Mi capita spesso di dialogare con Silvia. Silvia è una donna intelligente, piena di curiosità, non credente ma aperta alle domande più radicali che la vita ti pone e, recentemente, molto interessata a comprendere la dimensione religiosa sul pensare e dire Dio dentro i duri travagli del nostro tempo.
Cara Silvia, grazie di cuore per avermi stimolato a riflettere su San Francesco.
Come è risaputo, quest’anno ricorre l’ottavo centenario della morte, che ha suscitato una straordinaria attenzione alla sua vita.
Il “mito” di San Francesco ritorna con forza dirompente non solo all’interno della Chiesa, ma anche nell’opinione pubblica. Certo, un po’ viene risucchiato in quel tipico frullatore mediatico che svuota di contenuto proteico anche i cibi più salutari, al punto da far splendere San Francesco di una luce artefatta e psichedelica. Un po’ viene banalizzato in tutta una serie di luoghi comuni che lo rendono un santo “buono per tutte le stagioni”, mite e pacioso, ma per niente impegnativo.
Nello stesso tempo, abbiamo avuto una sana ripresa sia della sua storia sia dei suoi insegnamenti, così intensamente impregnati di motivazioni e stimoli da renderlo una limpida fonte di ispirazione per affrontare le sfide tremende del nostro tempo.
Sai, Silvia, San Francesco intanto si pensava come un “fratello minore”. Anche allora la logica di potenza militare ed economica forgiava le identità, orientava i linguaggi e i comportamenti e regolava la vita sociale, compresi i successi e i conflitti personali. Francesco conosceva nella vita quotidiana questo modo di pensare e agire in famiglia, nelle comunità, pure all’interno della Chiesa. Era un giovane scapestrato che viveva dei piaceri e della spietatezza delle relazioni di potenza dei “fratelli maggiori”. Ha conosciuto infatti la guerra partecipando al conflitto di Assisi contro Perugia, visse un periodo in carcere a seguito della sconfitta.
Dopo l’incontro con il lebbroso, “minore tra i minori” e dopo essersi posto di fronte alla Croce “minore” di San Damiano, scelse di rovesciare il proprio cuore e la propria mente e di farsi umile e pertanto “minore”, perché non voleva dominare e schiacciare dall’alto l’altro essere umano e neanche la natura. Capì che l’altro è un fratello e non un nemico da abbattere e lui si pose appunto come un “minore” che accoglie e condivide. Ogni persona in difficoltà, soprattutto se povera, deve trovare un “mantello con cui coprirsi”. Un rapporto che va oltre il narcisistico assistenzialismo caritatevole; oggi diremmo una dinamica circolare d’amore liberante: dall’io al noi, e viceversa.
Anche la natura, con secoli e secoli di anticipo, per Francesco è da considerare sorella, da rispettare, conoscere, ammirare e custodire. Quanto è attuale questo pensiero, fonte viva da cui bere per rigenerarsi!
Sai, Silvia, sin da giovane ho avuto la possibilità di intravedere segni e incrociare testimoni straordinari capaci di incarnare il messaggio di San Francesco nella propria vita e nella società.
Quando frequentavo il Liceo della mia cittadina, ero molto impegnato nell’animazione culturale e politica, con tutto il corredo del linguaggio e degli strumenti di allora: quasi ogni mattina il tazebao scritto con il pennarello rosso e blu, il volantinaggio dei manifestini stampati con il ciclostile, gli incontri tosti di formazione, le assemblee sempre molto agitate e, soprattutto, i momenti magici del cineforum. Il primo film che presentai, mentre ero preso da un coacervo di emozioni, nel grande cinema strapieno di studenti fu proprio “Fratello Sole, Sorella Luna” di Zeffirelli, con la famosa colonna sonora di Riz Ortolani e Donovan e i suggestivi brani cantati da Claudio Baglioni. Da allora mi capita spesso di canticchiare la celebre “Dolce sentire” e la “Canzone di San Damiano”.
Non posso dimenticare quello che, a mio avviso, è stato un altro santo di spirito francescano: Fratello Biagio Conte da Palermo. Cara Silvia, ti assicuro che il dialogo con lui era veramente disarmante. La sua innocenza spalancava le porte ad un’altra logica mentale e sociale. Il suo sorriso accompagnava sempre le imprese più impegnative e dure a sostegno dei più poveri e diseredati.
Di recente ho fatto un’esperienza altrettanto straordinaria. Ad Assisi, nella Basilica Superiore, l’associazione di promozione sociale “Artecheinclude” ha saputo raccontare in modo inedito la vita di San Francesco ai partecipanti di una Route di Volontariato dedicata all’insegnamento del fondatore del Volontariato moderno, Luciano Tavazza. Davanti ai meravigliosi affreschi di Giotto si è snodata una coinvolgente rappresentazione teatrale, con dialoghi divertenti tra i restauratori e giovani e adulti con diverse abilità.
Cara Silvia, ti segnalo inoltre una serie di iniziative di Alessandro Barbero sulle varie ricostruzioni della vita di Francesco. Lo storico piemontese è stato invitato ad Assisi proprio nella Basilica Superiore per spiegare i motivi per cui San Francesco poteva essere considerato “un Santo scomodo”. Barbero ha saputo cogliere le sfumature e i travagli delle scelte dirompenti di Francesco e i problemi che sorsero man mano nella descrizione della sua vita da parte della Chiesa ufficiale.
Certo, Silvia, Francesco non era un teologo di scuola né un dottore della Chiesa: privilegiava la concretezza del Vangelo rispetto alle argomentazioni astruse e incomprensibili. Amava la semplicità disarmante che però non scadeva nel semplicistico modello populista, ma era il suo modo sincero e spontaneo di amare realmente i fratelli e l’ambiente, come Cristo aveva insegnato con i tanti esempi di vita quotidiana raccontati nel Vangelo.
Nella Chiesa intesa soltanto come “societas perfecta”, cioè società perfetta, quando si fa gerarchica, pomposa, chiusa, integralista, la carica profetica e di liberazione del messaggio di Francesco viene svilita.
Nella Chiesa “Popolo di Dio in cammino”, Francesco segna un percorso che aiuta l’umanità a non smarrirsi, con il rischio dell’autoestinzione, e a vivere con Speranza la ricerca delle vie della Pace, della Giustizia e della Salvaguardia del Creato.
In effetti, San Francesco può aiutarci a coltivare quella che in psicologia viene chiamata “intelligenza emotiva”, che nello stile francescano possiamo rappresentare come la capacità di dialogare in modo empatico e di costruire insieme le comunità, senza steccati e pregiudizi.
Francesco stimola inoltre la Chiesa e la Società a rigenerare le relazioni per abbattere i muri eretti dalle scelte economiche e culturali che conducono alle ingiustizie e alle tante forme di disuguaglianza, per aprire nuovi spiragli di gioia autentica e di convivenza fraterna. La Fondazione “Relazionésimo” ci invita a procedere in tal senso, attraverso un cammino comune che coinvolge gli operatori economici dediti allo sviluppo sostenibile, il volontariato moderno attento a rimuovere le cause dell’emarginazione, l’arte e la scienza che continuano a ricercare la proporzione aurea in un nuovo umanesimo intergenerazionale e cosmico, e la dimensione della cura che interviene in modo olistico e integrato sui mali del corpo, della mente, dell’anima.
San Francesco è fonte di stimoli in ogni tempo, ancor di più oggi, ma se non ci facciamo “minori” un po’ tutti, anche questo ottocentesimo anniversario rimarrà un evento sicuramente bellissimo e ricco di iniziative, ma forse sterile dal punto di vista della conversione e del cambiamento. Se invece ci facciamo “minori”, la storia di Francesco diventa un condiviso processo di perenne trasformazione di noi stessi e della società verso cieli e terre nuove.
