L’ANTIFASCISTA

di Domenico PALAZZO

Negli Stati Uniti, nel settembre 2025, un decreto federale ha definito il movimento Antifa come «un’impresa militarista ed anarchica che promuove esplicitamente il rovesciamento del governo, le forze dell’ordine ed il nostro sistema di leggi». È una definizione che colpisce non solo per la durezza ma per il significato culturale che porta con sé, perché trasforma una tradizione politica legata alla difesa della democrazia in una minaccia all’ordine costituito. Non è una questione di parole, è una questione di senso. È dentro questo quadro che si inserisce la proposta del deputato della Lega, Eugenio Zoffili, che prevede la reclusione da sette a quindici anni per chiunque organizzi o partecipi a gruppi antifascisti assimilati ad associazioni anarchiche militanti. Nel testo si descrive la realtà italiana come composta da collettivi e reti studentesche che si muovono in modo autonomo spesso all’interno dei centri sociali, cioè spazi autogestiti che nel nostro Paese sono circa duecento. 

Negli Stati Uniti come in gran parte dell’Europa il termine Antifa non indica un’organizzazione strutturata ma una galassia di esperienze diverse, collettivi, reti studentesche, movimenti sociali che si riconoscono in un principio comune, quello di opporsi a ideologie autoritarie e discriminatorie. Ridurre tutto questo a un’impresa eversiva significa cancellarne la storia e ignorarne la complessità, ma soprattutto spostare il baricentro del discorso pubblico, facendo apparire pericoloso ciò che nasce per difendere diritti fondamentali. Questa distinzione è ancora più evidente soprattutto nei Paesi che hanno conosciuto direttamente il peso dei totalitarismi. In Germania l’antifascismo è parte integrante della memoria collettiva, in Spagna e in Francia è legato a una lunga tradizione di lotte sociali e civili.

Il problema che emerge dalla volontà di chi promuove queste leggi è il tentativo di sovrapporre due piani che non sono sovrapponibili, quello del fascismo e quello dell’antifascismo, come se fossero estremi equivalenti di una stessa scala. È qui che si consuma la distorsione più grave, perché si mette in discussione il fondamento stesso della nostra democrazia. In Italia esiste una legge precisa, Legge Scelba, che definisce il fascismo come reato ed è nata proprio dall’esperienza diretta della dittatura e per questo è stata inserita dentro l’orizzonte costituzionale. Non è una legge simbolica ma uno strumento concreto, come dimostrano le applicazioni recenti anche nei confronti di militanti di gruppi come CasaPound. Questa legge stabilisce un principio chiaro, cioè che il fascismo non è una semplice opinione ma un’ideologia incompatibile con la democrazia.

Mettere sullo stesso piano chi si richiama a quell’eredità e chi la contrasta significa svuotare di significato quel principio, trasformare la storia in un’opinione e la memoria in un dettaglio. Significa ignorare che fascismo e antifascismo non sono due facce della stessa medaglia ma due visioni radicalmente opposte del mondo.

Il fascismo nasce per limitare la libertà, per reprimere il dissenso, per subordinare l’individuo a un ordine imposto. L’antifascismo nasce per difendere la libertà, per affermare diritti, per costruire una società più giusta. Non è una differenza di stile o di linguaggio, è una differenza di natura.

Quando si prova a criminalizzare l’antifascismo si compie quindi un salto culturale che va ben oltre la proposta di legge, perché si ridefinisce il perimetro del legittimo e dell’illegittimo, si trasforma il dissenso in un problema di sicurezza e si restringe lo spazio della partecipazione democratica. È una visione che tende a leggere il conflitto come qualcosa da contenere e non come una componente fisiologica della vita politica.

Eppure la cultura dell’antifascismo non appartiene al passato, non è un residuo storico da archiviare, ma una pratica viva che continua a interrogare il presente, soprattutto in un tempo segnato da disuguaglianze crescenti e da una comunicazione sempre più semplificata. In questo contesto l’antifascismo rappresenta ancora un presidio essenziale, non perché perfetto ma perché radicato in valori che restano fondamentali, libertà, giustizia sociale, eguaglianza. Valori che non possono essere compressi dentro una narrazione securitaria e che non possono essere trattati come una minaccia. Chi prova a farlo dimostra di non comprenderne il significato oppure di volerlo svuotare consapevolmente, perché limitare l’antifascismo significa limitare la possibilità stessa di opporsi.

E senza opposizione, lentamente ma inesorabilmente, la democrazia smette di esistere.

  • Domenico Palazzo è nato a Campobasso il 2 settembre 1984; Guardiese dalla nascita, Termolese d’adozione dal 1998. Ha vissuto a Bologna e nel 2011 è tornato a vivere a Termoli, con una breve parentesi milanese.

    È laureato in chimica e tecnologia farmaceutiche. Ha lavorato in azienda fino al 2019, ricoprendo ruoli di direzione. Ad oggi insegnante di Scienze Naturali specializzato sul sostegno. Consigliere Federale di Europa Verde per il Molise, pubblica sul periodico L’Eguaglianza.

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