La Cina essendo il Paese maggiore importatore mondiale di petrolio dovrebbe essere uno dei paesi più vulnerabili dall’instabilità portata dalla guerra all’Iran da parte degli Stati Uniti di Trump e Israele di Netanyahu della regione.
In realtà, la Cina ha assorbito senza grandi problemi lo shock energetico, comunque molto meglio del previsto, grazie all’utilizzo di una combinazione di riserve strategiche, alla continua e crescente elettrificazione dell’economia e, soprattutto, a un’espansione veramente incredibile e senza precedenti delle energie rinnovabili.
I numeri sono assolutamente impressionanti, per la velocità.
Nel solo 2025 la Cina ha installato 315 gigawatt di nuova capacità solare, oltre la metà di quella realizzata nel mondo intero, dopo averne aggiunti altri 277 solo l’anno precedente.
L’obiettivo è che entro il 2030 circa metà dell’energia utilizzata nella repubblica Popolare cinese provenga solo da fonti non fossili.
Sebbene oggi il carbone rappresenti ancora oltre il 50% del mix energetico, la crescita delle rinnovabili procede a una velocità senza paragoni.
La guerra in Iran ha avuto anche un altro effetto: ha costretto Washington a concentrare nel Medio Oriente risorse militari, finanziarie e diplomatiche che avrebbero dovuto essere destinate all’Indo-Pacifico, considerato dagli stessi Stati Uniti il teatro decisivo della competizione geopolitica del XXI secolo.
Nel frattempo in tutte le opposizioni pubbliche mondiali, mentre gli Stati Uniti sono ovviamente stati percepiti come protagonisti, se non più giustamente come aggressori, del conflitto la Cina ha continuato a presentarsi come sostenitrice della stabilità, del dialogo e della cooperazione economica, rafforzando la propria notevole influenza soprattutto nel Sud globale.
Ma il vero indiscutibile e evidente vantaggio cinese riguarda la transizione energetica.
L’incertezza sui mercati petroliferi ha accelerato gli investimenti mondiali in pannelli solari, batterie e veicoli elettrici: proprio i settori nei quali la Cina domina incontrastata, ormai, la catena globale del valore.
Non sorprende che nel Maggio 2026 le esportazioni cinesi di veicoli elettrici siano cresciute di oltre il 110% rispetto all’anno precedente e quelle di pannelli solari di circa il 60%.
Paradossalmente, Trump potrebbe aver fatto più per accelerare la transizione energetica globale di quanto abbiano fatto trenta Conferenze delle Parti (COP): aumentando il valore strategico proprio delle tecnologie in cui la Cina è indiscussa leader mondiale.
Gli alleati degli USA risultano più vulnerabili della stessa Cina. Il Giappone, la Corea del Sud ed Europa dipendono in larga misura dalle importazioni di petrolio che transitano attraverso lo Stretto di Hormuz.
La guerra non ha dunque rafforzato la posizione americana in Asia, ma ha contribuito ad accrescere indubbiamente il peso economico e geopolitico della Cina, rafforzandone al tempo stesso la laedership nelle tecnologie della transizione ecologica.
Molti tra i maggiori economisti ritengono che la trasformazione ecologica della Cina è ormai irreversibile e destinata a modificare profondamente gli equilibri economici e geopolitici mondiali.
Se per molti paesi occidentali la transizione energetica è stata concepita principalmente, anche a ragione, come una politica climatica, per la Cina è diventata una grande strategia industriale, tecnologica e di sicurezza nazionale. È questa la differenza fondamentale.
Chi governa la Cina ha capito che dominare le tecnologie verdi significa controllare le filiere industriali del futuro, ridurre in modo efficace la dipendenza energetica dall’estero, aumentare il peso geopolitico e rafforzare la propria influenza politica ed economica.
La leadership nelle batterie, nei pannelli solari, nei veicoli elettrici e nelle reti elettriche non è un semplice successo industriale: è uno strumento di potenza economica e d’influenza politica.
Per questo la transizione verde non può più essere interpretata soltanto come una risposta al cambiamento climatico. È ormai uno dei principali terreni della competizione economica e geopolitica globale.
Su questo fronte la Cina parte oggi da una posizione di indiscusso e enorme vantaggio, costruita in oltre vent’anni di politica industriale coerente, massicci investimenti pubblici statali e costanye sviluppo tecnologico.
Se il XX secolo è stato il secolo del petrolio, il XXI potrebbe essere quello del controllo delle tecnologie necessarie a sostituirlo e la Cina sembra aver compreso questa ovvia dinamica prima di tutti gli altri.
Secondo il Pino Arlacchi e tanti altri studiosi della Cina una cooperazione più stretta tra l’Unione Europea e Pechino potrebbe accelerare la transizione energetica globale, con benefici condivisi per l’intera umanità.
Ma, prima ancora, l’Europa dovrà decidere quale ruolo intende svolgere: contribuire da protagonista alla costruzione delle tecnologie del futuro oppure limitarsi ad adottare quelle sviluppate altrove.
Intanto la Cina è senza nessun dubbio un sistema economico e sociale che sopravanza per forza intrinseca, produttività e saldezza il capitalismo statunitense dominato dalla finanza parassitaria e pervenuto alla fase terminale della sua egemonia.
Il ruolo indubbio di primo piano della Cina nel nuovo ordine mondiale che si va consolidando.
In questo contesto contemporaneo l’ascesa cinese è un riequilibrio storico dei rapporti tra il Nord e il Sud del pianeta, e come la politica estera cinese sia coerente con il profilo più equo e, si spera, più pacifico, come sta dimostrando in questi anni, del nuovo ordine multipolare.
