C’è una domanda alla quale, più passa il tempo, meno riesco a sfuggire e diventa sempre più urgente e più impossibile da rimandare. E la risposta che dobbiamo darci, però, deve essere chiara e coraggiosa.
Che cosa significa oggi essere di sinistra? Non cosa significhi dichiararsi di sinistra. Essere!
Dichiararsi è facile. Basta una tessera, uno slogan, un congresso con gli applausi al momento giusto. Io mi chiedo cosa significhi esserlo davvero, con coerenza, quando si esce e si va a sbattere contro la vita vera delle persone, quella vita che non ha più tempo di aspettare.
Cosa si risponde?
Perché io quella sinistra che mi ha fatto innamorare della politica, quella che mi teneva sveglio a sognare e a credere che si potesse cambiare qualcosa, la vedo sempre meno. E ogni volta che non la vedo, sento un pezzo di me andarsene con lei.
Per me la sinistra, prima ancora che un partito, è una bussola morale. Nella mia testa è il coraggio di disturbare il potere, non la vocazione a sedersi comodamente accanto ad esso per amministrarlo. La sinistra deve essere la voce di chi una voce non l’ha mai avuta, di chi viene zittito, ignorato, calpestato.
Oggi, troppo spesso, vedo invece una sinistra che arranca dietro l’agenda degli altri, che impara a memoria il linguaggio dell’avversario, che ne assorbe i temi, i tempi, perfino i toni. E questa è la sconfitta più grande che potremmo infliggerci da soli.
La vera urgenza non è quella di costruire un’alternativa alla destra. Quella è l’ambizione più piccola che si possa avere. Io sogno un’alternativa a questa sinistra: una sinistra sempre più timida, sempre più prudente, sempre più ossessionata dall’idea di apparire rassicurante piuttosto che dal dovere di essere giusta.
Perché la storia della sinistra non è mai stata la storia della moderazione compiacente. È la storia del conflitto, nel senso di parteggiare e non essere indifferenti. Significa avere il coraggio di dire, senza tremare, che non è normale che una piccolissima parte del Paese accumuli ricchezze immense mentre milioni di persone affogano nella precarietà. Significa pronunciare ad alta voce, senza vergogna, la parola “redistribuzione”. Significa difendere con i denti la sanità pubblica, la scuola pubblica, il diritto alla casa, il lavoro dignitoso e i diritti civili.
Se la sinistra smette di fare questo, smette definitivamente di essere sinistra. Diventa un guscio vuoto. E poi ci stupiamo se l’astensionismo continua a crescere?
Le persone hanno smesso di votare non perché non esistono più i loro bisogni, ma perché non riescono più a distinguere una forza politica dall’altra. E quando tutti parlano allo stesso modo, finiscono inevitabilmente per vincere quelli che urlano più forte, quelli più spietati, quelli che la sparano più grossa.
La sinistra deve tornare ad avere qualcosa di vero, di riconoscibile, di scomodo da dire. Deve ritrovare il coraggio di farlo.
L’unico luogo nell’attuale politica in cui sento risuonare certi valori è Sinistra Italiana. Ed è per questo che ho scelto di esserci, perché credo che oggi sia uno dei pochi spazi in cui questa idea di sinistra possa ancora essere difesa, coltivata e rimessa in cammino.
Ma se continuerà ad avere paura della sua identità, non sarà la destra a sconfiggerla: si spegnerà da sola, in silenzio, senza nemmeno il coraggio di un ultimo grido.
Ed è proprio questo il rischio che, da uomo di sinistra, oggi mi toglie il sonno e che mi fa paura più di qualunque altro avversario.
