Ferie sempre più corte e più costose per le famiglie italiane.
Questo Ferragosto, ben 6,7 milioni di italiani rimangono intrappolati a casa.
Non si tratta di una libera tendenza ma di una brutale privazione: 4,4 milioni di cittadini hanno dovuto rinunciare alle ferie estive perché i loro conti correnti sono in rosso.
Se si guarda all’intera stagione il 48,5% della popolazione non effettua alcuna vacanza tra Giugno e Settembre: quasi un italiano su due!
Questo arretramento dei consumi turistici non è un mistero, ma la conseguenza della svalutazione della dignità del lavoro. Non si riesce ad accumulare risparmio perché le retribuzioni sono indecenti: come pensare che si possano pagare le vacanze?
In Italia il lavoro non è più strumento di emancipazione economica ma condanna alla povertà relativa. Nel mentre la pressione sociale di esibire il tempo libero spinge i giovani, per lo più precari, nell’abbraccio dei micro-finanziamenti e del “compra ora, paga dopo”, accumulando passività finanziarie prima ancora di aver ottenuto stabilità contrattuale.
Circa 2 italiani su 10 si indebitano pur di partire, trasformando il riposo in una merce acquistata a usura creditizia. La dimensione speculativa del fenomeno è inquietante, la propensione a contrarre debiti per le vacanze è schizzata del 42% rispetto al 2019 pre-pandemia, segnale di un mutamento antropologico ed economico: non si chiede più un prestito per comprare la casa ma per pochi giorni di fuga dall’ansia quotidiana.
L’importo medio di ogni pratica è l’esagerata somma di 5.400 euro. Ma il dato più grave è la durata del piano di rientro: 50 mesi. Oltre 4 anni di trattenute e rinunce per dieci giorni di mare. Si pagheranno le rate di una vecchia e sbiadita vacanza quando tre intere stagioni estive successive sono già passate, ipotecando la propria serenità mensile ed il proprio futuro economico per una illusione di temporanea normalità.
Lontane dal contrastare queste dinamiche usurarie, le istituzioni proteggono i giganti bancari svelando, ancora una volta, le colpe di una classe politica complice del declino salariale ed incapace di governare il mercato.
La vacanza a rate non è un simbolo di ripresa o di vitalità dei consumi, ma l’imbarazzante attestato della decadenza di una nazione che le istituzioni hanno condannato alla schiavitù del debito privato, alle retribuzioni da fame ed alla precarietà della vita.
