” dalle televisioni e giornali, erano presenti molto meno di 10 mila persone. Quella del 5 aprile non è stata una manifestazione del un solo movimento 5 stelle, che ha avuto il grande merito di farla, ma la dimostrazione che il sentimento contrario alle inutili spese militari è diffuso oltre ad essere giusto. Nella narrazione dei mezzi di disinformazione di massa, tutti di proprietà, o comunque controllati, dagli stessi azionisti delle fabbriche d’armi si vuole dare per scontata l’idea che siamo in pericolo perché l’Europa sta per essere invasa dalla Russia, ipotesi assolutamente priva di qualsiasi fondamento politico economico e, soprattutto dal punto di vista pratico-militare. La federazione Russa ha 143,8 milioni di abitanti (2023), ma al tempo stesso è la nazione più grande per estensione territoriale al mondo, con ricchezze minerarie incredibili, ha il problema che territori immensi come la Siberia sono scarsamente popolari. Solo i paesi aderenti all’Unione Europa hanno 449,2 milioni (2024) di abitanti, una invasione è assolutamente improbabile. In questi giorni il filosofo tedesco Habermas ha evidenziarlo con forza in un’intervista pubblicata sull’ultimo numero della rivista “Internazionale”, in cui mette in guardia l’Europa da un riarmo che distrugga quel poco di integrazione sociale e di “welfare State” che è rimasto nelle politiche degli Stati europei. Il pericolo che paventa per l’Europa è quello della “abolizione della politica”, vale a dire uno svuotamento delle democrazie liberali in gusci vuoti, senza partecipazione e senza spazio di comunicazione libera e agire politico. Trasformare lo Stato e le istituzioni in dispositivi di sola gestione economica, significa avere una concezione dei cittadini solo come consumatori e come capitale umano da sfruttare. In questa prospettiva, non è difficile arrivare a considerare le persone soggetti. Oggi vorrebbero sostituire l’etica della pace, che è il bene sociale più alto, con l’ideologia della guerra contro i presunti nemici.

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Finalmente abbiamo avuto nella manifestazione del 5 aprile l’affermazione di un’idea di cittadinanza che si riconosce nei valori della Costituzione, che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali e guarda ad un’Europa portatrice di una civiltà politica fondata sulla giustizia sociale e su un modello di sviluppo equo e sostenibile: in una parola, un’Europa lontana anni luce da quella odierna che la baronessa von der Leyen e le classi dirigenti attuali vanno ridisegnando snaturandone l’essenza profonda. Esiste oggi in Italia un’area di rifiuto della guerra che coincide con la netta stragrande maggioranza della popolazione italiana. Di certo sarebbe riduttivo inscrivere questa moltitudine di persone, che sono al contempo singolari e plurali, in una ideologia o in qualche schema sociologico precostituito. Sono il segno di un grande bisogno di riprendersi la parola dopo una lunga fase di “defezione” o, come avrebbe detto Hirschman, di “exit”, di uscita dallo spazio pubblico. Infatti, la posta in gioco di questa manifestazione non è in primo luogo l’alternativa al governo Meloni che le forze di opposizione sono tenute a preparare. Il tema va molto al di là della congiuntura politica, per quanto importante sia quest’ultima. Saranno gli eventi futuri a confermare o meno il giudizio di Conte secondo cui questa manifestazione getta un primo solido “pilastro” dell’alternativa. Piuttosto, se c’è una lezione da trarre da questa imponente risposta di massa all’appello contro la guerra, è che le soggettività, individuali e collettive, hanno bisogno, come amava dire Hannah Arendt, di apparire in pubblico, cioè nell’agorà della polis (piazze, sezioni, circoli, teatri, ecc.), dove discutere dei problemi della vita quotidiana, non nei talk show televisivi sempre più stereotipati e ripetitivi.

6 Aprile 2025 0 Commenti
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Politica

GUERRA DEI DAZI E CHI CI HA MESSO IN CONDIZIONI SVANTAGGIOSE

di Michele BLANCO 5 Aprile 2025
Scritto da Michele BLANCO

I dazi imposti da Trump, per hanno provocato uno shock a livello globale. Le misure hanno influenzato
negativamente le Borse europee e potrebbero danneggiare l’economia del continente nel medio termine.
Alle 5 del mattino di oggi, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha dichiarato
che ci saranno gravi conseguenze per milioni di persone, aggiungendo che l’UE è pronta a negoziare, ma
anche a reagire. I tecnici della Commissione hanno definito una strategia basata su tre elementi principali:
negoziati per cercare di limitare i dazi, ritorsione per proteggere aziende e consumatori europei e
diversificazione per sfruttare il Mercato unico e le opportunità con altri Paesi colpiti dalle scelte di
Washington. L’impatto dei dazi, infatti, non riguarda solo l’Europa: le misure si aggiungono agli elementi
di incertezza già presenti nel panorama geoeconomico globale, aumentando l’instabilità generale.
In questi giorni il dibattito pubblico è concentrato sui dazi imposti da Trump alle merci italiane, europee e
della tragrande maggioranza degli Stati del mondo. Certamente avranno un impatto assai rilevante nel
commercio, nell’economia, nella finanza mondiale e probabilmente faranno aumentare i costi di
produzione e di conseguenza l’inflazione. Ma è certo che a questi dazi unilateralmente imposti da Trump
ci sarebbero le contromisure.
Per noi europei ad esempio basta togliere le sanzioni alla Russia, rinnovare gli accordi con la Cina, della
Via della Seta e aumentare gli scambi con il gruppo dei paesi Brics, cosi facendo si amplierebbero i
mercati e si tornerebbe essere competitivi nella produzione, oltre che avere nuovi patner commerciali.
Interessante notare Quello è che oggi in tanti si scagliano contro Trump per i dazi, ma sono gli stessi che
hanno avallato acriticamente le sanzioni contro la Russia. Con il risultato che le sanzioni contro la Russia
ci hanno resi dipendenti dalle materie prime energetiche di Washington, molto più costose circa quattro
volte più costose rispetto a quelle che ci vendeva la Russia.
Se oggi Trump può prendere una decisione del genere e mandare nel panico principalmente i Paesi
dell’Unione Europea, è soprattutto dovuto alle sanzioni che noi europei abbiamo messe alla Russia, poiché
ci hanno isolati e hanno favorito l’inflazione togliendoci ogni possibilità, a breve termine, di affrontare ad
armi pari una guerra commerciale con gli USA.
Ricordiamoci di tutti coloro che ci hanno portato a questa politica scellerata. Per cominciare tutti quelli
che hanno farneticato di guerra che l’Ucraina avrebbe vinto facilmente e che avallò le sanzioni contro la
Russia. Il primo della lista italiano è il “vile affarista” Mario Draghi e la presidente della Commissione
europea, la baronessa Ursula von der Leyen.

5 Aprile 2025 0 Commenti
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Politica

GLI STATI UNITI D’AMERICA TRA MITO “DEMOCRATICO” E REALTÀ

di Michele BLANCO 4 Aprile 2025
Scritto da Michele BLANCO

A molti sembra che Trump stia violando una tradizione secolare di principi democratici americani, sia in patria che all’estero. Ma si tratta di una narrazione che non corrisponde alla realtà storica degli Stati Uniti.

Gli Stati Uniti non sono stati fondati come una democrazia, come la intendiamo oggi, ma sono stati fondati come un regime di apartheid, caratterizzato da una forte disuguaglianza istituzionalizzata basata su razza, genere e classe, e governato come un’oligarchia (fatti storici reali).

Infatti al tempo della loro fondazione, gli stati americani limitavano il diritto di voto ai maschi bianchi proprietari di beni (ovvero circa il 6% della popolazione). La classe lavoratrice, le donne, gli indigeni e le persone di colore erano, nella stragrande maggioranza dei casi, escluse dal voto. Quasi tutte le persone di colore erano soggette a schiavitù di massa e non avevano alcun diritto (essendo di fatto considerati come merci da un punto di vista legale), mentre i Nativi Americani erano vittime di pulizia etnica e genocidio legalizzato.

Le donne non ottennero il diritto di voto fino al 1920. Per i Nativi Americani, si dovette attendere il 1948. La segregazione razziale, il sistema di apartheid statunitense, non fu completamente e legalmente eliminata fino al 1964. E solo nel 1965 i diritti di voto furono formalmente garantiti a tutte le minoranze. Fondamentale gli Stati Uniti non hanno avuto il suffragio universale fino al 1965, quasi 190 anni dopo la loro fondazione.

Bisogna ricordare che il potere legislativo si trasferisce solo tra due partiti sorretti e sponsorizzati dall’establishment economico del paese, entrambi i partiti sono guidati da persone estremamente ricche.

Le élite e le aziende possono spendere somme illimitate per finanziare le campagne elettorali di partiti e candidati, allo scopo di far eleggere politici che fanno le leggi a loro vantaggio tramite un sistema di vera e propria corruzione politica istituzionalizzata (deniminato “lobbying”). Una vera democrazia, ovviamente, non può funzionare in queste condizioni.

Uno studio serissimo del 2014 pubblicato dalla Cambridge University ha rilevato che l’attuazione delle politiche statunitensi segue le preferenze delle lobby aziendali organizzate, anche quando va contro le preferenze espresse nei sondaggi della maggioranza degli elettori. Nella realtà il sistema politico degli Stati Uniti è più un’oligarchia che una democrazia. I dati del Democracy Perception Index, che nel 2023 ha mostrato come solo il 54% degli Americani ritiene che il proprio paese sia effettivamente democratico, e solo il 42% afferma che il governo rispetti la volontà della maggioranza delle persone.

Gli Stati Uniti difendono la democrazia nel mondo? Ma in verità gli Stati Uniti intervengono regolarmente nelle elezioni straniere per alterare il processo democratico a favore solo dei propri interessi. Un recente studio dello scienziato politico Dov Levin documenta che gli Stati Uniti sono intervenuti in elezioni straniere almeno, ma probabilmente sono molto di più, 128 volte tra il 1946 e il 2014, per impedire a partiti di sinistra di formare un governo o di rimanere al potere.

Il caso più chiaro è l’appoggio al dittatore Cileno Augusto Pinochet Ugarte (1915-2006), il cui governo è stato ufficialmente sostenuto dagli Stati Uniti dal colpo di stato dell’11 settembre 1973 fino alla sua caduta nel 1990.

Nel XX secolo, gli Stati Uniti si sono sempre opposti alle lotte di liberazione anticoloniale in Asia e Africa. Erano contro chi combatteva legittimamente per la democrazia e l’uguaglianza dei diritti. Hanno sostenuto il regime di apartheid in Sudafrica, i governi statunitensi hanno collaborato all’incarcerazione di Mandela, inserendolo nella lista dei “terroristi” fino al 2008. Continuano ad armare e a sostenere il regime di apartheid e genocida Israeliano. Gli Stati Uniti hanno ufficialmente riconosciuto ed appoggiato oltre la dittatura di Pinochet in Cile, quella dello Shah in Iran, quella di Mobutu in Congo, quella di Franco in Spagna e molte decine di altre, in particolare tutte le dittature che negli ultimi 200 anni si sono avute in sud America. Questa tendenza continua imperterrita ancora oggi. In un recente rapporto pubblicato da Truthout ha rilevato che il 73% delle dittature del mondo riceve sostegno militare diretto dagli Stati Uniti.

Gli Stati Uniti hanno anche una lunga storia di operazioni di cambio di regime forzoso in altri paesi, volte solo ad assicurare condizioni di egemonia geopolitica e sostegno alle proprie imprese multinazionali operanti in quei luoghi. Accademici e giornalisti come Lindsey O’Rourke, William Blum e altri hanno documentato almeno 113 di queste operazioni dal 1949 a oggi, basandosi su documenti ufficiali, senza includere le operazioni condotte alla fine del XIX e all’inizio del XX secolo sotto la Dottrina Monroe ed il Corollario Roosevelt. Oltre la metà di queste sono state compiute contro democrazie liberali o stati democratici. Gli Stati Uniti hanno sostenuto colpi di stato ed omicidi a discapito di leader democraticamente eletti come Salvador Allende in Cile, Jacobo Arbenz in Guatemala e Patrice Lumumba nella Repubblica Democratica del Congo, tutti sostituiti da dittatori favorevoli e alleati degli statunitensi.

Certamente si può affermare che gli Stati Uniti soffrono ancora oggi di gravi deficit democratici all’interno del loro sistema politico al punto da continuare a funzionare come un’oligarchia ed hanno tutta la loro storia di politica estera prevalentemente di prevenzione, indebolimento e persino distruzione di governi legittimi e democratici all’estero.

Tutti questi problemi non sono cominciati con l’amministrazione Trump, sono una patologia strutturale del sistema statunitense. L’obiettivo politico per tutti i progressisti operanti nel mondo e negli Stati Uniti dovrebbe essere quello di cambiare il sistema oligarchico che governa la politica e la società statunitense e renderlo finalmente veramente democratico e finalmente fare partecipare alla gestione pubblica tutte le cittadine e cittadini.

4 Aprile 2025 0 Commenti
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Politica

GLI ITALIANI SONO CONTRO IL RIARMO E LA GUERRA

di Michele BLANCO 3 Aprile 2025
Scritto da Michele BLANCO

La maggioranza degli italiani è contro il riarmo e la guerra.

Malgrado la grande campagna di disinformazione di stampa e televisioni a favore delle inutili spese militari, almeno il 39% degli italiani, secondo un sondaggio dell’istituto Ipsos (riportato sul Corriere della Sera), sono contrari al piano di riarmo europeo. I favorevoli sono il 28%. Sul conflitto in Ucraina il 57% degli italiani si dichiara equidistante tra Russia e Ucraina, mentre i sostenitori di Kyev sono scesi dal 55% del marzo 2022 al 32% di questa ultima rilevazione.

Un altro sondaggio, questa volta di Euromedia (pubblicato da uno dei maggiori quotidiani pro-riarmo, La Stampa) rivela che il 49,9% degli italiani è contrario all’invio di armi all’Ucraina mentre il 54,6% è contrario all’aumento delle spese militari (favorevole secondo questo sondaggio il 33,5%).

Si conferma in buona sostanza la contrarietà della maggioranza della popolazione alle avventure militariste in cui i governanti europei e quelli italiani vorrebbero, a tutti i costi, trascinarci.

Questi sondaggi dimostrano chiaramente che la costruzione del consenso, tramite bombardamento mediatico e falsità evidenti, come quella che afferma che la Russia vuole invaderci, intorno al riarmo europeo e alla escalation bellicista dovrà ancora lavorare molto per convincere la gente che riarmarsi è inevitabile quando non lo è assolutamente, e che la guerra può diventare un male necessario, ma è chiaro a tutti che la guerra è assolutamente evitabile. Nessuno sano di mente vuole armamenti e guerre al posto di servizi sociali, sanitari e istruzione di qualità.

Alla maggioranza degli italiani non interessa che “L’Europa deve mostrarsi forte” le modalità indicate dal piano dell’euroburocrate e ultraliberista baronessa von der Leyen. Per fortuna il buonsenso popolare ha capito che tutto questo sta spingendo i popoli e i paesi europei su un pericolosissimo piano inclinato.

Malgrado i mezzi di comunicazione di massa tentano con tutta la forza possibile di occultare tutte le autorevoli opinioni di chi dice “No al riarmo europeo” e non un uomo né un euro per le guerre volute solo dai costruttori di armi, affaristi e faccendieri vari.

Senza nessuna pubblicità il 15 marzo scorso a Piazza Barberini ha cominciato a riempirsi fino a doversi trasformare in un corposo corteo. In qualche modo la piazza alternativa ha sentito sulle spalle la possibilità di dare voce a quello che i sondaggi rivelano essere il sentimento assolutamente prevalente nella nostra pur disinformata società.

Questo conferma che in alcune occasioni occorre avere il coraggio di “gettare il cuore oltre l’ostacolo”.

I sondaggi ci confermano indiscutibilmente che lo spazio politico e sociale per una vera opposizione al riarmo e alla guerra c’è ancora e potrebbe avere una forza dirompente. Ora è evidente che si tratta di sperimentare e capire come dargli rappresentanza, affinché diventi forte e ingombrante per un governo che rischia di trascinarci nella catastrofe bellicista e diventi un insormontabile ostacolo sulla strada anche di governi diversi dall’attuale ma che perseguono gli stessi scopi.

In questo momento di confusione politica e di pagliacci alla ribalta (penso ad esempio a qualche superraccomandato che vive nell’agio ai Parioli) sarebbe stato, persino per la Meloni, così semplice fare la statista: bastava dire di no alla baronessa von der Leyen di Bruxelles e ai costruttori di armi, perché non c’è alcuna minaccia russa. Ma dobbiamo fare in modo che si realizzi la condizione necessaria per far funzionare la democrazia che consiste nell’avere a disposizione mezzi di comunicazione indipendenti e veritieri, cosa che da noi non esiste, i mezzi di comunicazione di massa, televisivi e giornali sono in mano agli stessi che controllano e fanno profitti con l’industria bellica. Nella narrazione dei mezzi di disinformazione di massa, tutti di proprietà, o comunque controllati, dagli stessi azionisti delle fabbriche d’armi si vuole dare per scontata l’idea che siamo in pericolo perché l’Europa sta per essere invasa dalla Russia, ipotesi assolutamente priva di qualsiasi fondamento politico economico e, soprattutto dal punto di vista pratico-militare.

Purtroppo oggi l’Unione Europea si è fatta custode dell’ortodossia ideologica neoliberale e globalista. Inoltre l’UE è umiliata innanzitutto da se stessa, dai suoi tecnocrati antidemocratici e postdemocratici, dai propri madornali errori politici, dalla propria cecità, è preda della più grande isteria. In questo momento con realismo bisogna renderci conto che l’interesse europeo è per la difesa della democrazia non il riarmo contro la Russia, che bisogna cercare di mediare ed evitare invasioni, guerre e conflitti con un ritorno a una politica di cooperazione economica tra Est e Ovest, dove L’Europa abbia un ruolo centrale come ponte diplomatico tra le grandi potenze. Ora bisogna aiutare il popolo ucraino a non essere depredato da Trump, fare in modo che ci siano elezioni democratiche e con rappresentanti legittimi e si negozi una pace giusta. Poniamoci la domanda su quali sono le cause profonde che alimentano l’attuale declino delle società occidentali europee, in particolare, e della sempre meno partecipazione democratica dei cittadini. Credo che al primo punto ci sia lo scarso rispetto delle opinioni democratiche dei cittadini. Un esempio: ci basti pensare come la stragrande maggioranza dei cittadini italiani ed europei siano contrari alla guerra e all’aumento inaudito delle spese militari, preferendo in modo assoluto l’aumento delle spese in sanità, istruzione e sociali, mentre i governanti europei e italiani vogliono fare l’esatto contrario, tagliano le spese sociali e aumentano sconsideratamente le inutili spese militari. Allora come può una comunità che si autodefinisce democratica prosperare senza rispettare le opinioni della maggioranza dei suoi cittadini? Senza un orizzonte collettivo di pace, convivenza e benessere che dia significato e coerenza al vivere sociale?

Negli anni passati è stato importante il saggio e decennale sforzo europeo di coinvolgere Russia e Cina in una collaborazione strategica economica e politica, sostenuto con entusiasmo dalla leadership russa e cinese. Oggi questo processo di sviluppo è stato infranto dalla feroce opposizione degli Stati Uniti, preoccupati che ciò avrebbe potuto minare il dominio mondiale statunitense.

Tutto questo non ci viene assolutamente spiegato dalla stampa e dall’informazione in generale.

È arrivato il momento di rispolverare il motto del filosofo Kant: “Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza!” Sono felice di sapere che la maggioranza degli italiani usi la propria intelligenza e si dichiari contro la guerra e l’inutile riarmo.

3 Aprile 2025 0 Commenti
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Sociale

IL TEMPO DELLE SCELTE INCALZA: LE DIPENDENZE NELL’UNIVERSO GIOVANILE SI DIFFONDONO E FANNO DANNI ALLA SALUTE E ALLA SOCIETÀ MENTRE LE MAFIE SI ARRICCHISCONO

di Giuseppe LUMIA 1 Aprile 2025
Scritto da Giuseppe LUMIA

A Palermo, con l’autorevole realtà della Casa dei Giovani fondata dal coraggio e dall’abnegazione di padre Salvatore Lo Bue e oggi ben guidata da Biagio Sciortino, il Comune di Bagheria, l’Università Lumsa e la Rete nazionale delle Comunità di INTERCEAR, si è fatto il punto sulle dipendenze nell’universo giovanile di oggi. La scelta del luogo è stata particolarmente emblematica: la sala della Diocesi di Palermo, alla presenza del Vescovo don Corrado Lorefice, a conferma del rilancio di un impegno che chiama in causa tutte le donne e tutti gli uomini di buona volontà.

La mia esperienza nel dramma delle Tossicodipendenze dura da anni e anni, prima con l’impegno nel sociale e nella guida del Mo.V.I, poi in Parlamento dove, con la legge 45 del 1999, che porta il mio nome, si è realizzata un’avanzata e professionalizzante Rete di servizi a lungo invidiata sul piano internazionale.

Negli anni successivi ho dovuto combattere contro un ciclo regressivo che favoriva l’assuefazione alla pervasività delle mafie del narcotraffico e contro il procedere nella società e nella politica di vecchie e sterili divisioni sull’approccio da scegliere per le politiche di contrasto e cura delle tossicodipendenze.

Adesso, mentre procediamo con affanno e incomprensioni, le mafie stanno inondando di droghe il mondo intero., rovinando irrimediabilmente la salute di milioni di essere umani e entrando diffusamente nei consumi del vasto e difficile universo giovanile.

Al tempo stesso siamo di fronte ad una nuova e drammatica realtà delle Dipendenze, tanto che ne parliamo al plurale, cioè dipendenze da sostanze e da alcool e dipendenze comportamentali, che non sono meno dannose, come quelle da internet e da social e le varie forme di autolesionismo e di isolamento sociale.

La Rete dei Servizi, abbandonata a se stessa, si è man mano sfilacciata per mancanza di personale e di risorse finanziarie, fino a perdere le sue potenzialità e possibilità di prevenzione, cura e riabilitazione.

Cosa fare? Resilienza o Resa?

La risposta migliore è da ricercare in alcune scelte progettuali ed operative, cambiando passo culturale ed educativo per interagire al meglio con i giovani, investendo sul rilancio della Rete dei Servizi, organizzando una nuova fase delle lotte alle mafie su scala locale e globale, con l’aggressione ai loro patrimoni e con modalità di sviluppo alternativo dei Paesi attualmente produttori di sostanze e trasferendo le competenze sulle Dipendenze su base europea, perché le vie nazionali al contrasto e alle cure sono ormai sterili, hanno esaurito energia e possibilità di successo.

Dobbiamo poi smetterla di dividerci, soprattutto in politica, tra i sostenitori degli approcci più repressivi e quelli più permissivi. Alla prova dei fatti, sono falliti entrambi.

È tempo di ripensare e riprogettare interventi di alta integrazione nei percorsi terapeutici, nella prevenzione e nel reinserimento familiare, sociale e lavorativo. Solo con il pensare e fare integrato si possono ottenere risultati e affrontare questa immane sfida delle Dipendenze con responsabilità e capacità.

Infine, Palermo e alla Sicilia è richiesto di fare sul serio nel dare presto risorse adeguate e funzionalità operative alla Legge approvata nel Parlamento siciliano all’unanimità contro il crack, che sta devastando migliaia di giovani. Inoltre si devono investire risorse adeguate sulla Rete dei Servizi e sul rapporto con le Università per qualificare i nuovi operatori da destinare a questo difficile ma motivante impegno.

1 Aprile 2025 0 Commenti
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