Più volte è stata ribadita l’importanza del voto visto, non soltanto come un dovere ma, come un diritto. Come al solito, mi riferisco a quei soggetti che molto di rado vengono tenuti in considerazione e mai richiamati all’attenzione in periodo elettorale. Eppure sono cittadini, anche contribuenti, esattamente come tutti. In questo specifico caso il termine “diritto” calza a pennello. Il diritto di voto è regolato dall’art. 48 della Costituzione che stabilisce, secondo il principio del suffragio universale, che tutti i cittadini di maggiore età possono esprimere il proprio voto, libero e segreto, senza distinzioni di sesso, in condizioni di universalità e di uguaglianza. Personalmente, non ho mai notato che attraverso i mass media venga fatto cenno alle modalità di voto delle persone in condizioni di disabilità. Generalmente il voto deve essere espresso direttamente dal cittadino e non può essere delegato. Tuttavia, vi sono categorie di elettori che in cabina hanno bisogno dell’aiuto di una persona di fiducia poiché impossibilitati a votare in autonomia. Tali soggetti vengono definiti “elettori fisicamente impediti”. A questa categoria appartengono i ciechi, gli amputati delle mani, gli affetti da paralisi e tutti coloro che hanno impedimenti gravi. Ci sono voluti davvero molti anni prima che ci fosse una vera e propria regolamentazione del voto assistito. Dal 5 Febbraio 2003, grazie alla Legge n.17, un elettore appartenente alla stessa famiglia del soggetto in difficoltà oppure un altro di sua fiducia può entrare in cabina con lui, purché iscritto nelle liste elettorali di un qualsiasi Comune Italiano. L’impedimento deve essere dimostrato presentando una documentazione sanitaria rilasciata gratuitamente da una struttura pubblica che certifichi l’impossibilità a votare in autonomia. Al fine di non dover ripetere la procedura ad ogni consultazione elettorale, si può richiedere (dopo aver presentato la suddetta documentazione medica) preventivamente al proprio Ufficio Elettorale che venga apposta direttamente sulla scheda elettorale la sigla AVD (Diritto Voto Assistito) che rappresenta una annotazione permanente. In questo modo, al seggio elettorale non occorre portare alcuna documentazione sanitaria ed il presidente di seggio deve solamente controllare che l’accompagnatore sia ben conosciuto e scelto dal disabile e che sia iscritto nelle liste elettorali di un qualsiasi Comune Italiano. Per gli elettori con handicap solo mentali (compresa la Sindrome di Down) non è previsto l’accompagnatore in cabina , nemmeno se fosse un familiare. Gli elettori con handicap motori, qualora il seggio non fosse loro accessibile, possono richiedere di votare in un altro seggio dello stesso Comune che non abbia barriere architettoniche e che venga allestita una cabina accessibile. Il Comune, inoltre, deve garantire che tutti siano in condizioni di raggiungere in proprio seggio elettorale. Desidero ancora porre l’attenzione su questi soggetti affinché non vengano in alcun modo esclusi dalla res pubblica e dalla cittadinanza attiva. Faccio appello anche alle famiglie che hanno in casa queste persone oggetto, alle volte, di poca attenzione semplicemente perché bisognose di un piccolo aiuto non essendo del tutto autonome.
Sociale
SENTENZA DELLA CORTE SUPREMA BRITANNICA: “LA DEFINIZIONE LEGALE DI DONNA È RIFERITA AL SESSO BIOLOGICO”
Con una recente sentenza emessa all’unanimità da cinque giudici, il più alto Tribunale del Regno Unito ha stabilito che può definirsi donna solo chi lo è biologicamente, cioè dalla nascita, mettendo un punto, non tanto fermo, a un’annosa vicenda.
Nel 2018, il Governo scozzese, interpretando la Equality Act, legge del 2010 sulle pari opportunità e contro ogni tipo di discriminazione, aveva stabilito che nei consigli di amministrazione degli enti pubblici doveva esserci una rappresentanza femminile pari al 50%, includendo nella percentuale anche le donne trans in possesso del GRC, il certificato diriconoscimento di genere, scatenando la reazione del collettivo femminista “gender critical” For Women Scotland, che si era opposto a tale decisione con un ricorso, ottenendo con questa sentenza, dopo vari gradi di giudizio, che le persone transgender vengano escluse da tutti quei contesti riservati alle donne, quali bagni pubblici, spogliatoi, reparti ospedalieri, gare sportive, carcere femminile, ecc. Dunque, la Corte Suprema Britannica ha chiarito che il Parlamento di Edimburgo aveva male interpretato la legge del 2010, in cui i termini “sesso” e “donna” si riferiscono a una donna biologica e al sesso biologico, senza poter ricomprendere altro genere.
Nonostante le rassicurazioni di lord Patrick Hodge, vicepresidente della Corte, che ha garantito la tutela delle donne trans da ogni discriminazione, la decisione rappresenta un freno all’ideologia gender, un passo indietro per quei diritti conquistati a fatica in un percorso sempre a ostacoli.
Al di là dell’esultanza delle femministe, che hanno visto accogliere la propria istanza, e del rammarico degli attivisti per i diritti Lgbt, vanno fatte alcune considerazioni.
Intanto, bisogna sottolineare una contraddizione. Poniamo il caso contrario, quello di una donna che ha completato la transizione diventando uomo: come dovrà orientarsi, nei vari contesti, visto che secondo la recente sentenza conta il sesso biologico e non l’identità acquisita?
Il dibattito è ancora aperto, ma in generale bisogna riconoscere che, nella lotta per i diritti, le persone transgender sono sempre sotto i riflettori, più di altre, dovendo combattere doppiamente contro violenze psicologiche, verbali e fisiche inaudite, discriminazioni in ogni ambito, persino per l’accesso alle cure mediche. Un giudizio continuo che ne mortifica corpo e anima, che le annienta come esseri umani, in base a una dietrologia che le vede come nemiche della tradizione, quella falsa e ipocrita che purtroppo resiste anche al progresso, e che considera i corpi dal punto di vista biologico come automi senza impulsi, senza anima, senza la possibilità di mutare. Come può un tribunale stabilire “chi è” e “cosa prova” un essere umano? E come può entrare nella sua sfera più intima, decidendo cosa può e non può fare, chi deve amare, come deve comportarsi, dove deve collocarsi?
È assurdo che si decida tutto questo in un’aula di Giustizia. È assurdo che chi dovrebbe garantire i diritti, li sgretoli, li annienti. Non si tratta della sconfitta di una parte di società e della vittoria dei conservatori della tradizione che vedono nemici e pericoli in qualunque persona fuori dagli schemi (quelli loro!), ma siamo di fronte a una disfatta generale dei valori umani, del principio di uguaglianza, di solidarietà, a favore della ghettizzazione e dell’isolamento.
Si tratta di una strada pericolosa che produrrà solo altre “periferie” umane e sociali, dove verranno relegate tutte le persone che sono semplicemente se stesse. E riguarda tutti, non solo le persone transgender.
I papi che hanno pagato il prezzo per una Chiesa povera. Breve autopsia del potere
Papa Francesco è morto. E con lui, forse, si chiude una stagione di coraggio e di rivoluzione silenziosa dentro i palazzi del potere vaticano. Il suo resterà nella memoria come un pontificato che ha avuto l’audacia di mettere in discussione le fondamenta di un sistema secolare, consolidato nei privilegi, nell’opacità e nell’autoconservazione.
Ha cercato una Chiesa più povera, più autentica, spogliata di orpelli e mondanità.
Papa Bergoglio ha denunciato con forza la corruzione del clero, ha fatto processare cardinali, ha preteso trasparenza dove da secoli regnavano silenzio e fumo. Ma la reazione del potere non si è fatta attendere: all’interno della Curia si è presto formata una cordata, un’opposizione organizzata, fatta di boicottaggi, fughe di documenti, veleni. In quel sistema, lui era il corpo estraneo.
La storia della Chiesa è segnata da vari tentativi di riforma della Curia romana, spesso ostacolati proprio da resistenze interne. Nell’epoca moderna, il primo forte scossone fu dato da Giovanni Paolo I, Albino Luciani, eletto il 26 agosto 1978. Il suo pontificato fu brevissimo, poco più di quattro settimane, giusto il tempo per annunciare le sue intenzioni: toccare il cuore del potere, lo IOR, la banca vaticana, da anni al centro di scandali e legami oscuri.
Come prima cosa volle rimuovere monsignor Paul Marcinkus, allora presidente dello IOR, legato a Michele Sindona, mafioso e piduista, e a Roberto Calvi trovato impiccato a Londra nel 1982 senza colpevoli. All’epoca lo IOR era il principale azionista del Banco Ambrosiano e vennero fatte operazioni bancarie ritenute spregiudicate. “Un vescovo non può dirigere una banca”, diceva Luciani. Il vescovo Camisasca, suo biografo, dichiarò: “Voleva cambiare davvero. E sapeva chi doveva togliere di mezzo”. Non ne ebbe il tempo. Papa Luciani morì 33 giorni dopo, il 28 settembre. Morto ufficialmente per infarto, ma non c’è stata alcuna autopsia. E quella morte resta un buco nero nella storia della Chiesa.
Dopo Giovanni Paolo II, che non affrontò mai fino in fondo la questione IOR, toccò a Benedetto XVI provarci. Uomo colto, raffinato, ma isolato. Nel 2010 istituì l’Autorità di Informazione Finanziaria e cercò di riformare la struttura. Ma nel 2012, dopo l’allontanamento del presidente dello IOR Ettore Gotti Tedeschi, l’economista laico messo a controllare la finanza vaticana, Ratzinger capì subito che neppure un papa ha il controllo della macchina. Le condizioni in cui si trovava furono chiare quando dichiarò senza mezzi termini “Il demonio è dentro queste mura”. E il 28 febbraio 2013, all’improvviso rassegnò le dimissioni pubblicamente. Apparentemente fu una resa; in realtà fu il passaggio del testimone. Papa Ratzinger aveva un chiaro piano in mente e l’uomo chiave del suo piano era il pauperista gesuita Jorge Mario Bergoglio.
Con Papa Francesco la lotta si trasformò in guerra aperta. Nel dicembre 2014, durante gli auguri natalizi alla Curia, elencò le sue “15 malattie”: la Curia è affetta da “carrierismo, schizofrenia, vanagloria”. Vescovi e cardinali li ha definiti come “accumulatori di beni con un vuoto d’animo”. Un discorso spietato, chiuso con un caloroso consiglio: “Fatevi Curare!”. E poi ancora, in una uscita pubblica, riferendosi a scandali vaticani esclama “io mi vergogno!”. Insomma, la curia non godeva della sua stima.
Poi mise mano allo IOR. Ne epurò i vertici, lo fece uscire dalla black list dei paradisi fiscali, tolse l’immunità ai cardinali. Angelo Becciu, ex sostituto della Segreteria di Stato, fu processato e condannato nel 2023 per peculato e abuso d’ufficio. Non tutto, però, funzionò. Le resistenze interne non si placarono mai. La Commissione COSEA dopo poco affondò tra scandali e fughe di notizie (Vatileaks 2).
E ora? Il prossimo Papa avrà il coraggio di continuare questa battaglia? O torneremo a una Chiesa sontuosa e potente; anzi a dirla con le parole del papa “malata”?. Una cosa è certa, “Morto un Papa, se ne fa un altro”, una formula cinica che, in fondo, significa solo una cosa: il potere non conosce lutto, tira dritto senza pause. Un ultimo dettaglio, Papa Francesco, per sua volontà, ha chiesto di essere sepolto fuori dal Vaticano e che il suo funerale non fosse pagato dalla Santa Sede, ma da un benefattore. Anche nell’ultimo gesto ha rifiutato i privilegi, restando lontano da quel palazzo che ha provato, forse invano, a bonificare.
Non sono a favore della liberalizzazione delle droghe, ma sono fermamente contrario a tutti i proibizionismi, che ottengono come risultato soltanto quello di arricchire la criminalità organizzata. Precisiamo immediatamente, per chi ci ascolta e chi ci leggerà, cosa significhi il termine “legalizzazione”. Vuol dire regolamentazione, controllo e vigilanza. Premesso questo, con il passare degli anni, ho ragionato, senza pregiudizi di sorta, su riforme volte a rendere legale, sotto il controllo diretto dello Stato, la vendita e la coltivazione delle sostanze stupefacenti privando della gestione assoluta del mercato le mafie. La mia teoria si regge su una “libertà condizionata” nella produzione, nella vendita e nel consumo delle sostanze stupefacenti escludendo, ovviamente, la nascita di un libero mercato. Impostando il ragionamento su tale direttrice, consentire la produzione, il commercio e il consumo, nel pieno rispetto della legge, produrrebbe alcuni benefici incontestabili. Credo che qualunque sia l’opinione sulla legalizzazione delle droghe, il tema debba essere discusso senza tabù insormontabili. Molti Stati (per tutti il Portogallo) stanno rivedendo le loro politiche sulle droghe, approvando riforme che possono far discutere ma che, di fatto, funzionano (legalizzazione della cannabis, accolta da un numero sempre maggiore di Paesi). Una soluzione per rimediare ai tantissimi danni causati dalle droghe può essere quella di legalizzarle tutte. So che in tanti sobbalzeranno dalla sedia e diranno il professor Musacchio è impazzito. Proverò invece a dimostrare che tale tesi non solo possa essere sostenuta, ma porterò a supporto della stessa argomenti oggettivamente non contestabili. Il primo in assoluto è la riforma attuata in Portogallo. Sono state depenalizzate tutte le droghe. Grazie ai soldi risparmiati dal mantenimento del proibizionismo più radicale, il governo portoghese ha investito su educazione, riabilitazione e reinserimento dei tossicodipendenti. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Sono crollati il consumo di droga, i decessi per tossicodipendenza, la criminalità e tutto quello che era connesso a questa piaga sociale. Un ulteriore aspetto positivo da considerare sarebbe il conseguente crollo del mercato nero delle droghe e degli utili da parte delle mafie. Non potrebbero più arricchirsi poiché verrebbe meno la loro maggiore entrata economica. Se le droghe potessero essere facilmente e legalmente acquistate in farmacia, chi si rivolgerebbe ancora ai criminali? Finché ci sarà una sostanza stupefacente venduta illegalmente esisterà sempre qualcuno disposto a lucrare grazie a questo business. Se fossero legalizzate le droghe invece il mercato nero scemerebbe. Questo nuovo approccio verso le droghe può essere visto, in parte, anche negli Stati Uniti. Per quanto siano ancora pochi gli Stati ad aver legalizzato l’uso della cannabis e della marijuana, i cartelli messicani (principale fonte d’approvvigionamento) hanno subito un durissimo colpo di natura economica (Fonte: DEA). Non è da sottovalutare neanche il fatto che le “droghe di Stato” diventerebbero molto più sicure. Se venissero regolamentate, i produttori sarebbero costretti a rispettare specifici e rigorosi standard di purezza, garantendo a tutti i consumatori un prodotto di qualità. Le sostanze stupefacenti di oggi sono tagliate quasi sempre con sostanze tossiche, veleno per topi, polvere di mattoni, gesso e altri tipi di additivi. La tossicodipendenza, inoltre, è più legata alla situazione in cui vive una persona che agli effetti della droga stessa. Le nostre forze dell’ordine, attualmente, dedicano gran parte del loro tempo ad arrestare tossicodipendenti e piccoli spacciatori. Se le droghe fossero legali, questo aspetto non sarebbe più un problema. Il sistema giudiziario e quello penitenziario diventerebbero molto più efficienti. Un’altra conseguenza del proibizionismo è l’elevato numero di detenzioni (sovraffollamento carcerario) di consumatori di droghe, il che provoca inevitabilmente il collasso dell’intero sistema penale. Con la legalizzazione gran parte di queste aberrazioni scomparirebbe. Non facciamo come lo struzzo che mette la testa sottoterra per non vedere ciò che gli accade intorno. Molte droghe sono già utilizzate in modo responsabile da tutti i ceti sociali (e ci stiamo riferendo sia alle droghe legali che illegali). Molte persone fanno uso di sostanze come la cocaina, in modo responsabile, senza che ciò influisca negativamente sui loro normali ritmi di vita. Allora perché considerarle illegali, mentre sostanze come l’alcool e le sigarette sono vendute legalmente in tutto il mondo? Lo Stato è ipocrita quando continua ad essere proibizionista sulle droghe e lascia completamente libera la vendita di tabacco (che provoca oltre 40mila morti all’anno) e di alcol, che ne causa ancora molte altre. Messico, Colombia, Perù, Afganistan con simili riforme smetterebbero di essere narco-Stati. I grandi cartelli della droga non avrebbero più gli attuali profitti incommensurabili. Migliaia di vite verrebbero salvate poiché il proibizionismo sta costando più vite di quelle che riesce a salvare. Credo che un mercato legale della droga potrebbe persino educare, garantendo al consumatore la purezza del prodotto acquistato, oltre a prevenire e a ridurre le morti per overdose e le tossicodipendenze. Legalizzare questo mercato potrebbe fermare la violenza tra le bande criminali, colpire duramente i profitti dei cartelli e delle squadre armate, ridurre gli omicidi e la corruzione di tutte le persone coinvolte. A mio parere questi dati rappresentano una ragione sufficiente per riflettere e procedere verso la legalizzazione delle droghe. La cosa più importante in assoluto credo sia quella di salvare il maggior numero di vite possibili. Siamo consapevoli, ovviamente, di quanto possa essere complicato legalizzare tutte le droghe o di quanti problemi possa generare. Sappiamo che, se mai dovesse succedere, non sarà un processo immediato. Crediamo però che si possa e si debba aprire perlomeno una discussione scevra da pregiudizi su questo argomento.
IL TEMPO DELLE SCELTE INCALZA: LE DIPENDENZE NELL’UNIVERSO GIOVANILE SI DIFFONDONO E FANNO DANNI ALLA SALUTE E ALLA SOCIETÀ MENTRE LE MAFIE SI ARRICCHISCONO
A Palermo, con l’autorevole realtà della Casa dei Giovani fondata dal coraggio e dall’abnegazione di padre Salvatore Lo Bue e oggi ben guidata da Biagio Sciortino, il Comune di Bagheria, l’Università Lumsa e la Rete nazionale delle Comunità di INTERCEAR, si è fatto il punto sulle dipendenze nell’universo giovanile di oggi. La scelta del luogo è stata particolarmente emblematica: la sala della Diocesi di Palermo, alla presenza del Vescovo don Corrado Lorefice, a conferma del rilancio di un impegno che chiama in causa tutte le donne e tutti gli uomini di buona volontà.
La mia esperienza nel dramma delle Tossicodipendenze dura da anni e anni, prima con l’impegno nel sociale e nella guida del Mo.V.I, poi in Parlamento dove, con la legge 45 del 1999, che porta il mio nome, si è realizzata un’avanzata e professionalizzante Rete di servizi a lungo invidiata sul piano internazionale.
Negli anni successivi ho dovuto combattere contro un ciclo regressivo che favoriva l’assuefazione alla pervasività delle mafie del narcotraffico e contro il procedere nella società e nella politica di vecchie e sterili divisioni sull’approccio da scegliere per le politiche di contrasto e cura delle tossicodipendenze.
Adesso, mentre procediamo con affanno e incomprensioni, le mafie stanno inondando di droghe il mondo intero., rovinando irrimediabilmente la salute di milioni di essere umani e entrando diffusamente nei consumi del vasto e difficile universo giovanile.
Al tempo stesso siamo di fronte ad una nuova e drammatica realtà delle Dipendenze, tanto che ne parliamo al plurale, cioè dipendenze da sostanze e da alcool e dipendenze comportamentali, che non sono meno dannose, come quelle da internet e da social e le varie forme di autolesionismo e di isolamento sociale.
La Rete dei Servizi, abbandonata a se stessa, si è man mano sfilacciata per mancanza di personale e di risorse finanziarie, fino a perdere le sue potenzialità e possibilità di prevenzione, cura e riabilitazione.
Cosa fare? Resilienza o Resa?
La risposta migliore è da ricercare in alcune scelte progettuali ed operative, cambiando passo culturale ed educativo per interagire al meglio con i giovani, investendo sul rilancio della Rete dei Servizi, organizzando una nuova fase delle lotte alle mafie su scala locale e globale, con l’aggressione ai loro patrimoni e con modalità di sviluppo alternativo dei Paesi attualmente produttori di sostanze e trasferendo le competenze sulle Dipendenze su base europea, perché le vie nazionali al contrasto e alle cure sono ormai sterili, hanno esaurito energia e possibilità di successo.
Dobbiamo poi smetterla di dividerci, soprattutto in politica, tra i sostenitori degli approcci più repressivi e quelli più permissivi. Alla prova dei fatti, sono falliti entrambi.
È tempo di ripensare e riprogettare interventi di alta integrazione nei percorsi terapeutici, nella prevenzione e nel reinserimento familiare, sociale e lavorativo. Solo con il pensare e fare integrato si possono ottenere risultati e affrontare questa immane sfida delle Dipendenze con responsabilità e capacità.
Infine, Palermo e alla Sicilia è richiesto di fare sul serio nel dare presto risorse adeguate e funzionalità operative alla Legge approvata nel Parlamento siciliano all’unanimità contro il crack, che sta devastando migliaia di giovani. Inoltre si devono investire risorse adeguate sulla Rete dei Servizi e sul rapporto con le Università per qualificare i nuovi operatori da destinare a questo difficile ma motivante impegno.
ILGA-Europe, organizzazione indipendente che lotta per l’uguaglianza e il rispetto dei diritti delle persone LGBTQIA +, ogni anno produce un report che valuta il rispetto di tali diritti attraverso il monitoraggio di leggi e politiche di 49 Paesi dell’Unione Europea, tra cui l’Italia, stilando una classifica su una scala che va, in percentuale, da un minimo di 0 a un massimo di 100, basandosi su 75 criteri divisi in 7 categorie precise, considerando uguaglianza/discriminazione, reati dettati dall’odio, comprese le offese verbali, famiglia, riconoscimento legale del genere, integrità corporea intersessuale, spazio nella società civile e asilo.
Annualmente, quindi, la classifica mappa l’evoluzione dei Paesi europei in materia di tutela dei diritti LGBTQIA +, con una fotografia reale dei vari progressi e regressi.
Nell’ultimo report, quello del 2024, l’Italia è al 36° posto, perdendo due posizioni. In controtendenza rispetto ad altri Paesi, tra cui Grecia e Germania, per esempio, che hanno lavorato per combattere odio e discriminazioni, o hanno agito su diritti specifici quali l’identità di genere, scalando la classifica.
Ma c’era da aspettarselo. In Italia l’involuzione è direttamente proporzionale alle politiche del Governo, sempre più orientate ad arginare tutti quei diritti che non rientrano nella “tradizione”, a partire dalla composizione della famiglia, che non ammette le coppie omogenitoriali; idea culminata nel dichiarare la GPA (Gestazione per altri, e non “utero in affitto”!) reato universale, quindi perseguibile anche se praticata all’estero. Un chiaro attacco alle coppie omosessuali, con una dietrologia ipocrita che pretende di intromettersi nella sfera più intima delle persone, arrivando a giudicarle, a priori, inadeguate, basandosi sul mito della famiglia tradizionale, come se questa fosse il modello perfetto e incorruttibile, l’unico valido per garantire il benessere dei figli.
Ma è veramente così?
Un mito che però cozza con le varie posizioni anti abortiste. Riflettiamo: secondo il Governo, i bambini non possono crescere con due padri o due madri, ma troverebbero serenità anche con la sola madre. Come se la serenità fosse un fatto di genere e non di amore. Che poi, con tutti i tagli che il Governo ha fatto, per gli asili nido per esempio, non agevolando in nessun modo le donne lavoratrici, appare veramente difficile per una madre crescere un figlio da sola.
L’Italia non è, attualmente, un Paese a favore dei diritti civili ed è urgente un’inversione di tendenza, perché il clima omofobo, che sfocia con atti che vanno dalla violenza verbale a quella fisica, è dilagante. C’è bisogno di politiche volte a un cambio culturale, intervenendo in tutte le aree, per favorire una corretta informazione, sensibilizzazione e educazione verso gli orientamenti sessuali, affettivi, l’identità di genere, a partire dalla famiglia, passando per la scuola e arrivando agli ambienti di lavoro, con progetti dedicati che siano in grado di creare inclusione, ambienti in cui le diversità si annullino a favore di un’uguaglianza piena dei diritti. L’intolleranza, visto che le aggressioni omofobe e transfobiche sono la “normalità”, deve essere combattuta con ogni mezzo e in ogni sfera sociale, in cui ognuno deve essere veramente libero di esprimere se stesso.
Del resto, se dal nazionale passiamo al locale, qualche giorno fa Elly Schlein, in visita in Molise per parlare del Terzo settore, è stata vittima di attacchi social indecenti, che ancora una volta testimoniano il clima di odio che in tutto il Paese, e in Europa, ha preso il sopravvento. Odio che non è un fatto personale di chi lo riceve, ma riguarda l’intera società che è lo specchio di quanto accade.
DDL SICUREZZA: UN PASSO VERSO L’AUTORITARISMO E LA SOPPRESSIONE DEL DIRITTO DI DISSENTIRE
In un contesto in cui il governo sta progressivamente intensificando la repressione e il controllo sociale, il DDL Sicurezza n. 1660 solleva gravi preoccupazioni, non solo per la sua compatibilità con i diritti civili, ma anche per il rischio di trasformare la nostra società in un luogo di sorveglianza e paura, piuttosto che di libertà e pluralismo. Presentato a gennaio e approvato lo scorso settembre alla Camera, ora in discussione al Senato, questo disegno di legge si inserisce in perfetta continuità con il decreto “anti-rave”, dove, più che garantire la sicurezza, si tenta di alimentare la paura e il sospetto.
Le misure contenute nel DDL sollevano interrogativi cruciali riguardo alla loro compatibilità con i principi costituzionali, in particolare con il diritto di dissentire e con la tutela dei diritti civili. Tra le novità più problematiche, si prevede l’eliminazione dell’obbligatorietà del rinvio della pena per le donne incinte, il divieto di vendita della cannabis light, l’aumento delle pene per chi minaccia o usa violenza contro i pubblici ufficiali, e l’inasprimento delle sanzioni per multe e sospensioni della patente. L’obiettivo sembra essere quello di rendere più severe le punizioni per alcuni crimini e garantire una maggiore protezione ai pubblici ufficiali.
Il dibattito sul DDL Sicurezza ha sollevato anche gravi preoccupazioni sull’autonomia delle istituzioni accademiche. L’articolo 31 del DDL prevede infatti che università ed enti di ricerca siano obbligati a collaborare con i servizi segreti, sollevando inquietanti dubbi in merito alla libertà di ricerca. Secondo l’Associazione Italiana per la Scienza Aperta (AISA), questa previsione esporrebbe studenti, ricercatori e accademici a controlli e sorveglianze, trasformando le università da luoghi di libertà intellettuale in spazi di monitoraggio.
L’aspetto più preoccupante è rappresentato dalla norma definita “anti-Gandhi”, che punisce chiunque pratichi forme di resistenza passiva con pene fino a 20 anni. Questa misura rischia di creare un pericoloso precedente, penalizzando qualsiasi forma di disobbedienza civile, a prescindere dal contesto. La sua applicazione potrebbe inficiare il diritto di manifestare dissenso, un diritto fondamentale in una società democratica.
Le preoccupazioni sollevate da numerose organizzazioni, giuristi e istituzioni, come Antigone, Forum Droghe e Rete Lenford, sono pienamente giustificate. L’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) ha infatti dichiarato che “molte delle disposizioni del disegno di legge potrebbero minare i principi fondamentali del diritto penale e dello stato di diritto, ostacolando l’esercizio dei diritti umani e delle libertà fondamentali”.
In un’ottica democratica, se la legge non riconosce il dissenso come un valore fondamentale per il progresso sociale, ma lo considera una minaccia da combattere, rischiamo di trovarci intrappolati in un sistema dove la partecipazione civica e la critica sociale sono bandite e la libertà di pensiero e di espressione perde di significato. La società potrebbe trasformarsi in un luogo di controllo, piuttosto che di partecipazione. In questo scenario di deriva autoritaria, dobbiamo chiederci con coraggio e consapevolezza: fino a che punto siamo disposti a sacrificare la nostra libertà per una sicurezza che, in realtà, potrebbe minacciare la nostra stessa identità di cittadini liberi? La risposta a questa domanda determinerà il futuro del nostro paese. Una riflessione profonda non è più rinviabile, perché la posta in gioco è altissima: noi, la democrazia.
Ormai l’utilizzo di Internet come ricerca e fonte di informazioni è di larghissimo uso anzi, per molti, risulta essere l’unica. Essa è di veloce più immediata e “certa” rispetto ad altro materiale cartaceo. Addirittura spesso non si digita nemmeno più sulle tastiere ma si formulano le domande ad assistente che si tende, secondo me, ad umanizzare considerandolo come un amico pronto a correre in aiuto. Non si considera,invece, il triste fatto che non si ha più una vita privata poiché, dopo aver consentito che il microfono venga tenuto acceso, si viene costantemente ascoltati. Un Ingegnere, tempo fa, mi spiegava che la tecnologia del vocale è stata messa a punto imitando le strategie della vita quotidiana dei non vedenti. In effetti, i non vedenti adoperano molto l’ascolto che, tuttavia, alle volte non è di aiuto perché si dimostra faticoso, labile ed immateriale. Ai non vedenti perciò, viene spiegato che la conoscenza e l’utilizzo della scrittura Braille non ha eguali e non deve essere abbandonata per far posto alla tecnologia. Così facendo, infatti, si tornerebbe all’epoca in cui non era stata ancora raggiunta l’autonomia di scrittura e lettura. In altre parole, senza il Braille, i ciechi tornerebbero ad affogare nell’ignoranza e nella inettitudine dovendo ricorrere all’aiuto di un vedente. In base alla mia esperienza, questo discorso funziona perché punge nella dignità e nell’orgoglio. Non so se mai un vedente si sia posto il problema di cosa sarebbe la sua vita senza la scrittura e la lettura. Tutto risulta normale quando l’assistente vocale si usa per necessità ma quando ci si abitua allo smartphon fin dai primi anni di vita la situazione cambia e diventa seria. Piccini e grandi si convincono che dentro quell’aggeggio ci sia il sapere, l’amicizia, l’amore e si isolano, perdendosi in mondo virtuale basato sulla velocità delle azioni e delle immagini. La cultura, i sentimenti, la famiglia scorrono velocissimi come le immagini del telefono. Di conseguenza, ci si ritrova omologati in un egoismo pazzesco. In questo clima si collocano gli Influencer, ossia quei soggetti che riescono a captare l’attenzione di moltissime persone e che hanno il potere di influenzarle nella scelta degli acquisti in vari settori. Non solo, ma questi soggetti guidano i loro follower verso un preciso modo di pensare, di comportamento e di azione. Lo scopo degli Influencer è quello di convincere i propri follower che il prodotto che descrivono sia utile ed inimitabile, portando i follower stessi a interagire tra loro e a pubblicizzare lo stesso prodotto attraverso il passaparola. La differenza tra l’Influencer ed il follower è che il primo guadagna cifre da capogiro mentre il secondo viene solamente strumentalizzato e spinto all’acquisto. In base al numero di follower raggiunto e, dunque, alla “reputazione” costruita, gli Influncer si posizionano in quattro categorie . Sono davvero dei Fenomeni. A ciascuno la scelta se siano positivi o negativi.
“Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un Salvatore, che è Cristo Signore” (Lc, 2,10-11). L’angelo annuncia ai pastori la nascita di Cristo, si rivolge agli ultimi nella certezza che essi, con umiltà di cuore, comprendano il messaggio divino. Anche per i non credenti resta il fatto che Gesù è nella storia dell’umanità e, se la sua vita e la sua parola fossero frutto di un romanziere, allora potremmo dire che questo è stato senza dubbio il più
Nella società contemporanea è scomparsa la razionalità e l’opinione pubblica che, nelle stesse democrazie liberali, è diventata manipolabile e servile.
Nel mondo contemporaneo si avverte, sempre più, un disperato bisogno di una difesa delle società aperte e delle democrazie liberali e del rispetto di chi segue le regole della convivenza civile. Tutto questo perché l’auspicata crescita della
