Durante una delle udienze generali in Vaticano, Papa Francesco ha lanciato un messaggio che scuote le coscienze e fa tremare le istituzioni.
Come un professore libero e audace, ha accantonato la lezione “da programma” e ha scelto di parlare con la voce cruda della verità.
Con il discorso intitolato “Mare e deserto”, si è scagliato apertamente contro l’Europa e il governo italiano, denunciandoli come responsabili diretti delle morti nel Mediterraneo.
Non si è limitato a una condanna generica: ha puntato il dito contro l’ipocrisia di chi si definisce cristiano ma esulta per il calo degli sbarchi, come se fosse un successo politico e non una tragedia umana.
Le sue parole sono state un richiamo severo ai principi dell’accoglienza e della solidarietà, una denuncia dell’ipocrisia istituzionalizzata, della propaganda travestita da umanità.
E non ha usato toni clericali o diplomatici ma ha parlato come un uomo ferito dalla sofferenza altrui, come un liberale autentico, un socialista evangelico, con lo sguardo rivolto agli ultimi.
Come un domatore nell’arena, ha afferrato la frusta della verità e l’ha fatta schioccare davanti a tutti:
“Il Mediterraneo è diventato un cimitero. Questi morti potevano essere salvati.”
Gelo tra le poltrone.
“Non è con la militarizzazione delle frontiere che si fermerà questa strage. Le politiche migratorie si basano su due azioni: respingere e far scomparire nel mare e nel deserto dove nessuno vede.
In un’epoca dominata da satelliti e droni, abbiamo deciso che ci sono esseri umani che non devono essere osservati. I mari sono cimiteri.”
E ancora: “Se a sentire il grido della disperazione è solo Dio, allora siamo di fronte a una crudeltà della nostra civiltà.”. Ogni volta che ascolto Papa Francesco, mi convinco che un altro modo di sentire, di essere, di vivere la politica è ancora possibile.
La Chiesa, è vero, ha sempre avuto una voce nel presente. Ma è da sempre attraversata da due anime:
quella dei Don Abbondio, ossequiosi con i potenti, arroganti con i deboli, chiusi nei propri piccoli privilegi;
e quella dei Padre Cristoforo, che vivono tra la povera gente, che non temono di esporsi, che sfidano il potere anche quando fa paura.
Don Pino Puglisi, Don Andrea Gallo, e tanti altri, hanno fatto della fede una forma concreta di giustizia.
Papa Francesco appartiene a questa categoria, resistente, coraggiosa, scomoda.
È testimone di un futuro possibile, di una società più giusta e più umana.
È l’incarnazione di quella “Provvidenza” manzoniana, quella forza misteriosa che irrompe nella storia quando gli uomini decidono di non voltarsi più dall’altra parte.
La vera politica, quella che ha a cuore le periferie e gli ultimi, ha bisogno di persone come lui.
Io sogno, un giorno, di poterlo votare. 29 agosto 2024”.
Ecco perché scrivo.
Perché certe parole non devono scivolare via. Scrivo per ricordarmi che esistono ancora voci che vale la pena ascoltare, in un tempo che confonde la forza con l’arroganza, la fede con l’obbedienza, la politica con la propaganda. Scrivo per non dimenticare che, tra il rumore assordante del presente, ci sono parole che sanno scuotere, denunciare, consolare, indicare una via. Parole come quelle di Papa Francesco.
Parole che valgono più dell’oro.
Le terrò tra le mie cose care. Le rileggerò. Le citerò.
E, soprattutto, continuerò a scrivere. Anche solo per ricordarle.
Luglio 2025
L’Italia è governata dai costruttori edili, per lo più per interposti politici amici, ma a volte con la “discesa in campo” del costruttore stesso. A livello nazionale il caso principe è quello di Silvio Berlusconi, che ha iniziato la carriera imprenditoriale nell’edilizia – con capitali di provenienza svizzera non meglio individuati – ha poi diversificato il suo business nelle TV private – “concesse” da Bettino Craxi – e nella comunicazione in generale; infine nel 1994, cogliendo l’occasione del crollo della cosiddetta Prima Repubblica, ha creato un partito politico personale e tra il 1994 ed il 2011 ha governato come primo ministro quattro volte, per complessivi 11 anni. Un esempio molisano è quello di Aldo Patriciello, partito dalla piccola impresa edile paterna, con l’aiuto di familiari ed affini ha creato un gruppo multibusiness, attivo nell’edilizia, nella sanità e nell’industria, scalando contemporaneamente ruoli politici di rilievo, prima a livello locale e dal 2006 ad oggi in seno al Parlamento europeo.
Il settore delle costruzioni nel 1960 rappresentava il 15% del PIL, come l’industria in senso stretto, ma negli anni, coerentemente con lo sviluppo dell’economia, il suo peso si è ridotto intorno al 4%, per risalire nel post covid, grazie in particolare al superbonus 110% ed al PNRR, raggiungendo nel 2024 il 5,7%. Una percentuale comunque modesta rispetto al 73,4% dei servizi ed al 18,6% dell’industria, superiore solo al 2,3% dell’agricoltura. In termini di occupazione il settore delle costruzioni nel 2024 ha rappresentato il 7% del totale delle unità lavorative annuali ed ha il triste primato dei morti sul lavoro (al netto degli infortuni in itinere) con il 19,4% dei decessi totali ed un’incidenza di 8,9 decessi ogni 100.000 unità lavorative annuali. Riassumendo: modesta incidenza nel PIL, produttività del lavoro inferiore alla media (gli occupati superano il valore relativo della produzione) ed alta mortalità sul lavoro. Allora come mai gli imprenditori del mattone contano tanto in politica?
Credo che la ragione stia nel fatto che tra tutti i settori economici quello dell’edilizia è il più fortemente condizionato dalla pubblica amministrazione, che a livelli sia nazionali che locali la regolamenta e vi soprintende. Tra politica e mattone esiste un rapporto simbiotico, che può scadere nella corruzione e nel peculato, se gli organi di vigilanza funzionano poco e male. Un segno evidente del grande peso dei costruttori sulla politica è la produzione legislativa incentivante che di tanto in tanto i governi emanano, dove gli incentivi consistono per lo più nella riduzione o cancellazione di vincoli urbanistici, attraverso la “liberalizzazione” dei cambi di destinazione d’uso, l’incremento di metrature e cubature, l’elusione degli standard urbanistici, la riduzione degli oneri di urbanizzazione e del contributo di costruzione da versare ai comuni.
Un esempio di rilievo è il cosiddetto “Piano casa”, varato dal Governo Berlusconi nel 2008 come provvedimento-stimolo temporaneo, che le regioni dovevano recepire con legge propria, per adeguarlo alle loro realtà. La relativa legge regionale del Molise, approvata l’11 dicembre 2009 e che doveva restare in vigore per il biennio 2010-2011, è stata più volte integrata e prorogata, tanto che per mettervi fine è dovuta intervenire una sentenza della Corte costituzionale del 19 aprile 2023, pubblicata il 27 luglio. Un altro esempio recente è la cosiddetta legge “Salva casa” del 2024, relativa al “recupero” del patrimonio edilizio esistente, anch’essa da recepire regionalmente, cosa che la regione Molise ha fatto con la LR 3/2025, entrata in vigore il 14 maggio 2025. La giustificazione della Salva casa è la riduzione del consumo di suolo. Nel nome di tale buona causa possono diventare residenziali i sottotetti, residenziali terziari o commerciali i porticati, terziari o commerciali i locali seminterrati ed interrati e si possono modificare le destinazioni d’uso.
Per un pelo siamo scampati alla “Salva Milano”, che si voleva diventasse legge nazionale per sanare le irregolarità urbanistiche e procedimentali consentite dall’amministrazione Sala. Ora che l’inchiesta giudiziaria è stata formalizzata, è sintomatico che la Presidente del Consiglio dei ministri ed il Presidente della Regione Lombardia abbiano espresso comprensione e solidarietà al Sindaco di Milano, che pure dovrebbe essere un loro avversario politico. Purtroppo così non è. Il partito traversale del mattone è la maggiore forza politica della sciagurata Italia.
La fine dell’UE, misera e vergognosa, è arrivata con l’accettazione supina dei Dazi al 15%, con l’aumento obbligato da Trump di centinaia di miliardi di investimenti europei negli Stati Uniti e l’acquisto di energia, a costi 4 volte superiori al mercato, e armi negli Usa. E niente global minimum tax per i giganti statunitensi del web. La baronessa Ursula Von der Leyen ci porta alla rovina.
Con l’ipotesi dei dazi al 10% il centro studi della Confindustria aveva calcolato per l’Italia una perdita per il sistema nazionale di 20 miliardi e 118mila posti di lavoro in meno.
Si tratta di assoluta e sciocca sudditanza nei confronti di Donald Trump che ci costerà tantissimo.
Considerando che la popolazione dell’Unione Europea è di circa 447 milioni di abitanti.
La popolazione degli Stati Uniti nel 2025 è prevista raggiungere circa 347,27 milioni di abitanti.
Le economie dei Paesi dell’Unione Europea potrebbero benissimo comprare energia a costi bassissimi, investire in Europa e non comprare armi dagli Usa. L’Unione Europea potrebbe favorire la pace in Ucraina e competere con tutti.
Ma siamo governanti da incapaci.
Luglio 2001 non una sconfitta ma la repressione di una speranza.
Penso al mondo attuale e penso al mondo che avremmo voluto in quelle strade a Genova …
Penso a come il mondo attuale abbia voluto reprimere sul nascere, con il suo mezzo “migliore” la violenza, la possibilità di mettere in discussione il potere delle armi, il potere della distruzione delle risorse naturali, il potere del profitto sui corpi di donne e uomini …
Forse hanno vinto i potenti del mondo lo dimostrano i continui conflitti armati e la strage di bambini in Palestina, la crisi climatica e le condizioni di lavoro peggiorate, ma ha perso l’umanità che ad ogni sussulto si vede reprimere una speranza.
La strage di via d’Amelio: Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddi Cosina, Claudio Traina. Passano gli anni ma la ricerca di verità e l’impegno antimafia vanno ancora alimentati.
Eh sì, passano gli anni ma anche sulla Strage di Via d’Amelio sentiamo ancora una ferita aperta che sanguina. La vicenda della scomparsa “dell’Agenda Rossa” ne è l’emblema.
A ben riflettere, il disagio che avvertiamo dentro ha buone ragioni.
Siamo innanzitutto ancora lontani dall’accertamento completo delle responsabilità, soprattutto della componente collusiva presente nelle istituzioni e nei vari poteri, dagli apparati deviati a quelli più o meno occulti e massonici. Non è per niente da escludere il coinvolgimento di soggetti della destra eversiva, come in altri stragi che hanno straziato e segnato la nostra democrazia.
Depistaggi, strategie minimaliste e negazioniste trovano nuovo alimento. Si rischia di allontanarsi dalla realtà che, per quanto terribile e complessa, ci indica uno scenario: le stragi sono sempre il concentrato di diverse concause. Vanno tutte ricercate, sviscerate e indagate a costo di trovarci di fronte alle più amare e terribili verità.
La legislazione antimafia, che sintetizziamo nella definizione di “doppio binario”, rischia di essere demolita, tassello dopo tassello, senza comprendere che il “vincolo mafioso” è in grado di piegare e strumentalizzare anche le buone ragioni di recupero e reinserimento dei detenuti. Tutti i boss scarcerati sono in piena attività e costringeranno ad un impegno dispendioso da parte delle Forze dell’ordine e della magistratura, che così saranno allontanate dai colpi più risolutivi sulle collusioni e sul riciclaggio.
È possibile cambiare passo?
Altroché! Non c’è aspetto della forza delle mafie su cui non siamo in grado di sferrare strategie risolutive ed efficaci, tanto sul versante sociale e culturale, quanto su quello economico e finanziario, così pure su quello politico-istituzionale, sia locale sia globale.
Allora, niente retorica né resa, ma consapevolezza, progettualità e impegno motivante e liberante.
In questo modo possiamo costruire una solida memoria e non scadere nella retorica e in sterili divisioni.
Nel mondo i 3.000 ultra miliardari sono soggetti al pagamento delle tasse con tassi medi di imposizione molto più bassi rispetto al resto dei contribuenti ben più poveri.
Finalmente ben sette premi Nobel americani si sono espressi a favore dell’introduzione della cosiddetta “Tassa Zucman”, sui grandi patrimoni. Come già da espresso da due economisti di primo piano molto attivi nel dibattito francese ed europeo, Jean Pisani-Ferry e Olivier Blanchard.
Bisogna considerare che si tratta di prese di posizione assolutamente importanti perché, se alcuni dei firmatari (ad esempio Paul Krugman, Esther Duflo e Joe Stiglitz) sono noti anche al grande pubblico per aver sempre in passato e più volte affermato di essere a favore di una maggiore giustizia fiscale, altri come Acemoglu, Pisani-Ferry e Blanchard sono abitualmente molto più cauti, moderati, nelle loro prese di posizione su temi politicamente sensibili. In passato questi economisti hanno a lungo sostenuto che l’economia dovesse occuparsi più di efficienza economica che di distribuzione; vederli prendere una posizione così precisa e netta testimonia della preoccupazione crescente per la stessa tenuta sostenibile della democrazia nel mondo contemporaneo. Proprio il premio Nobel 2024, Daron Acemoglu, ad esempio, ha stupito molti con i suoi lavori più recenti nei quali si sottolinea come la regolazione, il sostegno alle classi medie, l’importanza di corpi intermedi come i sindacati, siano necessari per la salvaguardia della democrazia in una prospettiva di “prosperità condivisa”.
La proposta, dell’economista che insegna a Berkeley della “tassa Zucman”, nasce nel rapporto preparato nel 2024 per il G20 ed ha la particolarità di prevedere l’introduzione di un’imposta minima globale sul patrimonio dei miliardari, fissata al 2 per cento.
A differenza delle imposte sul reddito, la tassa Zucman si calcolerebbe direttamente sul valore del patrimonio effettivamente detenuto, indipendentemente da quanto dichiarato o realizzato (ad esempio in dividendi) ogni anno. Questo meccanismo rende molto più difficile l’elusione fiscale, come fanno spesso i supericchi, anche perché la ricchezza è molto più difficile del reddito da nascondere nelle innumerevoli società di comodo o in paradisi fiscali. La misura riguarderebbe i circa 3.000 contribuenti in tutto il mondo che hanno un patrimonio superiore ad un miliardo di euro; gli introiti sono stimati in 250 miliardi l’anno a livello globale (50 per la sola Unione europea).
Nel mondo contemporaneo i Super ricchi sono sempre più ricchi. Ad esempio, in Francia, la quota dell’1 per cento più ricco della popolazione è quasi raddoppiata in quarant’anni, passando dal 7,3 per cento del 1981 al 12 per cento del 2023. Ma nonostante questo i ricchi (e soprattutto i ricchissimi) contribuiscono molto meno degli altri al bene comune.
In Francia la Paris School of Economics, ove vengono raccolti e analizzati i dati delle amministrazioni fiscali sui redditi, ha calcolato che l’aliquota fiscale effettiva, vale a dire la somma di tutti i tributi (imposte sul reddito e sulle società, contributi, tasse sui consumi) rapportata al reddito, è incredibilmente molto più bassa per i super ricchi che per tutti gli altri. Prendendo ancora l’esempio della Francia, il 50 per cento più povero, la classe media (il successivo 40 per cento), la classe medio-alta (il successivo 9 per cento) e persino la maggior parte dell’1 per cento più ricco hanno aliquote fiscali effettive vicine all’aliquota fiscale media, che è al 52 per cento. I ricchissimi, lo 0,01 per cento più ricco, i miliardari in euro per capirci, al contrario, grazie a tecniche elusive sempre più sofisticate, pagano solo il 27 per cento del loro reddito complessivo.
Il serio studioso Zucman mette in evidenza nel suo rapporto che i due fenomeni si alimentano, dato che la bassa tassazione alimenta un’accumulazione di ricchezza più rapida che per il resto dei contribuenti.
In Italia l’1 per cento più ricco della popolazione si è arricchito a dismisura, passando dal 6,2% del 1981 al 12,3 per cento del reddito nazionale nel 2023. Nel sistema regressivo italiano gli economisti dell’Efa, di solito moderati, si sono spesi a favore dell’introduzione della “tassa Zucman”. In un articolo uscito sul Journal of the European Economic Association nell’autunno scorso, un gruppo di economisti del Sant’Anna di Pisa e della Bicocca di Milano ha stimato i tassi effettivi per l’Italia, e trova un quadro simile a quello degli altri paesi, sia pure con qualche differenza che peggiora ulteriormente la situazione. In Italia, il sistema è molto poco progressivo per gran parte della distribuzione del reddito. Il tasso medio di imposizione va da circa il 40 per cento per i redditi più bassi a circa il 50 per cento per il novantesimo percentile (vale a dire coloro che guadagnano più del 90 per cento della popolazione). Questo leggerissimo aumento è spiegato dal fatto che la regressività dell’Iva attenua (ma non elimina) la progressività dell’imposta sul reddito. Sopra agli 80mila euro di reddito, che corrisponde al 5 per cento più ricco della popolazione, il sistema diventa profondamente regressivo.
Infatti questi contribuenti ottiene quasi il 50 per cento del proprio reddito dal capitale, visto che riesce ad abbattere i propri redditi da lavoro sfruttando le enormi incongruenze e ingiustizie del sistema fiscale italiano. Il risultato è che per lo 0,01 per cento dei contribuenti italiani il tasso effettivo si riduce al 36 per cento; molto più basso non solo della media (46,3 per cento), ma anche della parte più povera della popolazione. Insomma, nella realtà nel nostro Paese chi più ha meno paga, in barba all’articolo 53 della Costituzione che recita «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività».
La tassa Zucman consentirebbe di risolvere almeno in parte questa gravissima ingiustizia.
Naturalmente sarebbe molto interessante arrivare a fare una tassa mondiale per i supericconi evasori, tramite un accordo internazionale, per estendere questa tassa in tutto il mondo in tutte le nazioni, cosi avrebbe maggiori possibilità di essere effettiva e applicabile, inoltre sarebbe un atto di giustizia quantomeno auspicabile.
Perché se non si fanno contribuire chi finora è stato di fatto esentato dal contribuire al bene pubblico, rimane evidente che la democrazia effettiva è sempre più a rischio e con essa la stessa idea di società libera e solidale che sarebbe alla base della convivenza civile.
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L’Università di Oxford ha condotto uno studio serissimo secondo il quale, tra i paesi europei, l’Italia è quello in cui in assoluto c’è la maggiore probabilità di restare poveri se si è nati in una famiglia povera o che versa in difficoltà.
Secondo quest’analisi dettagliata condotta da Lorenzo Ruffino sui dati di uno studio dell’Università di Oxford, pubblicato su “Research in Social Stratification and Mobility”, l’Italia è tra i Paesi europei in cui la povertà si eredita con maggiore intensità. A chi nasce povero in Italia non basta l’impegno, non bastano gli studi, e spesso nemmeno un lavoro: ha il 15% di probabilità in più di restare in condizioni di povertà da adulto rispetto a chi cresce in una famiglia agiata. È uno dei dati peggiori in Europa, superiore persino a Paesi dell’Est come la Polonia o la Slovenia.
L’effetto della povertà familiare, in Italia, è oltre otto volte più forte che in Francia e più del doppio rispetto alla Germania. Nei Paesi scandinavi, invece, l’impatto delle origini familiari è pressoché nullo. In Danimarca o Svezia può perfino accadere che chi nasce in condizioni difficili, grazie all’istruzione e al welfare, migliori le proprie condizioni economiche più dei coetanei benestanti. In Italia questo meccanismo si è inceppato. La povertà non solo è ampia, ma si è irrigidita. E non basta crescere per scrollarsela di dosso.
Lo studio analizzato da Ruffino identifica due elementi che spiegano circa due terzi della trasmissione intergenerazionale della povertà: il livello di istruzione raggiunto e la posizione occupazionale. In Italia, chi nasce in una famiglia svantaggiata tende ad avere una formazione più bassa e un accesso più difficile al mercato del lavoro qualificato.
E i dati Istat lo confermano: tra i giovani di 25-34 anni, ha un titolo universitario il 67% di chi ha almeno un genitore laureato, il 40% di chi ha genitori diplomati e appena il 13% se i genitori hanno al massimo la terza media. L’abbandono scolastico segue la stessa linea: solo il 2% nei figli dei laureati, ma il 24% nei figli di genitori con bassa scolarizzazione.
L’istruzione, insomma, resta un canale privilegiato per cercare di uscire dalla povertà, ma non basta. Perché anche tra chi studia, il peso delle origini continua a farsi sentire. Il rischio è che l’ascensore sociale funzioni solo per chi già parte dal piano rialzato.
L’Italia non paga solo il prezzo di un welfare debole o di una crescita economica insufficiente. A pesare è l’intero assetto del sistema: i servizi educativi, la qualità della scuola, la possibilità di conciliare lavoro e famiglia, l’accesso alle reti sociali e informative. Chi nasce povero ha meno strumenti, meno contatti, meno fiducia nelle proprie possibilità. Ha davanti un orizzonte più basso. E viene giudicato, valutato, pesato sempre e solo sulla base del suo punto di partenza.
La fotografia che conferma ancora di più che l’ascensore sociale si è completamente bloccato!
In questo contesto Geronimo La Russa è a capo dell’ACI perché è figlio del presidente del Senato, mentre altri figli di nessuno non hanno nessun riconoscimento, anche se plurilaureati, superspecializzati e preparatissimi.
D’altronde, non è una novità per il nostro Paese e non riguarda solo questo Governo. È un vizio molto antico, quello della classe politica di piazzare amici, parenti, amanti e compagni di partito trombati in ruoli super pagati e di rilievo.
Resta una vera e propria vergogna nazionale e lo stipendio faraonico di La Russa junior, in un paese in cui c’è ancora chi muore nei cantieri per mille euro al mese, rimane uno dei tantissimi casi di malaffare e raccomandazioni della politica italiana. Una grave vergogna come sono una vergogna tutti gli altri incarichi che si distribuiscono da anni e anni ai raccomandati di tutte le provenienze sempre a spese degli italiani. Ma ormai sembra che non si indigna più nessuno.
L’Ucraina non è uno Stato democratico perché il governo viola i diritti umani. Sebbene qualcuno sostiene che Zelensky sia un sincero democratico e difenda la democrazia, in Ucraina e anche per l’Europa, la realtà non sembra essere proprio cosi.
Zelensky di sua iniziativa ha sciolto ben 11 partiti d’opposizione, rendendogli illegali. Ha sciolto la Chiesa Ortodossa, imprigionato parte del clero, sequestrato conventi e seminari. Ha fondato una nuova Chiesa i cui vertici vengono nominati da lui stesso. Ha fatto bruciare in piazza tutti i classici della letteratura russa, cosa che avviene solo nelle dittature e avveniva nel medioevo. Ha abolito le elezioni “perché c’è la guerra”. Ha fatto in modo che tutti i giornali e le tv ucraine siano sotto controllo di un’unica agenzia statale, guarda caso controllata da lui stesso. Ha fatto uccidere (5 Marzo 2022) Denis Borisovič Kireev, agente dei servizi e membro della delegazione ucraina ai negoziati con la Russia, per sua personale decisione. Niente processo, una pallottola alla nuca e via. Ha ordinato gli omicidi di Darja Dugina (figlia del filosofo russo Dugin), il giornalista russo Vladen Tatarski, l’ex sindaco di Lugansk Manolis Pilavov e innumerevoli altri.
Consente ai servizi segreti di pubblicare la lista di persone “da eliminare”, in cui fu inserito anche Papa Francesco, poi cancellato per le proteste diplomatiche. Prima della guerra varò leggi che annullavano l’indipendenza della magistratura (“svolta dittatoriale”, scrissero tutti i giornali occidentali, tra questi ricordiamolo: The Times, The Guardian, La Stampa, ecc. ma nessuno più lo ricorda).
In Ucraina, con Zelensky presidente, sono state approvate leggi che sono state definite liberticide, soprattutto in relazione alle proteste e alle libertà civili. Queste leggi hanno introdotto disposizioni che, secondo tutte le organizzazioni per la difesa dei diritti umani, limitano le libertà fondamentali, tra cui la libertà di espressione e di riunione.
Sono state riscontrate “significative questioni relative ai diritti umani che hanno coinvolto funzionari del governo ucraino”. Nel documento “Made in USA” del dipartimento di stato degli Stati Uniti d’America, si parla di “rapporti credibili di: sparizione forzata; tortura e pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti; condizioni carcerarie dure e pericolose per la vita; l’arresto o la detenzione arbitrari; gravi problemi di indipendenza della magistratura; restrizioni alla libertà di espressione, anche per i membri dei media, comprese le violenze o le minacce di violenza contro i giornalisti, gli arresti o le azioni penali ingiustificate nei confronti dei giornalisti e la censura; gravi restrizioni alla libertà di Internet; un’ingerenza sostanziale nelle libertà di riunione pacifica e di associazione; restrizioni alla libertà di circolazione; grave corruzione del governo; violenza di genere diffusa; restrizioni sistematiche alla libertà di associazione dei lavoratori; e l’esistenza delle peggiori forme di lavoro minorile. Alcune di queste questioni relative ai diritti umani derivavano dalla legge marziale, che continuava a limitare le libertà democratiche, tra cui la libertà di movimento, la libertà di stampa, la libertà di riunione pacifica e le protezioni legali”. E tutto questo non per mano degli “invasori” russi, ma da parte delle autorità ucraine. Una situazione resa ancora più grave, secondo gli USA, dal fatto che “il governo spesso non abbia adottato misure adeguate a identificare e punire i funzionari che potrebbero aver commesso abusi”.
Sebbene la Costituzione ucraina e la legge proibiscano la tortura e altre punizioni crudeli, sono state molte le segnalazioni di “abusi da parte delle forze dell’ordine”. Abusi solo in parte giustificati dall’istituzione della legge marziale. “Ci sono state segnalazioni di forze dell’ordine e funzionari militari che hanno abusato e torturato persone in custodia per ottenere confessioni, di solito legate a presunte collaborazioni con la Russia”. In generale “le condizioni delle carceri e dei centri di detenzione (ucraini) sono rimaste pessime e a volte hanno rappresentato una seria minaccia per la vita e la salute dei prigionieri. L’abuso fisico, la mancanza di cure mediche e nutrizionali adeguate, le scarse condizioni igienico-sanitarie e la mancanza di luce adeguata sono problemi persistenti”. Alcuni “detenuti hanno riferito che le autorità e i cosiddetti assistenti della popolazione carceraria abbiano usato trattamenti crudeli e degradanti, oltre a violenze fisiche e sessuali”. “Gli osservatori dell’Ufficio del difensore civico, del Meccanismo nazionale di prevenzione e del Gruppo per la protezione dei diritti umani di Kharkiv (KHPG) hanno riferito di cattive condizioni nel carcere di Kharkiv, nella colonia correzionale di Dykanivska e nel penitenziario di Temnivska”: strutture affollate, prive di illuminazione adeguata, con pareti umide e ricoperte di muffa e cavi elettrici sfilacciati ed esposti che rappresentano un pericolo per la vita e la salute dei detenuti.
L’OHCHR ha documentato decine di “casi di detenzione ingiusta, sparizione, tortura e maltrattamento di imputati e sospetti al fine di costringerli a testimoniare; violazioni procedurali per perquisizioni domiciliari o arresti; e la mancanza di accesso all’assistenza legale durante il periodo iniziale di detenzione e interrogatorio”.
Gravi anche i casi di violazione della privacy. In Ucraina la Costituzione proibisce tali azioni, ma ci sono state segnalazioni che “le autorità in generale non abbiano rispettato i divieti”.
Secondo il rapporto degli USA “il Servizio di sicurezza e le forze dell’ordine a volte hanno condotto perquisizioni senza un mandato adeguato”, e “molti cittadini non erano a conoscenza dei loro diritti o del fatto che le autorità avessero violato la loro privacy”.
Come si può definire un regime del genere?
Ci vuole “fegato” ad assegnare un premio per la Pace in un mondo di “guerra” …..
Un premio ormai non si nega a nessuno e spesso non è utile alla memoria del personaggio a cui è intitolato ma più ad un gioco autoreferenziale per autocelebrare il premiato, specialmente se quest’ultimo è un personaggio “influente” che potrebbe essere “utile” alla comunità che amministri.
Ma attenzione un conto è dare il premio della “zucchina” (con estremo rispetto per la zucchina e gli agricoltori che la coltivano) ed un conto prendersi la responsabilità di chiamare in causa la memoria di un Partigiano, di un Sacerdote che sia nel corso della vita ed sia in punta di morte ha lottato per la giustizia sociale e per la Pace.
E se poi la motivazione del premio dedicato a Don Giuseppe Morosini presso il Comune di Ferentino al ministro Antonio Tajani è “l’alto senso istituzionale e l’azione costante a favore dei valori della pace e della cooperazione internazionale” anche la “zucchina” sarebbe esterrefatta per un premio assegnato in un pianeta di armi.
Attenzione non è – come qualcuno potrebbe maliziosamente pensare – una questione verso la persona del ministro, che già ha ricevuto anche la cittadinanza onoraria nel Comune di Ferentino, ma sul come oggi si possa serenamente assegnare un premio alla Pace in un mondo politico di guerra?
In un Europa dove i governi compreso quello italiano vanno al riarmo per preparare la guerra, dopo essere stati ininfluenti nella protezione del popolo ucraino e silenziosi osservano morire bambini in Palestina (eccezione il governo spagnolo di Sanchez) ma veramente si può pensare di dare ad un qualsiasi ministro europeo un premio per la Pace?
Si, sicuramente Ferentino è un piccolo Comune nel mondo e probabilmente l’amministrazione non dice mai di no a nessuno e, poi, alla fine è un premio per fare un poco di “festa” (!) …. però in questo momento qualcuno nel mondo per la “voracità” nella produzioni armi non sa nemmeno cosa sia una “festa” ma “celebra” quotidianamente funerali, come ormai drammaticamente succede in Palestina.
Ecco, date questo premio velocemente ma da domani invito il sindaco e i consiglieri comunali di convocare un consiglio comunale d’urgenza con la richiesta sia di fermare immediatamente il genocidio in Palestina sia il riconoscimento dello Stato di Palestina come già hanno fatto altri Comuni e assegnare un premio per la Pace ai bambini palestinesi, una goccia ma forte in questo triste momento dell’umanità …
Secondo quando riportato dall’edizione 2025 del Global Wealth Report di UBS appena il 5% degli italiani possiede circa la metà della ricchezza nazionale. In questo contesto cresce solo il patrimonio di chi è già ricco.
Nel 2024 la ricchezza media per adulto nel nostro Paese è aumentata del 3,81% al netto dell’inflazione, sempre secondo Ubs. In crescita sono i grandi patrimoni. Quasi due terzi della ricchezza miliardaria in Italia è frutto di eredità.
Di conseguenza le disuguaglianze crescono nel nostro Paese, dove il 5% più ricco delle famiglie possiede esattamente il 47,7% della ricchezza nazionale, una quota superiore del 20% rispetto a quella detenuta dal 90% più povero, come ha riportato anche l’Ong Oxfam raccontando i grandi divari nel Paese. E più si è ricchi, più il patrimonio aumenta. Lo 0,1% più ricco degli italiani ha registrato un incremento di oltre il 70% tra il 1995 e il 2016 (dal 5,5% al 9,4%); beneficiando di un rendimento medio annuo sui patrimoni (5%) quasi doppio rispetto a quello (2-3%) del 90% più povero degli italiani.
In particolare, nel 2024 la ricchezza dei miliardari italiani è aumentata di 61,1 miliardi di euro, al ritmo di 166 milioni di euro al giorno, raggiungendo un valore complessivo di 272,5 miliardi di euro detenuto da soli 71 individui. Quasi due terzi della ricchezza miliardaria (il 63%) in Italia è frutto solo di eredità rispetto al 36% a livello globale. In Italia sono 1,3 milioni le persone milionari.
Nel corso dei prossimi 2 o 3 decenni, stima la banca d’affari svizzera Ubs che da anni realizza un rapporto sulla ricchezza dei grandi patrimoni, l’Italia assisterà ad un’impennata delle risorse trasferite tra le generazioni nonché all’interno della stessa generazione per un totale di oltre 2.300 miliardi di euro, pari ad oltre un quinto dell’intero patrimonio privato del Paese e pari al doppio della somma prevista in Giappone, che ha il doppio della popolazione. In generale la ricchezza media per adulto in Italia è aumentata del 3,81% al netto dell’inflazione. La ricchezza mediana, misurata negli stessi termini, è addirittura salita del 15%, al sesto posto tra i 56 Paesi analizzati. L’evoluzione degli ultimi cinque anni, invece, è meno favorevole: dall’inizio del decennio in poi, la ricchezza media è calata di oltre il 9% e quella mediana è aumentata soltanto del 4,7%.
Mentre la ricchezza globale è cresciuta del 4,6%, dopo un incremento del 4,2% nel 2023, proseguendo così un trend al rialzo costante. Gli adulti del Nord America hanno registrato i livelli medi di ricchezza più elevati (593.347 dollari), seguiti da quelli dell’Oceania (496.696 dollari) e dell’Europa occidentale (287.688 dollari). La Svizzera ha continuato a guidare la classifica della ricchezza media pro capite a livello di singolo mercato, seguita da Stati Uniti, Hong Kong e Lussemburgo. Danimarca, Corea del Sud, Svezia, Irlanda, Polonia e Croazia hanno registrato i maggiori aumenti della ricchezza media, tutti con tassi di crescita a doppia cifra.
Il report di quest’anno mette in evidenza un segmento in crescita ma spesso trascurato: gli EMILLI – Everyday Millionaires con asset investibili per un valore compreso tra 1 e 5 milioni di dollari. Il loro numero è più che quadruplicato dal 2000, raggiungendo circa 52 milioni a livello globale alla fine dello scorso anno. Questo gruppo oggi detiene una ricchezza complessiva di circa 107.000 miliardi di dollari, avvicinandosi ai
119.000 miliardi detenuti da individui con un patrimonio superiore a 5 milioni di dollari. La crescita di questo segmento è stata trainata in larga parte dall’aumento dei prezzi immobiliari e dagli effetti valutari.
Per fortuna e finalmente la tassa sui grandi patrimoni sta diventando più popolare. Infatti secondo una recente indagine 7 italiani su 10 sarebbero favorevoli ad un’imposta europea sui grandi patrimoni, che in Italia si applicherebbe allo 0,1% più ricco della popolazione, circa 50.000 cittadini, con patrimoni netti superiori ai 5,4 milioni di euro. Una misura in grado di rafforzare l’equità del nostro sistema fiscale e generare considerevoli risorse da destinare al finanziamento dei crescenti bisogni sociali, al contrasto a povertà e disuguaglianze e alla lotta contro i cambiamenti climatici.
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