Durante una delle udienze generali in Vaticano, Papa Francesco ha lanciato un messaggio che scuote le coscienze e fa tremare le istituzioni.
Come un professore libero e audace, ha accantonato la lezione “da programma” e ha scelto di parlare con la voce cruda della verità.
Con il discorso intitolato “Mare e deserto”, si è scagliato apertamente contro l’Europa e il governo italiano, denunciandoli come responsabili diretti delle morti nel Mediterraneo.
Non si è limitato a una condanna generica: ha puntato il dito contro l’ipocrisia di chi si definisce cristiano ma esulta per il calo degli sbarchi, come se fosse un successo politico e non una tragedia umana.
Le sue parole sono state un richiamo severo ai principi dell’accoglienza e della solidarietà, una denuncia dell’ipocrisia istituzionalizzata, della propaganda travestita da umanità.
E non ha usato toni clericali o diplomatici ma ha parlato come un uomo ferito dalla sofferenza altrui, come un liberale autentico, un socialista evangelico, con lo sguardo rivolto agli ultimi.
Come un domatore nell’arena, ha afferrato la frusta della verità e l’ha fatta schioccare davanti a tutti:
“Il Mediterraneo è diventato un cimitero. Questi morti potevano essere salvati.”
Gelo tra le poltrone.
“Non è con la militarizzazione delle frontiere che si fermerà questa strage. Le politiche migratorie si basano su due azioni: respingere e far scomparire nel mare e nel deserto dove nessuno vede.
In un’epoca dominata da satelliti e droni, abbiamo deciso che ci sono esseri umani che non devono essere osservati. I mari sono cimiteri.”
E ancora: “Se a sentire il grido della disperazione è solo Dio, allora siamo di fronte a una crudeltà della nostra civiltà.”. Ogni volta che ascolto Papa Francesco, mi convinco che un altro modo di sentire, di essere, di vivere la politica è ancora possibile.
La Chiesa, è vero, ha sempre avuto una voce nel presente. Ma è da sempre attraversata da due anime:
quella dei Don Abbondio, ossequiosi con i potenti, arroganti con i deboli, chiusi nei propri piccoli privilegi;
e quella dei Padre Cristoforo, che vivono tra la povera gente, che non temono di esporsi, che sfidano il potere anche quando fa paura.
Don Pino Puglisi, Don Andrea Gallo, e tanti altri, hanno fatto della fede una forma concreta di giustizia.
Papa Francesco appartiene a questa categoria, resistente, coraggiosa, scomoda.
È testimone di un futuro possibile, di una società più giusta e più umana.
È l’incarnazione di quella “Provvidenza” manzoniana, quella forza misteriosa che irrompe nella storia quando gli uomini decidono di non voltarsi più dall’altra parte.
La vera politica, quella che ha a cuore le periferie e gli ultimi, ha bisogno di persone come lui.
Io sogno, un giorno, di poterlo votare. 29 agosto 2024”.
Ecco perché scrivo.
Perché certe parole non devono scivolare via. Scrivo per ricordarmi che esistono ancora voci che vale la pena ascoltare, in un tempo che confonde la forza con l’arroganza, la fede con l’obbedienza, la politica con la propaganda. Scrivo per non dimenticare che, tra il rumore assordante del presente, ci sono parole che sanno scuotere, denunciare, consolare, indicare una via. Parole come quelle di Papa Francesco.
Parole che valgono più dell’oro.
Le terrò tra le mie cose care. Le rileggerò. Le citerò.
E, soprattutto, continuerò a scrivere. Anche solo per ricordarle.
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